le notizie belle

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Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.

amore dimmelo, ovvero: so già, ma aspetto i tuoi tempi

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Quando i ragazzi escono da scuola, prendo la loro cartella e cerco il diario, per vedere se c’è qualche comunicazione. Se trovo un voto o una nota normalmente non dico nulla, aspetto che me lo dicano loro. Perché dare le belle notizie o condividere un successo è un piacere che fa parte della soddisfazione di averlo costruito quel risultato. E dare le brutte notizie è una parte delle responsabilità che ci si deve assumere crescendo.

– Mamma, hai preso la password per accedere al registro elettronico? –

– No, me ne sono dimenticata –

– Vai a prenderla poi? –

– Non so, tanto sei tu che mi dici i voti che prendi o cosa succede a scuola –

– Però io vorrei che tu la prendessi, perché così a fine quadrimestre posso guardare tutti i voti e farmi la media di ciascuna materia per sapere cosa mi metteranno in pagella –

– Va bene, allora andiamo io o papà –

Andrò a prendere la password per il diario elettronico e poi probabilmente la perderò, come perdo quasi tutto, soprattutto le cose che so essere importanti per il mondo, ma che dal mio punto di vista sono poco rilevanti. Andrò a prendere la password e poi chi consulterà il registro elettronico sarà Jacopo, per le sue fisse da nerd delle medie matematiche (le stesse che aveva suo padre, che utilizzava una pagina della smemoranda per lo stesso scopo). E fuori da scuola sentirò genitori che dicono di averlo appena consultato e aver visto che il proprio figlio ha tre + e un’annotazione (e come devi considerare i +? quale valore decimale hanno? servirebbe almeno un libretto di istruzioni per il registro elettronico).

O forse mi capiterà anche di vedere i voti di mio figlio sul registro elettronico, ma poi aspetterò. Che sia lui a dirmeli. Perché il mestiere dei genitori non è sapere tutto dei figli, ma lasciare il tempo perché siano i figli a dir loro le cose importanti della propria vita. “Amore dimmelo” è un bellissimo video, che parla di genitori e figli, di amore e di bisogno di dirsi le cose, di condividere la vita. Di genitori che sanno già, ma aspettano e in cuor loro pensano: amore dimmelo.

il lavoro più bello del mondo

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Ho rifatto il mio lavoro, in maniera totale e totalizzante, a tempo pieno e pure col pre e dopo scuola. Ho avuto una famiglia che ha sopportato le mie assenze e le mie distrazioni e ha beneficiato del mio buon umore, della mia soddisfazione, dell’orgoglio che mi da la mia professione.

Ho faticato a rientrare in dinamiche relazionali in un gruppo consolidato, ho avuto le mille insicurezze che mi mettevano ansia a 25 anni come a 39, sono stata sveglia la notte e ho fatto fogli di “cose da fare”.

Ho finto di essere più intelligente di quanto sono in alcuni casi e più stupida di quanto sono in altri, perché il trucco è solo quello: capire se devi passare per furba o per scema.

Ho portato pazienza e l’ho persa, ho sorriso e fatto gli occhi dolci per ottenere qualche gentilezza quando l’importante era raggiungere il risultato.

Ho mangiato meno di quanto avrei dovuto, ho bevuto meno di quanto avrei dovuto, ho fatto la pipì meno di quanto avrei dovuto (e non quando avrei voluto).

Ma mi sono divertita, perché con l’esperienza dei quasi 40 anni so che poi tutto arriva, anche il giorno di apertura, che i problemi si risolvono, che dai momenti critici nascono alleanze, accordi, sintonie.

