siam tutti qui sull’autobus

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– Scusi, lei è la mamma di Jacopo? –

– Si –

– E anche di Diego? Io li conosco perché gioco a basket –

– Sono anche la mamma di Lucia, ma lei non gioca s basket e quindi non la conosci… –

– No, lei non la conosco –

Chi mi identifica come madre dei miei figli maschi è un bambino di quinta elementare, piccoletto, col cappellino verde come tutti gli altri compagni con cui sta andando a fare un’attività al Sermig, per scoprire che nel mondo non nasciamo tutti uguali. Mi parla di basket, dell’allenatrice e poi mi presenta un suo compagno che sta proprio lì di fianco.

– Lui è arrivato lo scorso anno da noi, prima viveva in Brasile –

– A San Paolo – mi dice il compagno

– Poi è andato in Germania –

– No, in Giappone, perché io sono anche un po’ giapponese –

– Lui vorrebbe andare in Giappone – dice il baskettaro indicando un biondino, riccioli nascosti dal cappellino verde girato al contrario, apparecchio in bocca.

– Si, io vorrei andare in Giappone – conferma togliendosi l’apparecchio per parlare.

– Rimettiti l’apparecchio che se il tram frena e ti cade si rompe e sono sicura che i tuoi genitori non sarebbero felici – gli consiglio pensando a mia figlia un anno fa con l’apparecchio in mano su un tram strapieno.

Il viaggio prosegue, chiacchierando di come vengono a scuola, se a piedi o in macchina, di maestri samurai, di quale moneta si usi in Giappone, di lingue da imparare, di consigli della maestra. Quando mi guardo intorno vedo una signora elegante e truccata che tira su un bambino per aiutarlo a sedersi su un posto alto per lui, un uomo di 50 anni che ascolta le nostre chiacchiere e sorride, una ragazza che protegge dalle cadute le bambine che chiacchierano e giocano a stare in equilibrio.

Non sono più sul 4, sono sull’autobus di Bertoli, quello in cui la voglia di parlare diventa contagio, le voci dei bambini sono una musica, i loro pensieri detti ad alta voce sono aria fresca. “È nuovo in questo giorno l’autobus del mattino”.

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periodo di grazia

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Ci sono i periodi in cui nulla gli va bene. Puoi proporre mille attività e si annoieranno mortalmente, puoi preparare pranzi, cene, merende da gourmet e saranno inappetenti, puoi essere disponibile ad ascoltare ogni loro racconto e caverai dalla loro bocca solo mezze frasi, fondamentalmente lamentele. Ci sono i periodi in cui i figli hanno perennemente la luna storta e sembra che a metterli al mondo, tu e l’altro scriteriato, abbiate fatto loro un torto.

E poi ci sono i periodi in cui sembra che tutto gli sorrida e ogni evento possa essere letto attraverso lenti rosa shocking. La settimana piena di impegni, tra rientri di strumento e coro, allenamenti, partite di basket, interrogazioni e feste di compleanno scivola liscia, affrontata da un 11enne molto sociale che non batte ciglio.

Il passaggio da un gruppo all’altro degli scout, i 5 allenamenti settimanali di ginnastica artistica, le interrogazioni e verifiche di tutte le materie sono niente in confronto all’energia risolutrice di ogni problema di una ragazza di 8 anni, che entra a scuola cantando “Pim Pam, le scarpe pim pam di notte fan sul sentiero di pietro grosse…”.

La promessa del cambio di corsia in piscina (per passare al corso di nuoto e abbandonare per sempre l’acquaticità), l’arrivo della nuova maestra, l’inizio tanto atteso delle attività scout sono tutti motivi per cui festeggiare, attendere il giorno dopo, essere allegri e felici.

Non credo sia merito degli eventi se i miei figli sono così entusiasti della vita in questo periodo. Le stesse cose li avrebbero fatti piombare nel malumore, nella scortesia, nell’irascibilità solo qualche settimana fa. E non è che sia un momento così rosa e fiori per tutta la famiglia, tra cure mediche faticose e badanti che entrano a far parte della nostra routine. Razionalmente non mi spiego questo periodo di grazia. Ma la accolgo, in silenzio, per paura di rompere l’incantesimo. E spero che il loro entusiasmo sia contagioso e mi possa ammalare anche io.