uno tsunami dentro di me

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Un anno fa mi è passato uno tsunami dentro. È arrivata la scossa di terremoto e qualche giorno dopo l’onda, che aveva raccolto tutta l’energia possibile, si è abbattuta con una forza dirompente nella mia vita e dentro di me. Io stavo guardando cosa c’era sulla spiaggia, mi stavo assestando per rimettere ordine nelle cose cadute dai mobili per quella piccola scossa e l’acqua mi ha travolto lasciandomi senza fiato e con le alghe in mano, nei capelli, nei pensieri.

Mi sono rialzata, come faccio sempre. Non di ottimo umore, come faccio sempre. Un po’ musona e solitaria, come faccio sempre. Ho iniziato con metodo e disciplina a rimettere a posto le cose, come faccio sempre. Per un po’ ho nutrito la mia rabbia, per quello che era successo, cercando le colpe e le mancanze. Ma dopo averle trovate (e sono certa di non aver sbagliato ad attribuire le responsabilità), non mi sono sentita meglio. Perché dentro di me era tutto caduto, perché da un giorno all’altro quelli che erano i miei punti d’appoggio diventavano fragili e bisognosi d’aiuto.

Dopo un anno sono un po’ più pessimista di prima, diciamo in generale un po’ più stanca e disincantata. La vita davvero non è una scala di cristallo e posso anche aspettare i tempi migliori, ma probabilmente non arriverà mai “il migliore dei tempi”. Arriveranno altri giorni e questa è già una buona notizia, da spendere e far fruttare, in cui concentrarsi su ciò che si è, in cui impegnarsi a essere onesti con gli altri e fedeli a se stessi. Onesti perché non c’è sempre un’altra occasione per portare avanti la giustizia, fedeli perché alla fine quello che rimane è quello che ciascuno vede al mattino nello specchio. E la dignità con cui può affrontare i giorni migliori e i giorni peggiori.

Quando arriverà il prossimo tsunami, perché arriverà prima o poi, non sarò più pronta e preparata. Ma saprò che nel lungo periodo ci si rialza e la vita ricomincia.

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un giorno non avremo più bisogno

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Un giorno non avremo più bisogno di quote rosa. Quel giorno sceglieremo le persone per le loro capacità, per il loro talento, per le loro competenze, per la loro storia e per il loro slancio verso il futuro.

Un giorno non avremo più bisogno di sfilare per le strade per il gaypride. Quel giorno ognuno sfilerà nei suoi percorsi giornalieri portando con dignità e normalità ciò che è nella sua vita, senza dover nascondere od ostentare.

Un giorno non avremo più foto sui social con l’hastag #notinmyname. Quel giorno ci accorgeremo che i nostri nomi e le nostre identità sono così sfaccettate da non poter essere rinchiuse in una categoria, che ci rende vittime o carnefici a seconda di chi ci sta guardando.

Un giorno smetteremo di definire la donna che in politica cambia bandiera una “puttana”. Quel giorno ci renderemo conto che vendere il proprio corpo non è sinonimo di una colpa, ma di un dramma che qualche donna vive quotidianamente, di un’offesa che qualcuno le infligge.

Un giorno potrò spiegare a mio figlio perché la maestra della sua scuola materna è stata uccisa dalla persona che diceva di voler stare con lei. E saprò spiegargli che in tutto questo non c’era amore e neanche malattia, intesa come qualcosa che può fornire una giustificazione a un gesto che giustificazione non ha.

Un giorno capiremo cosa muove la violenza verso un’altra persona, donna o uomo che sia, gay, lesbica o eterosessuale, bianco o nero, cattolico o musulmano, ricco o povero. E saremo in grado di farne a meno.

effetti poco collaterali

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Si chiamano “effetti collaterali” e sono piccole pietre su un percorso più ampio e complicato. Lievi danni che possiamo sopportare per ottenere un vantaggio più grande, per raggiungere la meta, per arrivare all’obiettivo prefissato.

Quando togliamo il pannolino a nostro figlio o il ciuccio, lui probabilmente avrà una regressione e tornerà a fare un po’ di capricci o a essere più attaccato a noi. Quando ci impegniamo in un lavoro che ci appassiona e ci fa stare tante ore fuori da casa, sempre gli stessi figli ci chiederanno più attenzioni, avranno più bisogno di noi, ci metteranno di più ad addormentarsi, mentre noi sfinite vorremmo solo abbandonarci sul divano. Quando cuciniamo per tanti amici a pranzo, dovremo poi occuparci di una cucina invasa da stoviglie, pentole, posate sporche di cibo e disordine.

Son tutte cose che possiamo sopportare, di cui dobbiamo essere consapevoli ma che accettiamo, in fin dei conti, volentieri. Invece c’è una cosa che è definita “effetto collaterale”, ma che sarebbe molto meglio se non ci fosse: è perdere i capelli mentre si è sottoposti a un ciclo di chemioterapia.

