di miti greci e percy jackson

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Si sa che l’educazione dei figli porta delle sfide sempre avvincenti e spesso la scoperta di talenti che pensavamo di non avere. Ad esempio ho creato vestiti di carnevale che fossero più elaborati di una mascherina di carta davanti agli occhi e ho cucinato torte per le feste di compleanno (ma raramente perché più spesso le fa mia sorella che è decisamente più brava di me). Ma la sfida più difficile e per me la più importante, quella che continuo a raccogliere, è quella di far capire ai miei figli che la conoscenza e la cultura sono la vera felicità nella vita.

Le prime settimane della terza elementare sono state uno scontro continuo tra me e il piccolo, per capire come funziona il metodo scientifico, conoscere la teoria della deriva dei continenti, inventare le legende di ipotetiche carte tematiche sulla quantità di scuole in ciascuna regione italiana. È uno sforzo che sostengo quasi ogni giorno, su materie diverse, cercando di far cogliere le analogie tra una materia e un’altra, facendo collegamenti con la sua vita quotidiana, con le sue esperienze (“Diego ti ricordi il confine tra la Bosnia e la Croazia questa estate?” “Si, era dove c’era la casetta dei poliziotti” “Ma a parte quella casetta tu vedevi altri segni, c’era un muro? una recinzione?” “… no” “Ecco la carta politica evidenzia dei confini che sono stabiliti dagli Stati ma che poi non trovi sul territorio, perché il bosco è tutto uguale, anche se da una parte è Bosnia e dall’altra Croazia). È uno sforzo che come risultato visibile da delle domande a cui non so rispondere (“mamma, io voglio sapere quanto dobbiamo andare indietro nel tempo, partendo da oggi, per arrivare a quando si è formata la Terra” “Diego, non sono sicura della risposta, magari chiedi alla maestra”), ma d’altronde queste sono le domande migliori: quelle che ti spingono a cercare le risposte attraverso nuove conoscenze.

Ieri ho aiutato Lucia a studiare epica, argomento i miti: quelli della creazione, del diluvio, della metamorfosi e degli eroi. E mentre approfondivamo i testi, dalla Genesi alla storia di Gilgamesh, da Prometeo e il Minotauro a Perseo e Medusa, interrompevo sempre la lettura per farle notare che autori diversi, di epoche diverse usavano quasi le stesse parole in certe fasi del racconto; per dirle che i supereroi di Stan Lee riprendevano gli eroi greci e romani, quelli che si ritrovavano con poteri soprannaturali loro malgrado e sfidavano gli dei per cambiare la vita degli uomini. Non le ho detto che il labirinto del Minotauro secondo me ha qualcosa in comune con il labirinto dell’Overlook Hotel di Shining perché non avrebbe capito il riferimento, ma l’ho pensato e mi sono sentita illuminata come se in quel momento si fosse aperto un circuito mentale.

Dovevo uscire con la mia amica ieri sera e invece sono rimasta a casa a far ripetere epica a Lucia. Ma sentivo l’urgenza, proprio ieri sera, di compiere quello sforzo per far capire ai miei ragazzi che ciò che studiano a scuola è una porta aperta sul mondo di oggi e una bussola per capire quello di domani, che conoscere i miti o la deriva dei continenti renderà i film di Percy Jackson o l’Era glaciale ancora più avvincenti, che la cultura è tutta uguale, non c’è quella alta e quella bassa, c’è solo la conoscenza e la fame mai saziata di scoprirla.

– Quindi dici che il successo di saghe e film come quelli dei supereroi derivano dal fatto che si rifanno ai miti del passato? – dice Flavio a tavola.

Certo, perché dobbiamo renderci conto che non ci inventiamo quasi mai nulla di nuovo, ma riscriviamo con nuovi linguaggi sempre la stessa storia. Perché sempre le stesse sono le domande, che si viva in una caverna scaldati dal fuoco o si abbia in mano uno smartphone e si viaggi su un’auto elettrica.

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cos’è Sarajevo (per me)

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Sarajevo è vita, che cammina, parla, mangia, vende, compra, prega, suona, gioca a scacchi, ascolta, osserva e conosce, sorride, chiede.

Sarajevo è storia, di Francesco Ferdinando ucciso su un ponte, di Tito che adesso compare sulle tazze da colazione e sulle calamite da frigo, delle Olimpiadi del 1984 di cui rimane una pista di bob su cui ormai si può passeggiare, di persone ferite o morte al mercato o vicino alla cattedrale, lì dove adesso c’è una macchia rossa sull’asfalto.

Sarajevo è cibo, cucinato in ogni angolo della città vecchia, mangiato in qualsiasi momento della giornata, gustoso e nutriente, come i baklava che trasudano miele e noci.

Sarajevo è spiritualità e non importa se svettano verso il cielo un campanile o un minareto, se entri in una chiesa ortodossa o cattolica, se vedi una stella di Davide o una mezzaluna e una stella: quando torni a casa e per la strada ti accompagna la preghiera del muezzin ti senti in contatto con qualcosa di più profondo dentro di te: la tua umanità. Quella stessa che a Sarajevo ha dato il meglio e il peggio di sé.

Sarajevo è una scoperta, una ricchezza, un equilibrio fragile e prezioso.

