il cubo di rubik

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Ho una personalità sfaccettata, che è un modo originale e artistico per dire che la mia quotidianità è un puzzle di difficile composizione, a volte piuttosto sgraziata.

Ho un lavoro che è composto da tanti pezzettini, qualcuno che richiede rossetto e tacchi, altri che necessitano di pantaloncini, grembiuli da cucina e sandali da trekking. Ho tre biglietti da visita in contemporanea e a volte passare da un ambito all’altro mi lascia confusa. Sulle mie capacità di parlare coi proprietari di supercar o di entrare veramente in relazione con degli adolescenti.

Ho la tendenza a dare autonomia ai figli e poi una naturale propensione al presenzialismo. Che mi porta a non perdermi una recita scolastica (a parte se capita nel periodo del “rossettotuttigiorni”), una riunione, una visita dal dentista, una gara di atletica o una partita di basket.

Ho l’antipatia per le chiacchiere e i rapporti di cortesia davanti alla scuola e poi frequento le attività del quartiere, dalle feste con laboratori creativi ai forum con convegni e tavole rotonde, dalle passeggiate in bicicletta alla scoperta del territorio ai mercatini di natale con tombolata.

Ho bisogno di conferme e di attestati di stima e poi fuggo i complimenti e quando arrivano penso sempre di non averli meritati del tutto (e forse me li stanno facendo per educazione).

Il risultato è che mi sento sempre scomposta: in una mano un cellulare e nell’altra un pennarello a punta spessa. Un occhio truccato e l’altro con le occhiaie come mi sono svegliata. In un piede le scarpe col tacco e nell’altro i sandali da tedesco. Un quadro di Picasso, con lineamenti discontinui e un effetto di confusione costante.

Mi sento l’eterna stagista di me stessa, che ancora sta imparando la professione e non può veramente sentirsi competente. Ho 42 anni e quando guardo il mio specchio interiore, mi trovo sempre 15enne, senza forma e con tanti contenuti confusi. Un cubo di Rubik che rinuncio a risolvere. Magari un giorno il mondo scoprirà che il cubo è molto più interessante con quelle facce casuali e multicolor.

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a che punto sta la verità

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C’è una linea su cui ci sono delle tacche, una al centro più marcata e poi le altre a sinistra e a destra, a distanza regolare una dall’altra. Possiamo mettere tutto su questa linea: le persone, gli eventi, le emozioni, le opinioni, le relazioni. La tacca più marcata è il punto di equilibrio, tra due parti, tra il male e il bene, il prima e il dopo, la mia opinione e la tua.

A che punto sta la verità su questa linea? Sento una versione di cosa è successo e sposto la verità tutta verso sinistra, dove ci sei tu che mi parli in una lingua che non conosci ancora abbastanza e stai cercando di imparare, tu con gli occhi che quasi mai si fermano sui miei. Coi tuoi anni che mi sembrano troppo pochi per essere sposata, in un paese che non è il tuo, con una persona che non hai conosciuto se non al telefono. Con così pochi sogni in tasca, come se fossi rassegnata a vivere la vita che ti è stata data. Ne ho più io di sogni, coi miei anni che sono l’inverso dei tuoi, con una strada già tracciata, con un sacco di tacche alle mie spalle, quelle della vita che ho già vissuto. Tu con il tuo racconto che mi sembra agghiacciante e mi chiedo se davvero lo sto ascoltando, seduta su un divano su cui i miei figli si sdraiano a guardare la tv, mentre in cucina loro mangiano e io sto qui di fianco a te, accarezzandoti piano la gamba.

E poi incontro lui, che mi sembra così normale, una persona per bene. Lui che mi dice quanto siano diversi i nostri modi di vivere la vita e le relazioni tra uomo e donna, lui che ho conosciuto un paio di anni fa, ad una festa in cortile. Era sorridente, grato di essere in un condominio in cui le feste dei bambini si fanno in cortile e chi passa si può fermare per fare due chiacchiere e mangiare una fetta di torta. Sentirsi a casa, anche se la casa è nel cuore di un altro continente. Lui che racconta un’altra versione dei fatti, plausibile quanto la tua, credibile e veritiera per chi lo conosce da tempo, per chi lo ha accompagnato in questi anni in questo percorso per conquistarsi una vita diversa, per costruire un futuro più giusto.

