inseguimenti

Standard

Credo sia colpa dell’età. Di questi anni troppo pieni: di competenza, di relazioni, di ruoli, di responsabilità, di talenti scoperti, di progetti, di sete di sogni collettivi.

È colpa di questa età così piena di possibilità se passo ogni secondo della mia esistenza all’inseguimento. Delle idee che mi vengono, dei progetti in cui mi tuffo con testa, mani, pancia, cuore, gambe. Delle relazioni in cui non mi basta mai un livello superficiale, devo sempre essere attenta, empatica, sincera, profonda. Della vita quotidiana che voglio portare avanti in un certo modo, con cene cucinate, verdura a tavola, biancheria piegata, piante rigogliose in balcone. Della fame che il mio cervello ha di stimoli, siano musica, teatro, mostre, libri (qui apriamo una parentesi: non riuscire a leggere quanto vorrei, essere così stanca da non trovare mai il tempo per concentrarmi su nuove storie è una sofferenza fisica). Della crescita dei miei figli, con i loro impegni, i loro cambiamenti, le loro domande, la loro vita in cui continuano a chiamarmi dentro, in cui io voglio continuare a stare.

È colpa dell’età così ricca di voglia di cambiare il mondo se corro tutto il giorno su un tapis roulant senza mai arrivare a conquistare tutti i traguardi. Sarà colpa di quello che ho imparato quando ero più giovane “quando guardate, guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancor più lontano“.

Perché, anche se l’inseguimento a volte è faticoso, quello che dà gioia non è il traguardo, ma il percorso. Non è la vetta, ma la strada.

suggerimenti

Standard

Autobus, lunedì mattina. Pioggia fuori. E già che non ci sia dentro è qualcosa che ho imparato a non dare per scontato.

Il 63 passa davanti a scuola del figlio piccolo e anche se è più lento lo prendo volentieri, perché di solito mi siedo e riesco a leggere. Passa davanti a varie scuole e tra case popolari, dove molte sono le donne velate che salgono con i bambini piccoli, dopo aver lasciato fratelli e sorelle maggiori a scuola.

Sale un uomo, tra i 45 e i 50 anni, sbraitando e urlando che il problema delle ragazze è che fanno troppi figli.

– Vi riproducete troppo, siamo 9 miliardi sul pianeta, sta scoppiando – le ragazze velate che salgono coi passeggini dopo di lui rispondono e un’altra nera alza la voce, mentre l’uomo continua ad argomentare.

– Non è una questione di razzismo, bianchi, neri, gialli: siamo troppi, bisogna smetterla di fare figli. Perché il figlio suo non è solo suo, è figlio del mondo –

Gli altri passeggeri ridacchiano di spalle, aggiungono mezze frasi “meno male che lui non si è riprodotto”.

– Certo, io non ho figli perché non saprei fare il padre, non come tutti quelli che fanno figli e poi non li sanno educare –

Devo dire la mia, perché è evidente che il suo problema è il genere umano per intero, ma non è un caso che se la sia presa con due ragazze musulmane.

– Se ce l’ha col mondo scenda dal pullman e la smetta – le ragazze adesso ridono tra loro e scambiano sguardi divertiti con i passeggeri intorno; mi guardano sorridendo, ci parliamo a distanza.

– Non ce l’ho col mondo, è il mondo che è troppo pieno. Sta scoppiando. Non si può scopare e fare figli come conigli –

Intervengono due ragazze, spiccato accento del sud Italia.

– Allora la prima che ha sbagliato a riprodursi è stata sua madre –

– Certo che ha sbagliato, se non ero nato mica morivo dal dispiacere. Tu devi studiare: vai a studiare come non rimanere incinta –

Così: per 25 minuti di viaggio, tra l’incredulità generale e discriminazioni sparse. Di religione, colore della pelle e, ovviamente, sesso. E tra la solidarietà femminile, che dei matti misogini sui pullman se ne infischia.

Grazie gtt per la commedia umana itinerante, ho iniziato la settimana col sorriso.

solo la donna che sono

Standard

Sono una donna normale, nella media.

Una donna che accompagna ogni mattina a scuola i suoi ragazzi, ma ha difeso con tenacia la possibilità di fare un lavoro che le piace e che a volte la porta lontano dai suoi figli.