(l)a parità

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A parità di tempo a disposizione un uomo farà le cose che in quel lasso di tempo ci stanno: fare la spesa per la sopravvivenza della famiglia nelle prossime 48 ore, andare a prendere i figli agli sport, leggersi il giornale seduto sul divano. Una donna farà le cose che in quel lasso di tempo ci stanno e una decina in più: fare la spesa, comprando anche gli affettati per la gita del piccolo e l’uscita scout che sarà tra tre giorni, andare a prendere i figli a scuola e nel frattempo chiamare l’amica che non si sente da tempo, sentire la nonna per capire chi domani porta la figlia di mezzo a ginnastica, preparare la cena e mettere già la tovaglia sul tavolo, così quando torna dovrà solo lanciare piatti, bicchieri e posate in ordine più o meno casuale, ritirare la biancheria stesa e far partire un’altra lavatrice.

A parità di stress lavorativo un uomo cercherà qualcuno a cui delegare e soprattutto scaricare la responsabilità (“l’ho detto a te” “si, ma mi stavo lavando i denti in bagno” “non importa, io te l’ho detto dovevi ricordartelo anche tu”), smetterà di parlare con chiunque e si isolerà dal mondo, in un comportamento autistico degno di Rain Man. Una donna penserà che in fondo le ore di sonno sono un lusso che non si può tanto permettere e inizierà a pensare di poter lavorare al mattino presto per arrivare a lavoro con le mail già scritte e i resoconti delle riunioni fatte; cercherà di collaborare coi colleghi per trovare insieme una soluzione e quando non si troverà (la soluzione) dirà che comunque era una sua responsabilità e doveva occuparsene lei, cercherà di mantenere un atteggiamento sociale degno di questo nome, saluterà al mattino con dissimulato ottimismo, cercherà di motivare la squadra.

A parità di assenze un uomo penserà che sia giusto prendersi i propri spazi e si godrà i momenti di solitudine e black out dal mondo. Una donna penserà che sia giusto prendersi i propri spazi e si godrà i momenti di solitudine e black out dal mondo, ma metterà in conto di accompagnare il figlio piccolo alle prossime 10 feste di compleanno al centro commerciale, manderà messaggi al figlio grande per sapere come è andata la lezione di pianoforte, si occuperà di ricordare alla figlia di mezzo di portare il materiale che serve a scuola (e che ha già lasciato pronto sul tavolo).

A parità di domanda “ti piace cucinare?” un uomo risponderà che è molto bravo a cucinare il pesce o le ricette etniche, che conosce i segreti del lievito madre e i calli del contadino del mercato da cui una volta al mese compra verdure rigorosamente biologiche e a km 0,0000. Una donna dirà che si, cucina tutte le sere, cercando di far tornare l’equivalenza tra tempo impiegato, soddisfazione di tutti i commensali (mediamente più minorenni che maggiorenni) e salubrità del pasto. Del contadino del mercato conosce la posizione del banco, i giorni in cui c’è e quelli in cui non c’è e i prezzi. E a volte non lo frequenta perché la sua insalata sarà pure biologica, ma ci vogliono 2 giorni per lavarla e le buste pronte del supermercato si acquistano anche all’ultimo secondo.

La parità è qualcosa che, a parità di intenzioni, a volte noi donne non riusciamo a concederci.

di bikini e burkini sul lago

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Nella connessione a singhiozzo delle vacanze leggo che in alcuni stati (anche nella mia amata Francia) si vieta l’utilizzo del burkini, il costume completo che indossano alcune donne musulmane per fare il bagno.

A luglio, con 24 adolescenti siamo andati a fare una gita al lago, per farci il bagno. Durante il resto della settimana tra le ragazze c’è chi non ha mai tolto i leggins da sotto i pantaloncini e si è sempre coperta sotto una felpa oversize, chi si è truccata e passata la cheratina sui capelli tutte le mattine, chi ha indossato short talmente corti da non lasciare quasi nulla all’immaginazione, chi camice ampie forse per nascondere un seno generoso e una corporatura esuberante, chi ha messo sempre solo jeans rotti e magliette nere.

Siamo scesi al lago, con questi 24 esemplari di giovani donne e uomini occidentali, e abbiamo fatto il bagno nel lago.

C’è chi ha sfoggiato costumi in colori fosforescenti che si vedevano anche dal confine svizzero, chi si è immerso con la maglietta, chi con i pantaloncini, chi completamente vestito, chi non si è bagnato ed è stato tutto il giorno con calze e scarpe da ginnastica rigorosamente allacciate. E poi ci siamo stati noi 6 adulti, che abbiamo esposto il nostro corpo in costumi imprestati, con i nostri rotolini, il nostro pallore, le nostre imperfezioni con cui forse abbiamo fatto pace (o forse non abbiamo mai veramente litigato).

Abbiamo fatto il bagno tutti insieme, abbiamo fatto gare di nuoto e di tuffi, giochi, schizzi e chiacchiere seduti a riva. Abbiamo preso il sole e mangiato insieme. E i nostri corpi, il nostro modo di bagnarci, di vestirci o svestirci raccontava qualcosa di certo (il campo era sulla narrazione, come avrebbe potuto essere diverso?). Ogni racconto era ugualmente dignitoso, rispettoso degli altri e della nostra cultura, in parte comune e in parte diversa. Ogni donna e ogni uomo si è sentito libero di godersi la giornata al lago e il bagno (o il non bagnarsi) secondo i propri bisogni e la propria sensibilità.

Non c’erano burkini o bikini, semplicemente c’erano persone insieme. Che guardavano oltre i vestiti e oltre i corpi per vedere quello che di vero e profondo c’è: la nostra umanità, nuda e cruda.