fratelli contesi

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– Chi vuole una pizza? –

– Diego, avevi detto che giocavi con me alle Barbie che fanno ginnastica artistica… –

– Ma adesso devo preparare la pizza per papà –

– Prepari la sua e poi vieni a giocare con me –

– Mamma vuoi una pizza? –

– Nooo, avevi detto che giocavi con me. Vabbè ti aiuto, così facciamo prima. Cosa vuole sulla pizza? Funghi? Pomodori? Peperoni? –

– Io le porto il cestino per il vomito –

– Ma come il cestino per il vomito, sarà buona la pizza mica dovrò vomitare! –

– Se le viene da vomitare signora Mamma si ricordi di vomitare nel cestino e non sulla pizza –

Mangio la pizza e in effetti, sarà sicuramente per la quantità, mi viene da vomitare. Prendo il cestino, ma subito il cameriere viene ad aiutarmi piegandomi la testa.

– Ecco adesso tutti hanno mangiato la pizza, torniamo a giocare alle Barbie –

– Ma io forse non voglio giocare… –

Si inserisce il terzo incomodo

– Diego, vuoi giocare a basket con me? –

– Non è valido, avevi detto che giocavi con me. Con me non giochi mai –

– Non è vero Lucia, gioco sempre con te –

– E dai, gioca con me… –

– Diego, io te la passo e tu tiri a canestro? –

Alla fine: Diego e Jacopo giocano a calcio nel corridoio (e Flavio e io facciamo finta di non sentire perché sarebbe vietato giocare a calcio in casa, ma nessuno dei due ha voglia di andare a sgridarli), Lucia ha iniziato a preparare le pizze. Ne porta una a me e poi va dal papà a prendere l’ordinazione, curando anche il marketing.

– Sono molto più buone di quelle di Diego –

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akuna matata (prima o poi)

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I weekend sono un incastro in cima a settimane di equilibrismi. E ci sono quei weekend in cui nonostante la sveglia sia in vacanza, alle 6,30 del mattino sei in piedi. Pensando ai pezzi che hai perso per strada.

Pensando che se hai invitato degli amici non ne hai visti altri e nella lista di attesa delle attenzioni da dare, non sa più come collocare le priorità.

Pensando che ti spiace far saltare il torneo di basket a tuo figlio, che forse tra il catechismo, passare dalla nipote tornata dall’Irlanda, il pranzo dai nonni, i compiti, le docce, il taglio di capelli (che io vorrei fare ai figli maschi, ma loro non vogliono), l’attività scout, la visita allo zio operato al femore e dolorante, lo spettacolo di stasera, forse potrebbe anche starci.

Pensando che dovrai far stare nella prossima settimana l’invito al compagno di classe della materna, tra allenamenti di artistica, nuoto, teatro e altri ameni normali impegni della settimana.

I pezzi che perdo per strada sono più di quelli che tengo insieme, le cose che non faccio abbastanza bene sono più di quelle che riesco a portare a termine dignitosamente, le persone che trascuro sono più di quelle di cui mi occupo. E questa sensazione di rincorrere l’efficienza è sempre lì che mi sta col fiato sul collo, che mi ricorda cosa dovrei fare.

Invece vorrei una voce nella mia testa che mi ripeta “akuna matata, senza pensieri la tua vita sarà”. Sarà, ma prima devo arrivarci.

ps. la foto è la mia cucina stamattina alle 7, desperate technological housewife come mi ha definito mio marito.

questa domenica in settembre

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Le domeniche di settembre hanno qualcosa di triste e malinconico. Come quelle di giugno.

Sono mesi traditori, che ti danno l’illusione della calma, del tempo libero, della vacanza. E invece alle 19, quando ancora il sole ti scalda e la luce sembra non debba mai finire, ti assale la consapevolezza che quella è una domenica sera. E di un mese in cui si lavora a pieno regime per giunta: con la scuola domani e le cartelle da preparare, le attività sportive e le borse da ricomporre, la casa da rendere pronta all’assalto della frenesia della settimana che inizia (e quindi è meglio portarsi avanti con le lavatrici questa notte, così domani si potrà ricominciare a stendere all’alba). Le domeniche di settembre sono una promessa non mantenuta: che ci sarà sempre tempo per fare quello che ci piace di più. che ci fa star bene.