Non so dove stia la verità, forse in mezzo o più spostata verso uno di voi due. So che questa è una piccola storia triste, piena di paura, piena di ingiustizie, piena di disuguaglianze. Prima fra tutte quella fra me e voi due: io che sperimento la libertà di vivere con chi amo, scegliere il mio percorso, essere consapevole dei miei diritti, sentirmi sicura di poter ricevere aiuto se dovessi essere in pericolo. E voi due, che sperimentate ogni giorno il costo di essere ai margini, di non avere diritti, di dover passare inosservati per non destare sospetti.

Non so dove stia la verità di questa storia in cui mi sono trovata per caso, non so se ho detto le cose giuste quando vi ho parlato. So che penso a entrambi e mi sento triste comunque, qualunque sia la verità.

1 settimana, 7 giorni, 168 ore

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Tutto è cominciato con una spia che ho finto di ignorare, una piccola luce rossa lampeggiante sul pavimento e un suono leggero ma insistente, un bip ripetuto senza sosta. Abbiamo trovato soluzioni alternative, parziali ma comunque dignitose, ma si sa che si impara ad accontentarsi. Poi però abbiamo ceduto e dopo qualche tentennamento abbiamo pensato di smetterla di fare gli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia, e abbiamo deciso di affrontare la questione. Non sapevamo che quella sarebbe stata una strada senza ritorno.

L’assenza mi ha colpito dritto nello stomaco. Quella voragine, seppur attesa e programmata, ha trascinato le mie ultime energie di una giornata iniziata troppo presto, con troppe ore passate in macchina, con troppa tensione accumulata.

Dal mattino dopo la mia mania di controllo di ogni situazione ha preso il sopravvento e ho cercato di imporre a me stessa un’organizzazione ferrea, per dimostrare ancora una volta che “non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”. E quindi mi sono equipaggiata e ho immerso ogni sera le mani nell’acqua calda e insaponata, ho accatastato pentole, piatti e bicchieri su uno scolapiatti minuscolo e ho evitato ogni spreco di risorse, riutilizzando le forchette e i bicchieri, senza sprecare neanche un contenitore.

Intanto però sentivo dei cigolii, dei rumori come di ingranaggi che si muovono armonicamente, un lento scrosciare d’acqua.

Invece no. Domani è una settimana che viviamo senza lavastoviglie. I primi giorni mi sembrava di potercela fare, il figlio piccolo addirittura si è offerto di aiutare (“domani sera mamma li lavo io i piatti” “grazie Diego, ma posso farlo io” ho risposto, già immaginando il disastro di schiuma, acqua, piatti rotti e pentole rimaste sporche) e di fronte all’amica che mi ha chiesto se stessi usando i piatti di plastica ho sorriso e affermato convinta ” ma vaaa”. Poi, quando la sera sul divano mi è sembrato di sentire dei rumori in cucina, ho capito il senso profondo del concetto “arto fantasma”: la lavastoviglie non c’è, ma è come se io la sentissi ancora respirare, muoversi, produrre quel movimento regolare e confortante. La lavastoviglie non c’è e io sto diventando l’incubo telefonico della signorina dell’assistenza, che sento con regolarità da venerdì scorso. La lavastoviglie non c’è e io so che sarò disposta a rinunciare a tutto quando mi daranno l’appuntamento per riportarla a casa. La lavastoviglie non c’è e io ringrazio la mia buona stella che ha evitato di farmi organizzare pranzi o cene con amici in questi giorni di feste e weekend allungati. La lavastoviglie non c’è e ogni volta che guardo la porta del balcone tutto il mio ottimismo e la mia energia viene risucchiata in quel buco a fianco del lavandino. La lavastoviglie non c’è ancora e io sono una donna sull’orlo di una crisi di nervi (e ho quasi finito il detersivo per lavare i piatti).

