saluti dal mare

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Dopo mesi di post per alcuni criptici, di racconti a voce, di cose non nascoste ma nemmeno sbandierate ai quattro venti, è venuto il momento di dire pubblicamente che lavoro faccio. Nulla di scandaloso, non faccio la pianista in un bordello, né la donna delle pulizie della malavita.

Lavoro in una casa editrice e mi occupo di progetti scolastici. No, non sono la promotrice di testi scolastici che ogni giorno porta nelle scuole manuali di letteratura, geostoria ed educazione fisica per convincere insegnanti annoiati. No, non vendo i libri un tanto al chilo bussando a ogni istituto scolastico.

Incontro insegnanti, librai, bibliotecari, autori e insieme progettiamo percorsi di lettura per ragazze e ragazzi, proponendo temi difficili, spesso faticosi e scomodi: i confini, le migrazioni, il progetto di una casa comune, la parità di genere, la disabilità, l’educazione. Pensiamo e costruiamo occasioni per gli adolescenti per conoscere mondi che non hanno mai guardato, acquisire competenze nuove nella comunicazione, nella capacità di relazionarsi con gli altri, nel gestire il confronto e a volte il conflitto. Diamo agli adulti la possibilità di fare un passo indietro e stare a osservare la magia che nasce quando si lascia il campo libero a chi è più giovane.

Lo dico da qui, da Rimini durante Mare di libri, che faccio questo lavoro. Da una città invasa da ragazze e ragazzi che leggono, ascoltano, parlano, intervistano, ridono, scoprono, scelgono. Lo dico da un appartamento condiviso in 10, di cui solo due siamo maggiorenni (gli altri 8 minorenni sono in un altro appartamento con l’altro maggiorenne del gruppo). Da due bagni condivisi, dai mal di pancia della sera e docce del mattino, dalle ansie per l’intervista che faranno tra poco.

Faccio un lavoro bellissimo, che mi fa leggere tanto, che mi fa incontrare ragazzi, che mi fa stare sempre in ascolto, che mi fa emozionare, che mi fa uscire dalla mia comfort zone. Che mi fa andare “a spiaggia” (come dice la mia collega Sandra) a metà giugno.

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le elezioni

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– Quando ero piccolo il giorno delle elezioni era una festa –

Mi ha detto così un amico l’altro giorno in macchina, tra una chiacchiera e l’altra: le figlie a scuola insieme, il suo lavoro incerto, i nostri nonni entrambi comunisti.

Anche per me il giorno delle elezioni era ed è una festa. Perché provo un’emozione speciale ad andare a fare il mio dovere, un rito laico fondamentale per la mia identità. Entro nel seggio e sorrido di più: al vigile nell’atrio della scuola, a chi è in fila davanti a me, a chi lavora al seggio. Sorrido e penso che devo essere felice di poter votare, di esprimere il mio parere. Devo essere consapevole dell’importanza della mia goccia nel mare. Sorrido di più perché nel riconoscermi cittadina vedo una parte della mia dignità personale: non sono solo una mamma, una lavoratrice, una donna, una paziente quando vado in ospedale. Sono un’elettrice, una persona che va al seggio esprimendo un voto per la costruzione del bene comune.

Il giorno delle elezioni è mio nonno che va a votare presto, mia nonna che si fa accompagnare da me in quella che era la mia scuola elementare, mio marito che viene a letto troppo tardi perché aspetta i risultati. È la paura di sbagliare e rendere nullo il mio voto, è la voglia di riconoscersi in un progetto più grande, è una serata nella piazza del municipio a stringere la mano al mio sindaco e a brindare con vino in bicchieri di plastica. È la telefonata con un amico il giorno prima del voto. Perché ultimamente io e lui perdiamo sempre e il lunedì è sempre una giornata troppo difficile per sentirsi. È la bandiera europea che ho comprato e stasera appenderò al balcone.

Allora, buona giornata di elezioni all’amico col nonno comunista come il mio; a Matilde, Ludovica, Lorenzo e ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole in queste settimane e che per la prima volta in vita loro voteranno; a chi si candida a Sindaco e alla sua famiglia. A me, che continuo a emozionarmi e a sentire forte quel bisogno di appartenenza che è “avere gli altri dentro di sé”

i diritti dei bambini

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I bambini hanno diritto di arrivare in orario: a scuola, ai loro allenamenti sportivi, alle feste di compleanno, agli appuntamenti della loro vita. Perché quello che fanno è importante e l’attenzione che noi genitori mettiamo nell’accompagnarli nei tempi giusti dà loro la dimensione del valore del loro impegno.

I bambini hanno diritto di sbagliare e di avere qualcuno che li corregge: perché senza errori non si cresce e, senza qualcuno che gli dice che hanno sbagliato, crederanno di essere infallibili e saranno frustrati quando non otterranno i risultati voluti.