I lunedì di settembre hanno qualcosa di allegro e rassicurante. 

Sono giorni di sacchetti igienici e grembiuli pronti sulla poltrona dell’ingresso, di colazioni e uscite di casa tutti insieme, di check list sulla porta (“avete preso la merenda? le scarpe da ginnastica per la palestra? il gioco che hai portato venerdì da scuola lo devi restituire, te lo ricordi?”), di passeggiate più o meno calme sotto i portici, mano nella mano a ripetere quanto sarà bello rincontrare i compagni di classe, a ripassare “ghi” e “gi”, a sentire le chiacchiere tra due ragazzini di 10 anni che parlano di mondi nei quali non mi è concesso entrare, di rumore degli odiosissimi carrellini porta zaino con cui i bambini o genitori di turno mi falceranno le caviglie davanti alla scuola elementare. I lunedì di settembre sono promesse di routine, consuetudini, conferme.

E in fondo credo che ognuno di noi abbia bisogno sia di stimolanti illusioni, che di rassicuranti conferme.

 

tuttadritta tuttinsieme

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Prima c’è l’incoscienza, la promessa fatta a un’amica più per non fare quello che ti propone per domani, per trovare una merce di scambio che non sappia proprio di scusa.

Poi c’è la determinazione a essere costanti con l’allenamento, perché altrimenti sei certa che non ce la farai mai. E nell’allenamento si alternano la fiducia (nelle giornate giuste) e lo sconforto (in quelle pesantemente sbagliate).

Poi c’è la paura del giorno prima, il pensiero “ma chi cavolo me l’ha fatto fare?” e il senso di aver generato un’aspettativa, in te, ma soprattutto negli altri che sanno che tu sarai lì, che ti fa un po’ tremare le gambe.

Infine arriva l’agitazione positiva, sulla navetta che ti porterà alla partenza, l’allegria del vociare sparso, l’occhio che verifica quanto sembrino allenati, forti, tecnici i tuoi occasionali compagni di viaggio. Il senso di “sentirsi dentro un evento” che ha un senso per la città, che coinvolge, disturba, modifica il corso normale della domenica mattina.

E poi c’è la gara: fatica, trucchi per non pensare, compromessi tra la testa e il fisico (“conti fino a 500 e poi guardi l’ora” oppure “è solo un susseguirsi di semafori”), occhi che cercano i tuoi familiari “supporter”, allegri, festanti, motivanti (“mi stanno aspettando loro, non posso fermarmi”), immaginare di vedere a bordo strada tuo nonno che faceva il tifo alle gare di bici, la tua seconda mamma che sta correndo molto sopra di te, ripensare a Lucia che due settimane fa piangeva alla sua prima gara, ma poi gareggiava, asciugando le lacrime e tenendo a freno l’ansia. Pensieri sparsi che per poco meno di un’ora mi hanno spinto, sostenuto, motivato.

E poi sul fondo vedi il traguardo e lì capisci che ce l’hai fatta, che hai raggiunto il tuo risultato, che hai vinto una dietro l’altra le tue sfide: iscriverti, partire, correre senza fermarti, ottenere il tempo sperato.

Bello. Bello avere chi mi ha spronato, sostenuto, punzecchiato perché io ci provassi. E ci sono riuscita.

la domenica di ogni stanza

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La domenica ogni stanza si sveglia e si anima, e parla:

Cucina

dal telefono “un trapezio isoscele è circoscritto a una circonferenza… trovare l’area e il perimetro”

“cerca su google formule trapezio isoscele circoscritto a una circonferenza”

Salotto

“adesso faccio i mii di tutti i membri della famiglia per giocare alla wii”

“fai anche Cambum, il mio amico immaginario”

“come si chiama?”

“Cambum Rosetta, Rosetta è il cognome”

Stanza dei ragazzi

“mamma ci facciamo dei tatuaggi, io li faccio a Diego”

“guarda ho un razzo”

“cos’hai?”

“un missile sul braccio”

Alla fine: i problemi di geometria della nipote grande sono stati risolti; Cambum Rosetta ha segnato, così come nonno Feli, zio Gianlu e Lucia; oltre al razzo Diego ha un orologio e altre cose sparse sulle braccia, ma ha deciso di lavarle via (non so ancora con quanto successo).

E sono solo le 10,20.