 

ci vorrebbe un corso

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Settembre è il mese dei corsi, delle iscrizioni, della scelta tra i balli di gruppo, gli scacchi e la lotta greco romana. È il mese dei buoni propositi e dei progetti, è l’ultima frazione della staffetta che ti porterà alla fine dell’anno. Con la differenza, sostanziale, che hai percorso tutte le frazioni da solo e adesso ti tocca lo sprint finale per arrivare al traguardo della fine dell’anno.

Io avrei bisogno di un corso che probabilmente non c’è e che non so come dovrebbe essere strutturato, ma so molte altre cose a proposito. Si chiamerebbe “corso di auto consapevolezza ed equilibrio per donne nel mezzo del cammin della loro vita” e avrebbe materie quali: fondamenti di autostima in assenza di dimostrazioni esplicite di apprezzamento, grazie al quale poter camminare serene per la strada imboccata senza chiedersi sempre se in fondo non stiamo sbagliando tutto; complementi di autoassoluzione, che insegna a padroneggiare strumenti e mezzi per perdonarsi dimenticanze e piccoli errori, sviste lievi che di solito le allieve interpretano come segnali di una crisi profonda e radicata, di quella parabola discendente che stanno compiendo a passi da gigante; teoria e tecnica dell’accettazione della propria normalità, per capire che i super poteri non sono qualcosa di umanamente raggiungibile, neanche per una donna, neanche per una plurimamma; ginnastica posturale, per imparare a tenere la schiena dritta e le spalle ben aperte in modo che il mondo che abbiamo lasciato si appoggiasse sopra di noi con la sua zavorra che pesa più di un elefante indiano obeso, riesca a scivolare e schiantarsi per terra.

Come uscirebbero le allieve alla fine del corso? Apparentemente uguali a come sono entrate. Imperfette, distratte e con la sindrome da accudimento verso ogni vivente e non vivente graviti attorno a loro. Ma più magnanime con loro stesse, più capaci di vedere quali sono i loro talenti e le loro capacità, di perdonarsi e di accettare gli errori senza viverli come fallimenti e peccati originali da cui non si purificheranno mai. Finiranno il corso e forse sapranno guardare con maggior serenità e rispetto il loro lavoro di cui ancora non capiscono il capo e la coda, quell’impegno talmente flessibile e mutevole che non sempre riescono a considerarlo una professione, con una dignità e un suo ruolo sociale.

Inizio a pensare che verrei bocciata.

passione educativa

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Loro sono istintivi e impulsivi. Hanno la mente sveglia e la lingua pronta, ancora più rapida dei loro pensieri a volte. Devono rispondere a delle urgenze interne che li spingono a prendere posizione su ogni cosa sulla base dei movimenti della loro pancia, dei sussulti del loro cuore, dei ronzii che circolano intorno alle loro orecchie.

Noi dovremmo essere capaci di apprezzare la loro voglia di partecipare al mondo, di esprimere un parere, di entrare nelle questioni mettendoci la faccia e la voce. Ma anche di fornire strumenti per mettere in relazione la pancia e il cervello, il cuore e la razionalità, le orecchie e la propria coscienza.

Loro sono estremi: tutto si pone ai margini di una scala di misurazione, nei territori del bianco abbagliante o del nero più cupo. Non ci sono vie di mezzo, non ci sono considerazioni su situazioni e frangenti diversi.

Noi dovremmo imparare dalla loro incapacità di prendere in considerazione il compromesso come possibilità, così forse smetterebbe di essere una prassi consolidata nelle nostre prese di posizione quotidiane. Ma anche aiutarli a togliere il paraocchi che gli fa  vedere solo una parte della questione e allenarli a indagare il tutto, considerando il contesto, provando a immedesimarsi nella situazione, esplorando la gamma infinita dei colori e delle sfumature che compongono lo spettro tra il bianco e il nero e che tutti i giorni abbiamo tutti davanti agli occhi.

Loro sono autonomi, vogliono fare da soli e camminare con le proprie gambe. Chiedono finestre per affacciarsi verso il mondo, strumenti per aprirsi verso una socialità ampia, che vada oltre i confini del condominio in cui vivono o della scuola che frequentano. Sono impavidi e fiduciosi che sapranno gestire i rischi, affrontare i pericoli e risolvere ogni situazione. Come nelle favole, dove l’eroe esce sempre vittorioso.