Una donna che ancora non sa bene cosa è capace di fare, che si sente continuamente in cammino e sotto esame, che si stupisce quando la chiamano signora e le danno del lei.

Una donna che punta sul (suo) contenuto, perché del (suo) contenitore è perennemente insoddisfatta. Che si sente goffa e imprecisa e spia le altre donne così a loro agio nel loro corpo, vestito, trucco.

Una donna che piange, quasi sempre da sola. Perché non è timida per ciò che riguarda le sue opinioni, ma si imbarazza per i sentimenti.

Una donna che cerca parole per spiegarsi il mondo, per dare forma ai pensieri e agli eventi.

Una donna che fatica a essere ottimista, ma pensa di non potersi permettere lo sconforto. Perché sei occhi la guardano quando affronta i contrattempi e le difficoltà della vita quotidiana. Perché sei orecchie imparano dalle parole che usa per descrivere gli eventi che la misura e l’equilibrio ci aiutano a non perdere la direzione.

Una donna che è una pianta grassa, spine che durano sempre e fiori che vivono un giorno.

Sono solo la donna che sono, #justthewomaniam. E oggi ho camminato, con altre donne forti e deboli come me. Ho camminato non perché abbia una incrollabile fiducia nel domani. Ma non abbiamo altra scelta, se non camminare.

(l)a parità

Standard

A parità di tempo a disposizione un uomo farà le cose che in quel lasso di tempo ci stanno: fare la spesa per la sopravvivenza della famiglia nelle prossime 48 ore, andare a prendere i figli agli sport, leggersi il giornale seduto sul divano. Una donna farà le cose che in quel lasso di tempo ci stanno e una decina in più: fare la spesa, comprando anche gli affettati per la gita del piccolo e l’uscita scout che sarà tra tre giorni, andare a prendere i figli a scuola e nel frattempo chiamare l’amica che non si sente da tempo, sentire la nonna per capire chi domani porta la figlia di mezzo a ginnastica, preparare la cena e mettere già la tovaglia sul tavolo, così quando torna dovrà solo lanciare piatti, bicchieri e posate in ordine più o meno casuale, ritirare la biancheria stesa e far partire un’altra lavatrice.

A parità di stress lavorativo un uomo cercherà qualcuno a cui delegare e soprattutto scaricare la responsabilità (“l’ho detto a te” “si, ma mi stavo lavando i denti in bagno” “non importa, io te l’ho detto dovevi ricordartelo anche tu”), smetterà di parlare con chiunque e si isolerà dal mondo, in un comportamento autistico degno di Rain Man. Una donna penserà che in fondo le ore di sonno sono un lusso che non si può tanto permettere e inizierà a pensare di poter lavorare al mattino presto per arrivare a lavoro con le mail già scritte e i resoconti delle riunioni fatte; cercherà di collaborare coi colleghi per trovare insieme una soluzione e quando non si troverà (la soluzione) dirà che comunque era una sua responsabilità e doveva occuparsene lei, cercherà di mantenere un atteggiamento sociale degno di questo nome, saluterà al mattino con dissimulato ottimismo, cercherà di motivare la squadra.

A parità di assenze un uomo penserà che sia giusto prendersi i propri spazi e si godrà i momenti di solitudine e black out dal mondo. Una donna penserà che sia giusto prendersi i propri spazi e si godrà i momenti di solitudine e black out dal mondo, ma metterà in conto di accompagnare il figlio piccolo alle prossime 10 feste di compleanno al centro commerciale, manderà messaggi al figlio grande per sapere come è andata la lezione di pianoforte, si occuperà di ricordare alla figlia di mezzo di portare il materiale che serve a scuola (e che ha già lasciato pronto sul tavolo).

A parità di domanda “ti piace cucinare?” un uomo risponderà che è molto bravo a cucinare il pesce o le ricette etniche, che conosce i segreti del lievito madre e i calli del contadino del mercato da cui una volta al mese compra verdure rigorosamente biologiche e a km 0,0000. Una donna dirà che si, cucina tutte le sere, cercando di far tornare l’equivalenza tra tempo impiegato, soddisfazione di tutti i commensali (mediamente più minorenni che maggiorenni) e salubrità del pasto. Del contadino del mercato conosce la posizione del banco, i giorni in cui c’è e quelli in cui non c’è e i prezzi. E a volte non lo frequenta perché la sua insalata sarà pure biologica, ma ci vogliono 2 giorni per lavarla e le buste pronte del supermercato si acquistano anche all’ultimo secondo.