I bambini hanno diritto di avere dei confini: nelle loro possibilità di azione e movimento, nella loro autonomia, nella realizzazione dei loro desideri. Perché sono i confini che danno sicurezza e un territorio conosciuto in cui mettere alla prova le proprie capacità e sono quegli stessi confini che fanno nascere il desiderio di superarli, di scoprire il mondo fuori, di cambiare la forma del recinto perché sia adatti alla forma del proprio essere.

I bambini hanno diritto di mettersi alla prova, di fare cose difficili, di rischiare: altrimenti crederanno di non potercela mai fare, di saper camminare solo perché c’è la mano della mamma che li tiene, di non essere all’altezza delle loro ambizioni.

I bambini hanno diritto di avere altri punti di riferimento che non siano i genitori: perché il mondo è così grande che non lo esploreranno mai tutto se devono sempre stare attaccati alle nostre gambe, perché a volte serve un altro parere diverso dal nostro, perché anche noi siamo fallibili.

I bambini hanno diritto di avere i loro gusti e di manifestarli: nel vestire, nel leggere, nello sport e nelle attività artistiche, nei giochi. Non è attraverso di loro che realizziamo quello che non siamo riusciti a fare nella nostra vita. Non sono dei nostri cloni, ma persone diverse da noi, con un pensiero autonomo e talenti personali.

I bambini hanno diritto di fare i bambini, perché hanno intorno degli adulti che hanno il dovere di fare gli adulti:  che danno il giusto valore ai loro impegni, dalla scuola allo sport, alle loro relazioni sociali; che gli fanno notare i loro errori e si siedono lì a fianco per stimolarli a trovare il modo di correggerli; che mettono loro dei limiti e dei vincoli e li richiamano a rispettarli, negoziando con loro i cambiamenti quando sono necessari; che li lasciano liberi di provare anche quando pensano che forse non ce la faranno, che li spingono ad assumersi il rischio di fare cose nuove; che lavorano in rete con gli altri adulti e non si sentono sminuiti nel loro ruolo o fanno a gara quando condividono la responsabilità di educarli con insegnanti, allenatori, amici, familiari; che non li plasmano a immagine e somiglianza di quello che piace a loro o di quello che a loro sarebbe piaciuto essere.

I bambini hanno diritto di essere oggi quello che sono, per poter diventare le persone migliori che potranno essere domani.

quello di cui ho diritto

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Ho diritto di non accorgermi di qualcosa. Di non vedere le scarpe dei figli abbandonate davanti al divano, la biancheria sporca che cerca di trasformarsi in montagna (e ci riesce), il piano della cucina con tutti i segni delle cene precedenti, i gomitolini di polvere nell’angolo della cucina d fianco al frigorifero.

Ho diritto di essere imprecisa. Di non portare a termine la procedura per la spesa online e nonostante questo poterla ritirare comunque, di leggere male la mail di un appuntamento ma di arrivare magicamente in orario, di dimenticare di controllare il diario di uno dei figli e fare comunque in tempo a procurarmi la carta crespa bianca, il cartoncino tinta pastello e la scatola dei tesori.

Ho diritto di non cogliere. La prontezza (e imbarazzo) del ragazzo che chiede l’elemosina davanti al supermercato di zona nel rispondermi che sì, accetta volentieri dei vestiti da uomo. La fatica della collega che mi parla del suo bambino che non sta bene. La tristezza di mia figlia che si è tolta un brufolo sulla fronte, perché tutti a scuola glielo hanno fatto notare e già lei è brutta, con quella cosa in mezzo alla fronte è ancora peggio.

Ho diritto di aspettare. Qualcuno che pieghi le coperte lasciate sul divano o la biancheria stesa che ormai si è seccata sui fili, qualcuno che faccia il cambio degli armadi e metta via i vestiti che ai ragazzi non stanno più, qualcuno che riordini lo sgabuzzino. Qualcosa che mi faccia ridere a crepa pelle e mi regali 2 minuti di leggerezza, senza pensieri, senza aspettative, senza responsabilità.

Ho diritto di perdonarmi. Gli errori che commetto quotidianamente perché ho il vizio di fare 10 cose contemporaneamente e lasciarne in sospeso 9. L’impossibilità di essere ubiqua, una e trina (ma anche 10 o 11), per poter seguire ogni momento importante dei figli. Le telefonate non fatte agli amici che hanno bisogno di me, che stanno vivendo un momento difficile, che avrebbero qualcosa da festeggiare. La fatica di portare a termine tutti gli impegni che mi prendo. La mia imperfezione, qualcosa con cui devo fare sempre i conti e a cui non riesco a rassegnarmi. Le promesse non mantenute ai ragazzi, perché la vita si complica e i programmi si devono cambiare.

