è di notte

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Vado avanti, ogni giorno, sorridendo dentro e fuori perché sto vivendo settimane stimolanti, ricche, intense. Mi sto sentendo competente e viva, piena di energia, di voglia di imparare, di superare i miei limiti.

Ma il mio inconscio mi presenta il conto. Di notte, con sogni così terribili da aver paura a ricordarne i dettagli, con immagini così tetre e cupe, da non riuscire a trasformarle in parole.

E in questi sogni c’è sempre una porta, dietro cui succede l’inimmaginabile, che cerca di nascondere quello che non si può dire. Cerca, perché io lo so cosa c’è lì dietro. L’ho visto e sono andata via, ho evitato di riaprire la porta.

Forse è il mostro di 7 minuti dopo la mezzanotte che viene a raccontarmi le storie che di giorno non potrei sopportare, perché mi toglierebbero le energie, la concentrazione, la voglia di fare. Deve essere lui, che non mi è venuto a trovare prima e adesso mi accompagna nel mio percorso, che non posso fare che da sola, per metabolizzare l’ultimo mese e mezzo.

Torna a trovarmi, mostro: ti farò entrare nei miei sogni ogni notte, finché non potremo aprirle tutte le porte. È difficile, ma è l’unica strada possibile.

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una bacchetta magica

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Vorrei una bacchetta magica, di quelle che esistono nelle favole, per togliere le fatiche a chi ho di fianco.

Perché F. possa sapere chi era sua nonna, perché possa intuirne il rigore e la cura che ha saputo dedicare a noi e ai bambini che ha cresciuto, perché possa apprezzarne il sarcasmo e la durezza, la voce un po’ rauca, i consigli sbrigativi e i gesti di amore che ci ha lasciato.

Perché S. possa tornare a fare la figlia, con la leggerezza che vorremmo avere sempre noi figli e possa avere qualcun’altro, con un altro ruolo, che si occupi delle paturnie di un ultra settantenne a cui non possiamo più chiedere di cambiare, che è sempre stato poco volentieri negli ospedali come visitatore e adesso è diventato lui il paziente.

Perché G. possa avere ancora del tempo con E., perché non sono così abituali le coppie che dopo oltre 30 anni di matrimonio e i figli grandi hanno ancora tanto da fare insieme e da dirsi. E quando uno dei due se ne va, restano troppi discorsi in sospeso, troppe questioni ancora da affrontare, viaggi da fare, film da vedere, libri da consigliarsi. E chi resta non sa che farsene di tutta quella strada che ha di fronte senza il compagno della propria vita.

Perché G. possa godersi la sua pensione, il suo tempo libero, lei che ha sempre corso, lei che è l’unica che io abbia conosciuto che quando faceva part-time non faceva meno di 30-36 ore a settimana. Lei che quando sono arrivata nella mia agenzia era la collega esperta e adesso è un’amica di cui non so fare a meno. Lei che sa essere scrupolosa ed efficace insieme, lei che ha un senso del dovere più forte del mio.

Perché L. non si senta con una scadenza scritta addosso, perché possa pensare di avere tempo di vedere i nipoti diventare sempre più grandi, accompagnare sereno e in forma all’altare sua figlia, guidarla. Lui che ci insegna ogni giorno che per vedere le cose non servono occhi che funzionano, ma un cuore che sa ascoltare e una coscienza che ha il coraggio di scegliere, lui che deve appoggiarsi al nostro braccio per farsi guidare nei posti sconosciuti.

Vorrei una bacchetta magica perché il dolore intorno a me mi fa sentire impotente e questa è la sensazione che più patisco. Perché sono una persona che ha bisogno di fare per riuscire a dare l’affetto che ho dentro e per cui non conosco gesti.

liberté, égalité, fraternité

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Liberté. Di pensare con la propria testa, di parlare ed esprimere il proprio parere, il proprio dissenso, di ridere e di provocare. Di non aver paura, di vivere le nostre città con fiducia e serenità. Libertà di pensare di poter costruire un modo diverso di vivere: di fare profitto, di lavorare, di fare informazione, di parlare, di stare a scuola. Un modo in cui il guadagno è giusto e non sproporzionato perché basato sullo sfruttamento dell’ambiente o delle persone; in cui il lavoro è un luogo di responsabilità e di espressione della propria umanità; in cui l’informazione punzecchia il potere e stimola la consapevolezza dei cittadini, fornendo gli strumenti per prendere posizione; in cui le parole sono importanti e usate con attenzione, senza leggerezza; in cui la scuola forma dei ragazzi e delle ragazze al rispetto degli altri, alla conoscenza della storia, alla convivenza nelle diversità, all’impegno personale e al protagonismo per realizzare un progetto comune.