Ho visto alcune persone molto vicine a me perdere i capelli durante la chemioterapia. E anche le sopracciglia. E la barba. C’è chi si è messa una parrucca, chi un foulard, chi ha usato la macchinetta e si è rasato. Tutti hanno affrontato quell’effetto collaterale con coraggio, determinazione, dignità. Ma quei capelli sempre ordinati su una persona che ho visto spettinata mille volte nella vita, quelle sopracciglia disegnate con la matita, quel cappello sempre in testa e le guance senza la barba con cui l’ho conosciuto sono il segno della malattia. Il messaggio di sfida che il cancro lancia alla donna o all’uomo con cui sta combattendo la battaglia più dura. Sembra volergli dire “tu puoi anche pensare di essere più forte di me, ma io lo farò sapere a tutti che sei malato. Prima ancora che tu abbia deciso se dirlo, a chi dirlo e a chi no, io lo dirò prima di te. Non potrai mai fare finta che io non ci sia, non potrai mai dimenticarti per una sera o un minuto che io sono nel tuo corpo e cerco di sconfiggerti dall’interno”. Non è solo un effetto collaterale questo, è parte di una strategia che mina la forza di uomini e donne che usano tutta la loro vitalità e il loro ottimismo per vincere e continuare a vivere.

Venerdì sera, a Torino, l’associazione Insenoallavita onlus (nata dall’iniziativa di un medico e di una paziente del Day Hospital Oncologico del presidio ospedaliero S. Anna di Torino) raccoglierà fondi per acquistare una cuffia refrigerante da mettere in testa, che se utilizzata durante i cicli di chemioterapia riduce il rischio di perdere i capelli. Perdere i capelli per un tumore non è solo un effetto collaterale, è una fatica aggiuntiva, è un trauma, è una prova a cui si può non essere sottoposte, è qualcosa che, se si può, si deve evitare.

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un tempo più lento

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C’è un tempo veloce, di mani sul clacson e piede sull’acceleratore. C’è un mondo che tiene la frizione sempre inserita per partire appena il semaforo diventa verde, che cerca rete, banda, campo per non perdersi nulla. Che non ammette black out, interruzioni temporanee della corrente.

Un mondo fatto di corse e di traguardi che si spostano in avanti, di personaggi sfocati ai bordi della strada, come quando in autostrada i cartelli si susseguono senza che tu riesca a leggerli. Non sono persone quelle che incontri, ma sagome, cartonati che nella migliore delle ipotesi ignorerai, ma forse cercherai di superare, umiliare, insultare. Perché nella corsa in cui sei concentrato ogni elemento che si frappone sulla strada diventa un nemico, una distrazione, un imprevisto fastidioso.

E invece poi ci sono cose che hanno bisogno di un tempo più lento, come una strada da attraversare. Quando sei piccolo e la moneta che stringi in mano ti scappa dalle dita e cade per terra. Quando le tue gambe hanno bisogno di concentrazione per muoversi, perché un black out è avvenuto nel tuo cervello e tu stai cercando da mesi percorsi alternativi per quelle cose che agli altri vengono senza sforzo. Quando da poco vai in bici senza rotelle e devi imparare ad attraversare gli incroci senza scendere e portarla a mano.

Ci sono le volte che ho la mano sul clacson pronta a riprendere chi rallenta e le volte che quell’ostacolo, quell’imprevisto fastidioso sono io. Io che attraverso la strada sulle strisce e vado più piano del solito, perché in montagna mi hanno insegnato che il passo si fa sempre sul più debole. Il tempo mi si è rallentato, dilatato e allungato, il mio passo sempre veloce si sforza di essere al pari con quello di chi mi è di fianco, perché sto camminando con qualcuno e non da sola. E tu sei quello che mi ha suonato perché mi togliessi in fretta e non contento mi hai insultato perché non ho chinato la testa.

La testa non la chino, anche se magari andrei più veloce, anche se non serve a molto, perché tu rimarrai stupido e arrogante. E io, mettendoci tutto il tempo che serve, arriverò alla fine dell’incrocio.

ricordatevelo

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Questo post deve essere letto e conservato dai miei amici, parenti di primo, secondo e terzo grado, consanguinei, vicini di casa, maestre dei miei figli. Conservato perché, spero di no, ma potrebbe tornare utile negli anni a venire. Perché da “giovane” ognuno pensa che non farà mai alcune cose, non avrà mai certi atteggiamenti, non indosserà mai certi vestiti e non farà mai certi regali. E invece gli anni sdoganeranno misé improbabili e inguardabili, lasciando per la strada pezzi di dignità.