Ho diritto di essere orgogliosa. Per quello che so fare, per la famiglia che ho costruito, per gli amici che mi stanno vicino, per la professionalità che ho, per come sono educati e intraprendenti i miei figli, per il bene che mi vuole mia nonna, per il rapporto con i miei suoceri, per l’aiuto che mi danno tutti i giorni i miei genitori, per il tono gentile di mio nipote quando mi parla al telefono, per le attenzioni di mia sorella, per la condivisione costante con la mia amica, perché sua figlia di due anni sa il mio nome e mi da i baci quando la vedo, per il marito meraviglioso che mi ha scelto come compagna 15 anni fa, per quello che scrivo. Per quella che sono.

Ho diritto di festeggiare, oggi e ogni giorno.

il diritto di essere loro

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I bambini hanno diritto di sbagliare: i compiti, il tiro libero a basket, la verifica di geografia, il modo di reagire nella discussione con l’amico. Domenica sera ho controllato i compiti di Diego, seconda elementare, e ho trovato un errore nell’interpretazione di una domanda. Gliel’ho fatto notare, gli ho spiegato perché aveva sbagliato e lui mi ha risposto “ho capito, però non lo correggo. Lo corregge la maestra” e ha ragione, che se gli errori si correggono sempre in anticipo non serviranno mai a farci imparare qualcosa.

I bambini hanno diritto di cambiare, di diventare diversi da com’erano ieri e hanno diritto che chi gli sta di fianco veda questo cambiamento. “Sei sempre in ritardo! Non metti mai a posto le tue cose! Fai sempre i capricci!”: dico ogni giorno frasi di questo genere e non vedo quanto loro non siano così appiattiti come le mie parole li dipingono. A volte perdono tempo al mattino vestendosi, ma altre volte sono precisi e puntualissimi; spesso i loro quaderni restano per giorni interi sul tavolo del soggiorno, ma molte altre volte si sforzano di ricordarsi di metterli a posto; ci sono i momenti in cui fanno i capricci come se avessero due anni e quelli in cui si dimostrano maturi e comprensivi, anche se le cose non vanno come loro avrebbero voluto.

I bambini hanno diritto di avere delle aspettative: le loro sul mondo e quelle che gli altri hanno su di loro. Non viviamo soli e isolati nell’universo e ciò che succede intorno a noi ci riguarda e ci influenza, cambia la nostra quotidianità e il nostro modo di essere, di bambini e di adulti. Avere (e ammetterlo) delle aspettative sugli altri è normale e sano, perché vuol dire mettersi in relazione. Avere delle aspettative sui bambini vuol dire dare valore al loro essere nel nostro mondo, considerarli persone che hanno un ruolo nella nostra vita, una responsabilità. E si cresce solo se qualcuno ci da delle responsabilità, commisurate alle nostre possibilità, ma reali, non tanto per farci sentire importanti.

I bambini hanno diritto di chiedere scusa e di avere qualcuno a cui chiederlo: perché vuol dire che dopo il loro errore quella persona è ancora lì, non ha chiuso la porta, non li ha lasciati soli nello sbaglio. È ancora lì per aspettare che si accorgano dell’errore e che trovino il coraggio e le parole per ammetterlo, ascoltare e forse accettare le loro scuse, ascoltare la loro consapevolezza. Hanno diritto che dopo lo sbaglio ci sia ancora un adulto che gli dica che loro non sono il loro errore e che possono continuare a camminare, correggendo ciò che non è stato fatto bene, imparando da entrambe le esperienze: dallo sbagliare e dal chiedere scusa.

I bambini hanno diritto di camminare da soli, ma di crescere in una comunità: che è una famiglia piuttosto larga, fatta di amici, compagni di classe, fratelli e sorelle maggiori e minori, anziani, adulti e bambini, insegnanti, allenatori, educatori, compagnie che sanno essere buone o cattive a seconda dei momenti, genitori biologici e acquisiti.

I bambini e i ragazzi hanno diritto di essere amati e ascoltati, accompagnati e accolti. Di essere pensati nelle nostre giornate e nei nostri progetti, di avere il loro spazio come persone e non solo quello riservato a loro come nostri figli. Hanno diritto di essere loro e non solo nostri.

diritto alla propria voce

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Oggi ho chiesto ai ragazzi di fare un disegno o scrivere qualcosa pensando ai diritti dei bambini e dei ragazzi. Ci sono dei diritti che conosco bene, ma troppo spesso dimentico.