Égalité. Stessi diritti per tutti quelli che rispettano le regole civili di convivenza, le leggi. Uguaglianza di possibilità di formazione, cure mediche, crescita culturale, di muoversi nel proprio paese, di trovare un lavoro, di fare dei figli e di costruire una famiglia. A prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale, dall’essere uomo o donna, ricco o povero.

Fraternité. Vicinanza, senso di sentirsi parte di uno stesso progetto, nazione, umanità pur nelle diversità e nei contrasti. Vuol dire solidarietà e compassione, cioè patire con gli altri, farsi prossimi a chi sta di fianco a noi, considerandolo un fratello e una sorella e non un possibile nemico da cui proteggersi, difendersi, nascondersi.

Siamo tutti feriti oggi, ma dobbiamo ricordarci del dolore e dello sgomento domani: quando zittiremo chi alla riunione di classe non la pensa come noi, quando penseremo “lavoro agli italiani” nel vedere il ragazzo di origini indiane (laureato al politecnico di Torino in ingegneria tessile, tanto per la cronaca) che vende il giornale nella piazza del quartiere, quando eviteremo di incrociare gli occhi del ragazzo di colore che davanti al supermercato ci saluta col cappello in mano.

La convivenza civile non è uno slogan da sbandierare sui social network all’occorrenza, non è una moda. È un vestito, che ciascuno se vuole si cuce addosso, giorno dopo giorno, nella vita normale.

cose che non vanno in prescrizione

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Ci sono cose che non “passano” col tempo.

L’amore per i figli, perché da quando gli dai casa nella tua testa e nel tuo cuore, diventano qualcosa di indissolubilmente legato a te, quasi in maniera carnale, quasi come un altro pezzo del tuo corpo che vive di vita autonoma e si muove per il mondo, ma di cui sempre ti sentirai parte, custode.

Il segno sulla pelle e sull’anima che ti lascia una ferita profonda. Ho sul polpaccio la cicatrice dell’asta del salto in alto che mi ha tagliato a 15 anni e sulla coscia quella della pietra su cui mi sono  graffiata in montagna a 18, quando ero troppo stanca dopo la salita al colle per prendere bene le misure ed evitarla. Ma ho anche nell’anima le cicatrici delle perdite importanti della mia vita, di quelle persone che hanno lasciato il mio mondo quando ancora avevo tanto bisogno di loro. Non piango più quando le tocco volontariamente o no, la crosta è andata via e posso accarezzarle piano. Ma ho sempre un fremito, è sempre un punto di me che riconosco a occhi chiusi.

Il bisogno di giustizia, quella necessità di dover vedere ristabilita di fronte a tutti la verità rispetto a un torto o a un danno subito, direttamente o perché siamo parte di un territorio, di una comunità, del genere umano. È quello che ho provato entrando al museo ebraico di Berlino, nel giardino dell’esilio; o nel campo di Dachau, in quei viali divisi solo da un muro dal mondo “normale”; o sentendo il racconto degli sbarchi dei migranti da chi li ha vissuti a Taranto. O leggendo sui giornali dei morti per l’amianto.

La colpa c’è stata, il danno è evidente a tutti ed è provato. La prescrizione è come dire che quella pagina della storia è troppo lontana da noi per occuparcene ancora. Un territorio porta ancora i segni di quella colpa, una comunità porta la memoria di quel danno, ogni lavoratore porta su di sé l’ansia che per il profitto possa essere messa in gioco la sua salute e la sua sicurezza. Ma quell’episodio è troppo vecchio, abbiamo ormai girato molte pagine del libro.

Però, se il libro andiamo a riprenderlo si aprirà sempre in quella pagina, quella non risolta, quella che ancora grida per avere attenzione. Il dolore non va in prescrizione e neanche il bisogno di giustizia.

donne come me

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Ci sono donne che si amano troppo poco.
Troppo poco per cercare una vita felice, una relazione in cui la regola è il rispetto e l’amore, la libertà e l’autonomia.
Troppo poco per sentire l’amore intorno a loro, la vita che freme e corre, il calore che il loro sorriso sa trasmettere agli altri, la serenità che comunicano i loro occhi.
Ci sono donne che giocano a nascondino.
Si nascondono come i bambini che dietro al dito credono di essere invisibili. Mettono dietro al dito la loro debolezza che fa accettare violenze e soprusi, mostrando al mondo un altro volto. Nascondono le proprie sofferenze, lottando a colpi di sorrisi, disponibilità verso gli altri, generosità, contro un mostro che le mangia dentro e che le lascia vuote. Vuote a tal punto da pensare di essere involucri inutili.
Ci sono donne di cui scopri le storie solo quando ormai è troppo tardi. Quando il mostro, che sta dentro o fuori di loro, ha vinto.
E a te non resta più niente da fare.