La parità è qualcosa che, a parità di intenzioni, a volte noi donne non riusciamo a concederci.

il mio 8 marzo

Standard

Da piccola non andavo mai in bagno con le mie amiche, perché la pipì sapevo farla da sola e non vedevo il bisogno di chiudersi in un posto poco invitate e fare le galline. A 13 anni ho avuto un’amica femmina, perché non se ne può fare a meno, ma chi ricordo con più vicinanza è un compagno di classe, di cui non ero innamorata e non credo di esserlo mai stata, ma con cui chiacchieravo e passavo il mio tempo. Alle superiori una delle mie migliori amiche giocava a calcio, l’altra era un po’ schiva come me, poco incline agli aspetti troppo sociali della classe. Le bellissime (e in classe ce n’erano) o le super romantiche che sognavano il principe azzurro sul cavallo bianco (e c’erano pure quelle) non erano il mio orizzonte di riferimento. E così in tanti altri ambiti della mia vita, anche da grande: agli scout, al lavoro, all’università (in cui ero l’unica donna in un gruppetto di 4 o 5 amici). Istintivamente ho quasi sempre scelto gli uomini come compagni di strada. Istintivamente non mi sono mai sentita un’altra cosa rispetto a loro, uguali e diversi come tutti gli esseri umani.

Però adesso che ho più di 40 anni, posso riconoscere nella mia vita alcune donne con cui c’è un legame fortissimo, indissolubile. E riconosco quell’intimità speciale che si respira, quella vicinanza naturale che si aggiunge all’essersi scelte come compagne di strada.

È a loro che dedico il mio 8 marzo: a Marika e Lucrezia, mamme che continuano a educare e crescere i loro figli nell’amore e nel rispetto degli altri e che imparano che volersi bene è indispensabile anche per quei figli che sembrano richiedere sempre più sacrifici. A Vera e Gabriella, che a un anno di distanza vivono la stessa prova, così dolorosa con la stessa serenità, che è diversa dall’ottimismo fine a se stesso: è consapevolezza che la vita bisogna prenderla tutta, senza fare distinzioni tra le cose belle e quelle brutte. A Sophie e Christianne, che mi mandano pezzi di casa chiusi nelle scatole, stampini per fare i biscotti e ricette perché in quel rapporto speciale e intimo non c’è nulla da custodire gelosamente, ma solo la voglia di condividere. A Clara e Susanna, che imparano il passo da tenere di giorno in giorno, pronte all’imprevisto, forti nella loro resistenza. A mia nonna, mia mamma, mia sorella, le mie amiche di sempre, la mia seconda mamma a cui sono certa manchiamo incredibilmente, quanto lei manca a noi. A tutte le donne che educano mia figlia (e i miei figli) al rispetto di se stessa, a non cercare scorciatoie nella vita, a impegnarsi sempre a fondo. A tutti gli uomini che ci hanno scelto come compagne, amiche, colleghe di lavoro, per quello che eravamo come persone e che hanno goduto con noi la meraviglia di trovarsi complementari, donne e uomini diversi e ugualmente importanti.

che uomini conosco

Standard

Conosco uomini che hanno dato una sberla alla propria moglie, mentre stavano discutendo di qualcosa. E poi magari, il momento dopo, con me sono stati gentili e disponibili.

Conosco uomini che fanno apprezzamenti pesanti sulle donne che hanno intorno, che magari indugiano troppo a passare una mano sulla spalla e sul collo di quelle stesse donne.

Conosco uomini che hanno detto a colleghe incinte che non potevano andare da un cliente, perché erano impresentabili. E hanno sminuito e svalutato di fronte a quegli stessi clienti il ruolo e il valore delle donne che lavoravano con loro.

Conosco uomini che quando parlano delle loro mogli dicono che quando sono nati i figli sono restate a casa da lavoro, per seguire la prole, per crescerli. Come se i figli fossero solo loro, delle madri.