Faccio il lavoro più bello del mondo, perché mi permette di sentirmi libera e creativa, di conoscere le persone (e di decidere se frequentarle o no), di scoprire una volta di più che l’unione fa la forza e che solo collaborando si costruiscono grandi cose.

aggiungi un posto a tavola

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I piatti non sono tutti uguali, qualcuno è piano e qualcuno è fondo, almeno un paio sono sbeccati.
Le posate non sono tutte uguali e capita di mangiar la macedonia col cucchiaio di spiderman.
Dimentico di mettere i tovaglioli, sono sempre di carta, di solito colorati e non abbinati alla tovaglia (e magari anche loro non sono tutti uguali).
Si mangia in cucina, un po’ stretti, perché poi i ragazzi andranno a dormire e li disturberemmo.
La casa è abitualmente disordinata, giochi dei ragazzi in giro, le giacche si appoggiano sulle poltrone e non ordinatamente su un appendiabiti.
La cena di solito non è perfetta, di certo non è tutto pronto e manca sempre il dolce (perché non li so fare).
Però…non ci sconvolgiamo per 15 persone a cena un giorno della settimana; abbiamo figli che a partire dal giovedì sera chiedono “abbiamo ospiti nel weekend? Chi viene domani?”; possono aggiungersi ospiti inattesi senza farci piombare nel panico perché avevamo contato le fette di salame.
È finito un weekend di inviti multipli, non tutto è stato perfetto, non abbiamo rispettato tutte le regole del “bon-ton”, ma noi siamo stati bene!

trasferte

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Sabato è arrivata Grace, ospite per una settimana della mia nipotona di 12 anni. Grace è irlandese, e starà qui con un progetto della scuola. Nella sua timidezza, nel suo doversi ambientare in una tribù nuova ho rivisto le mie vacanze a Maillenat.

Avevo 15 anni quando ho conosciuto la mia famiglia francese. Viaggiavo ben corazzata, con le 2 amiche di sempre. Dopo un paesino piccolo piccolo (case, bar, chiesa, campi da tennis) si iniziava una delle meravigliose strade della campagna francese: un sali e scendi continuo, colline che si rincorrevano una dopo l’altra, come delle montagne russe d’altri tempi. Poi, a un certo punto, si girava a sinistra e si imboccava una strada sterrata tra gli alberi. Un cartello avvisava dove si stava andando “Vacances à la ferme”, vacanze in fattoria. E quella strada era una porta capace di farmi passare in un’altra dimensione spazio temporale. Lì iniziava il mondo della libertà, dell’estate, della leggerezza e della serenità. In quel mondo c’era spazio per correre a perdifiato, tempo per pensare, lavarsi le magliette, prendere il sole sdraiata nei campi, pescare i pesci gatto nello stagno. In quel mondo c’era sempre qualcuno con cui stare: un adulto, un bambino, un ragazzo come me, un cane o un gatto. C’era sempre qualcosa da fare e mai nessuna fretta nel farla. Non c’erano obblighi, solo responsabilità.

In quel mondo ho incontrato una mamma sorcière (strega) che mi ha regalato il primo reggiseno della mia vita, che buttava la spesa nel bagagliaio della macchina come veniva, che non coccolava ma riempiva di senso, attenzione, amore, rispetto ogni sua frase, ogni suo gesto, ogni sguardo: diretto, duro a volte, dal quale non potevo mai sfuggire.

E quando due mamme se ne sono andate lei c’era, proprio come la mia mamma vera. Era lì a raccogliere le mie lacrime, a mischiarle con le sue, ad ascoltare il mio racconto, a parlare al mio cuore. E quando io sono diventata mamma, lei c’era con i suoi pacchi di regali fatti di biscotti, di stoffa, di profumo di casa.

Stare a Maillenat è stato capire che il mondo è grande, ma non troppo da non poter essere esplorato; che ogni casa ha regole diverse, ma immergersi nella quotidianità altrui è bello, arricchente, importante soprattutto nell’età in cui la tua vita forse ti sta stretta. Perché quando si hanno “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” è importante vedere altri orizzonti, altri paesaggi, altri cieli da assorbire.

Vorrei che i miei figli avessero questa possibilità: trovare una famiglia altra, trovare un altro posto che sia casa, come la nostra, con la stessa intensità, la stessa naturalezza, lo stesso calore. Perché di casa e di famiglia, non se ne ha mai abbastanza.

Buona vacanza, Grace!