Noi dovremmo essere incantati di fronte all’ottimismo naturale che hanno nei confronti del mondo e all’autostima ancora tutta intatta, quella che gli fa pensare che hanno tutte le carte in regola per farcela, quella che le esperienze e i nostri cattivi insegnamenti intaccheranno irrimediabilmente. Ma dovremmo anche fornirgli il vocabolario per tradurre i messaggi che il mondo gli lancia addosso, la grammatica per conoscerne le regole, la bussola per sapersi orientare e ritrovare la propria strada. Dovremmo lasciarli andare ma tenere la porta aperta, perché sappiano sempre di poter tornare in casa a chiedere consigli, a trovare orecchie che li sappiano ascoltare e parole che sappiano aiutarli a interpretare ciò che vedono e ciò che provano, a trovare una mano tesa perché la possano stringere.

La famiglia cresce in età e i percorsi cambiano, ognuno gioca nel proprio ruolo di adolescente o di adulto e per la buona riuscita del gioco non può dimenticarsi di quello che è. Gli interrogativi diventano più grandi e mi coinvolgono direttamente perché per provare a trovare delle risposte possibili devo scavare dentro quello che sono, nei valori che fondano il mio essere e spingono il mio agire. La passione educativa è sempre lì, in agguato dentro di me, ogni volta che un ragazzo gravita attorno alla mia vita. Perché vederlo esplorare se stesso e il mondo è estremamente affascinante.

tipi umani, o sub umani

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Se per piacere o per dovere cammini per le vie vicine alle scuole, di qualsiasi ordine e grado, puoi vedere una strana umanità. Fatta di individui in stretta relazione tra loro, di madri, padri e figli.

Prima tappa, in ordine di orario di ingresso,  la scuola media.
Oltre ai ragazzi vocianti che aspettano davanti al cancello di poter entrare, ci sono i genitori che li accompagnano in macchina. E aspettano, anche loro, in un’adolescenza di ritorno che il cancello si apra per poter andare via. Ci sta che il 13enne di turno decida di arrivare davanti a scuola 10 minuti prima per chiacchierare con gli amici, ma il 40enne al seguito potrebbe serenamente lasciarlo da solo, senza reggere il moccolo a suo figlio e ai suoi amici brufolosi. Ancor meglio se, per stare di fianco al pargolo che si fa altamente i cavoli propri, ha lasciato la macchina in seconda fila, in modo che una normale strada diventi un sentiero con passaggi al millimetro, specchietto contro specchietto.

Poi suona la campanella della scuola elementare.
Anche qui non si contano i parcheggi selvaggi, le soste in doppia fila o sulle strisce pedonali. Chi mi colpisce particolarmente davanti alla scuola elementare è il genitore portantino, quello che ha uno zaino sulla schiena e uno messo davanti e si accompagna a due bambini che, dandogli la mano e tirandolo costantemente vero il basso, saltellano leggiadri e leggeri, sgravati del peso della cultura. In attesa della scuola senza zaino, queste donne e questi uomini si sottopongono a sforzi sovrumani per lasciare le spalle dei pargoli libere. Non so come possa configurarsi un genitore portantino con tre figli, ma ho ancora 5 anni di elementare davanti e sono certa che la mia curiosità sarà soddisfatta.

Ultima campanella che suona è quella della scuola materna.
Qui i bambini arrivano tutti in grado di camminare autonomamente: la stazione eretta è stata conquistata in maniera ormai stabile, ma qualche piccolo perde la capacità di deambulare al mattino andando a scuola. E quindi compaiono i passeggini (anche per i bambini di 4 o 5 anni), i monopattini con sopra il bambino coi due piedi saldamente sulla piattaforma e una madre curva che tiene il manubrio e spinge il mezzo cercando di tenerlo in equilibrio (forse hanno perso il libretto di istruzioni e non sanno che il monopattino si usa spingendo con una gamba  e lasciando l’altra sulla piattaforma). Altri partono da casa in braccio o sulle spalle del genitore che arriverà a lavoro coi capelli rasta tipo Bob Marley perché la creatura giocava alla parrucchiera per intrattenersi. E poi c’è un tripudio di cellulari che trasmettono canzoni o cartoni animati tenuti in mano da un bambino che viene guidato al tocco dal genitore per evitare di sbattere contro il cancello e di colazioni consumate nel cortile della scuola, a volte addirittura nel biberon.