Conoscevo donne che non hanno capito in tempo cosa sarebbe successo, che forse hanno provato a reagire. Che hanno lasciato dei figli, senza una madre, con un padre assassino.

Son tutti lì, nella mia vita quotidiana, indistinguibili dagli altri o quasi. Giustificabili nelle loro reazioni, fastidiosi a volte, ma raramente isolati dagli altri. Dalle donne e dagli altri uomini. Quelli che tutti i giorni rispettano le donne che hanno di fronte, che le apprezzano per ciò che di diverso hanno rispetto a loro: maggior empatia, capacità di relazionarsi con gli altri, flessibilità e disponibilità al sacrificio, resistenza e tenacia, emotività.

La violenza verso le donne è dietro l’angolo e davanti ai nostri occhi, dietro la porta di casa e nel negozio di quartiere, sui pullman e negli uffici, fuori da scuola e negli spalti dei campetti di quartiere. Siamo noi che non la vogliamo vedere, siamo noi che siamo talmente abituati a giustificarla che fingiamo di non capire che diventerà pericolosa. Perché offenderà, umilierà, toglierà speranza e possibilità a una donna. E anche se non arriverà ad ammazzarla o a sfigurarla con l’acido o a lasciarle i lividi e le ossa rotte resterà sempre violenza. Quotidiana, culturale, apparentemente invincibile.

ps. la fotografia è della mia amica Erika, che lavora al Gruppo Abele

la teoria del vernidas

Standard

Non so per quale insondabile mistero ci sono donne che sanno attirare complimenti e apprezzamenti come calamite. Non è una questione legata all’età anagrafica, tanto che ormai 20 anni fa avevo coniato, con la consulenza scientifica di un rappresentante del genere maschile, la teoria del vernidas. Il vernidas è quel liquido vischioso apparentemente insignificante che negli anni 80 trasformava il brutto portamatite fatto con le mollette da bucato o con i serpentini di creta in una meraviglia sberluccicante. Anche allora, quando avevo 20 anni e forse qualche chance in più, c’era un’amica che aveva la capacità di mettersi il vernidas e scintillare accecando tutti e mettendo in un’ombra più nera della notte tutte le altre. E non erano solo i suoi occhi azzurri e il sorriso a risplendere, era tutto il suo essere, il suo modo di porsi, di parlare, di spostarsi i capelli e di camminare. Anche quando avevamo gli stessi identici vestiti addosso (l’uniforme scout, quei pantaloncini in velluto che ammazzano ogni femminilità), lei era affascinante, io ero solo comoda.

Però questo non è un post su di loro, su quelle naturalmente fighe, che ormai ci ho fatto pace (con la categoria, con l’amica accecante non ho mai litigato veramente). È un post sulle altre, su quelle come me che hanno scoperto da subito che il vernidas non lo sapevano stendere con precisione ed efficacia e quando provavano ad usarlo restavano con le mani appiccicaticce e grumi di splendore in mezzo alla fronte, come un terzo occhio. È un post su quelle che hanno deciso di usare l’ironia e l’autoironia come cifra stilistica, come stile di relazione con gli altri e con se stesse e non si prendono mai troppo sul serio e ridono delle imprecisioni che costellano le loro giornate. È un post su quelle che quando mettono un selfie su un social ricevono commenti sullo sfondo, sull’inquadratura, sulla luce, sulla pianta grassa nell’angolo in alto a sinistra.

È un post per voi, amici, conoscenti, simpatizzanti, per darvi giusto due indicazioni di ciò che si può e non si può fare. Perché se è vero che queste donne sono belle dentro, ironiche e autoironiche, intelligenti e sicure di loro stesse al punto che i commenti altrui risultano ininfluenti, comunque non tutto è concesso. Ad esempio non è concesso che l’allenatore dei loro figli faccia battute sull’ordine e la perfezione del loro taglio. Perché anche l’arruffato ha un suo fascino, che forse lui coi suoi 30 anni, la cresta e la sua battuta pronta ancora non ha capito. Ma se smette di fare battute del genere, avrà tempo per capirlo. Altrimenti si ritroverà con i palloni da basket bucati. Noi donne ironiche non abbiamo vernidas, ma potremmo procurarci dei cacciaviti.