Avete il diritto di prendermi in giro e impedirmi di uscire di casa (o costringermi a ritornarci subito) se mi vedrete in giro con una di quelle maglie a fiori o maculate, con tigri e animali selvaggi, come se avessi appena terminato un safari in Africa o nella foresta pluviale. O con le calze tinta “bucciad’uovo” (a diversi livelli di freschezza: dal “beige appena deposto” al “verde meglio che non lo mangi”), la gonna scozzese a pieghe e le finte scarpe da ginnastica marroni scamosciate, col velcro, gli swarosky sul lato e il tacco a zeppa.

Potrete buttarmi addosso un sacco se mi vedrete con i collant trasparenti che si avviluppano intorno alla caviglia, con le scarpe nere décolleté tacco 2,5 cm e lo smanicato trapuntato rosso corallo o beige (“che al mattino c’è un’arietta che è meglio coprirsi bene”).

A mio marito e ai miei parenti e amici maschi dico che potrete rifiutare regali e pensierini se troverete dentro il pacchetto pullover coi bottoni rivestiti di pelle a motivi jaquard nelle tonalità del beige, marrone, verde sotto bosco, fango. Quelli possono servire al massimo per lucidare l’argenteria, che per altro non ho. Se vi regalerò un cappellino con visiera in velluto a costine siete autorizzati a donarlo alla scuola materna per farne il copricapo dello spaventapasseri messo dove i bambini hanno seminato. Sicuramente starà meglio a lui e farà la sua bella figura.

Quando la lucidità e il senso della decenza mi avranno abbandonato, la mia dignità sarà nelle vostre mani. Ricordatevelo.

il mio mestiere o il mio lavoro

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“Se facciamo questo mestiere, dobbiamo per forza scontrarci con il problema del linguaggio. E quando parlo di mestiere non intendo qualcosa di retribuito, ma il mestiere che noi sentiamo di dover fare dentro di noi, quello che siamo chiamati a dare nella società”. Un conto è il mestiere, un conto è il lavoro. E in alcuni casi, fortunatamente, le cose coincidono: si è retribuiti per quello che riteniamo essere il nostro compito. A volte no e allora cerchiamo spazi privati per rispondere a quella voce che ci chiama a mettere a frutto competenze, talenti, sensibilità.

In un momento in cui il lavoro diventa un dovere e non un diritto, in cui pur di tenersi una retribuzione mensile più o meno regolare siamo costretti ad accettare compromessi e svalutazioni professionali, qualunque sia il nostro compito (e ci tengo a sottolineare che è del tutto sacrosanto accettare compromessi per garantirsi lo stipendio, meno sacrosanto proporli questi compromessi), penso che ci sia un’unica strada da percorrere: ricominciare a fare un mestiere e non un lavoro.

Ricominciare dal riscoprire la dignità della propria professione, dimenticare per un attimo le risorse scarse, la burocrazia, le abitudini e le prassi consolidate. Immaginare di dover spiegare a qualcuno (al nuovo stagista, ai ragazzi delle superiori che dovranno scegliere a quale facoltà iscriversi, alla mamma del compagno di classe che abbiamo appena conosciuto) qual è il nostro mestiere. Che non è compilare moduli, discutere con clienti/utenti o con i livelli gerarchici più alti, accontentare i capricci o le richieste di qualcuno (e a volte il confine tra capriccio e richiesta è piuttosto labile).

Il mestiere di un insegnante non è avere dei genitori soddisfatti, ma educare i ragazzi a realizzare loro stessi, in autonomia, equilibrio, responsabilità. E fornire loro gli strumenti culturali per farlo.

Il mestiere di un medico o di un infermiere non è fare le scelte che non lo porteranno alla denuncia, ma assumersi consapevolmente e con coscienza la responsabilità di scelte che potranno dimostrarsi in seguito sbagliate.

Il mestiere del pubblicitario non è camuffare una fregatura con belle parole o belle immagini, ma fornire strumenti efficaci a evidenziare i punti di forza di un prodotto, di una scelta.

Il mestiere di un amministratore pubblico non è aumentare il consenso, ma fare scelte lungimiranti e progettuali, eque e giuste per la cittadinanza.

Perché i primi a svalutarci professionalmente siamo noi, quando smettiamo di fare un mestiere e facciamo un lavoro: perché le condizioni sono avverse, perché non abbiamo i mezzi e le risorse necessarie, perché è faticoso rimanere sulla strada, più facile prendere scorciatoie che ci tolgono dagli impicci, ma ci privano della ricchezza del nostro mestiere.

E’ un tempo difficile il nostro e il rischio di imbruttirsi è elevato. Ma quando ricominciamo a fare un mestiere riscopriamo una parte di noi che ci mancava da tempo, la parte migliore: quella che prova soddisfazione nel mettere le proprie capacità al servizio di qualcosa di più grande. Più grande delle ore in ufficio, del badge da passare nella timbratrice, dello stipendio accreditato sul conto corrente a fine mese.