Il diritto di litigare: quando i miei figli si attaccano l’un l’altro e gridano e si trattano male li riprendo, li sgrido, minaccio castighi. E invece dovrei ricordarmi le mie litigate con mia sorella e con la mia amica, colorite e chiassose. Quelle in cui imparavamo a riprenderci i nostri spazi e le nostre cose, in cui trovavamo modi fantasiosi di esprimere la rabbia (ho minacciato la mia amica di farle comparire il triangolo delle bermuda sotto i piedi, ne vado ancora particolarmente orgogliosa), in cui mettevamo in atto colpi bassi e strategie (mia sorella mi tirava i capelli, che avevo lunghi, io le davo i pugni in pancia perché non lasciavano segni e lei soffriva di mal di pancia spesso). Forse non erano momenti edificanti, ma sicuramente erano costruttivi: di una relazione che comunque dopo continuava, di una personalità che scopriva anche il brutto che aveva dentro, di una capacità di osservare l’altro e impararne i punti deboli, che prima o poi avremmo imparato a proteggere e non a usarli per ferire.

Il diritto di andar lenti: me ne dimentico tutte le mattine quando li rimprovero per tutto il percorso da casa a scuola perché perdono tempo camminando, perché stanno tre passi dietro di me, perché di tanto in tanto corrono per raggiungermi. Nessuno ci sta inseguendo, non arriveremo in ritardo a scuola (perché la sindrome da Bianconiglio non mi abbandona mai) e ho imparato, su altre strade e con altri compagni, che il passo si fa su quello del più debole. E che il bello della strada è guardare il paesaggio intorno e parlare col tuo vicino, non solo arrivare.

Il diritto di essere assaliti dalla stupidera: è quella ridarella irrefrenabile, che non ricordi più come è nata, ma che quando parte invade ogni cosa, quella che in Mary Poppins fa salire leggeri fino al soffitto. È quel cuore leggero che ti permette di vedere il lato divertente in ogni cosa, quella volontà di stare allegri e insieme, perché la risata di uno chiamerà quella dell’altro in una valanga di sciocchezze. E quando vengono assaliti dalla stupidera, sono insieme, uniti, indissolubili. Ecco dovrei pensare a questo anziché infastidirmi per la confusione che fanno, perché diventano ciechi e sordi a qualsiasi altra cosa succeda intorno. Dovrei dimenticare il “contegno” e salire con loro fino al soffitto, col cuore leggero e la mente libera. Per essere insieme, uniti e indissolubili.

Oggi è la giornata dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Noi adulti dovremmo ricordarci di chiedere a loro quali sono i diritti che vorrebbero vedere riconosciuti e tutelati, quali sono i loro bisogni e le loro ambizioni. Perché se è vero che quasi tutti i bambini che abbiamo vicino hanno una casa, dei vestiti, vanno a scuola e fanno sport, è altrettanto vero che questi stessi bambini troppo spesso non hanno qualcuno che gli chieda “ma tu cosa vuoi? di cosa hai bisogno?”. Non ci rivolgiamo a loro come a soggetti con una dignità e così cresciamo ragazzi che non sanno cosa rispondere e non hanno le parole per esprimere ciò di cui hanno bisogno. Ma questo non vuol dire che non abbiano esigenze e richieste. Vuol dire che non gli abbiamo riconosciuto il primo diritto indispensabile per essere protagonisti della loro vita: avere la propria voce.

ps. nella foto il diritto più importante per Jacopo

un giorno non avremo più bisogno

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Un giorno non avremo più bisogno di quote rosa. Quel giorno sceglieremo le persone per le loro capacità, per il loro talento, per le loro competenze, per la loro storia e per il loro slancio verso il futuro.

Un giorno non avremo più bisogno di sfilare per le strade per il gaypride. Quel giorno ognuno sfilerà nei suoi percorsi giornalieri portando con dignità e normalità ciò che è nella sua vita, senza dover nascondere od ostentare.

Un giorno non avremo più foto sui social con l’hastag #notinmyname. Quel giorno ci accorgeremo che i nostri nomi e le nostre identità sono così sfaccettate da non poter essere rinchiuse in una categoria, che ci rende vittime o carnefici a seconda di chi ci sta guardando.

Un giorno smetteremo di definire la donna che in politica cambia bandiera una “puttana”. Quel giorno ci renderemo conto che vendere il proprio corpo non è sinonimo di una colpa, ma di un dramma che qualche donna vive quotidianamente, di un’offesa che qualcuno le infligge.

Un giorno potrò spiegare a mio figlio perché la maestra della sua scuola materna è stata uccisa dalla persona che diceva di voler stare con lei. E saprò spiegargli che in tutto questo non c’era amore e neanche malattia, intesa come qualcosa che può fornire una giustificazione a un gesto che giustificazione non ha.

Un giorno capiremo cosa muove la violenza verso un’altra persona, donna o uomo che sia, gay, lesbica o eterosessuale, bianco o nero, cattolico o musulmano, ricco o povero. E saremo in grado di farne a meno.