Fremo all’idea che tra due anni potrei scoprire nuovi esaltanti tipi umani (o sub umani) frequentando (saltuariamente) i dintorni di una scuola superiore.

le mamme buone e i figli felici

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Ogni volta che c’è un’amica con un figlio nuovo nuovo resto nell’incertezza. Di cosa dire: se raccontare la gioia e il senso di tranquillità che mi dava vedere quel piccolo esserino tra le mie braccia oppure lo stracciamento (avevo scritto “straniamento”, ma il  correttore automatico ci vede lungo), i sentimenti non propriamente nobili provati in alcuni di quei giorni in cui il mio orizzonte arrivava fino al fasciatoio e si fermava lì. E di solito opto per la seconda, perché se racconterò che mostro ero io (o mi sentivo) quando il mio primo figlio aveva 20 giorni, loro si sentiranno di sicuro meglio (o almeno molto più fighe e buone di me). Ma a pensarci bene, non è solo una questione di “mal comune mezzo gaudio”. È proprio questione di iniziare a seminare in nostro figlio i germi della felicità. E della normalità (che per la santità ci sarà tempo).

Le mamme buone perdono la pazienza: di fronte all’ennesima poppata dopo 1 ora dalla precedente, dopo la telefonata della scuola materna perché il figlio ha la febbre, quando scoprono alle 19,35 di un mercoledì sera di dover assolutamente comprare per il giorno dopo un quaderno A4 a righe di terza coi margini e carta da 100 gr (e il figlio esprime anche le preferenze sulla copertina). Sono mamme buone perché i loro figli potranno perdere la pazienza e buttare all’aria tutti i pezzettini del lego quando non riusciranno a costruire l’astronave di guerre stellari che sulla foto delle scatola sembra facilissima o quando il professore non vedrà la loro mano alzata per rispondere alla domanda e chiamerà il compagno di fianco.

Le mamme buone si sentono brutte e non si preoccupano di esserlo: hanno la pinza in testa e i capelli sporchi, vestiti macchiati in casa, non si truccano al mattino se tanto non riusciranno ad uscire per tutto il giorno, perdono tempo a guardare telefilm in replica per degli anni. I loro figli potranno mettersi la stessa maglietta per 4 giorni senza rendersi conto che è arrivato il momento di cambiarla, potranno andare all’asilo nido con il cerchietto della sorella sui capelli tagliati cortissimi, riguarderanno per l’ennesima volta la stessa puntata di Masha e Orso, Big Time Rush o Cattivissimo Me. Tutto questo senza pensare di perdere dignità personale o tempo.

Le mamme buone dicono e fanno cose bruttissime: minacciano castighi lunghi come la quaresima (nel senso di 40 giorni che è un tempo infinito per un bambino e anche per una mamma), urlano a volte anche con bambini che ancora non sanno parlare, strappano pagine dei quaderni di fronte a figli svogliati a fare i compiti. I loro figli potranno dire ai fratelli, agli amici e anche alle loro mamme che li odiano e che non li vorrebbero nella loro vita, potranno minacciare di non uscire mai più dalla loro stanza o di giocare con quel bambino, taglieranno apposta il grembiule del vicino, macchieranno col pennarello i jeans della sorella, romperanno un bicchiere facendolo casualmente cadere dalle mani davanti alla mamma.

Le mamme buone piangono: davanti ai loro bambini di pochi giorni che non dormono, mangiano in continuazione, si contorcono per le coliche. Piangono perché non hanno il libretto di istruzioni, perché non riescono a trovare una soluzione, perché vorrebbero finalmente riposarsi. Piangono quando i loro figli alla scuola media prendono note e brutti voti, perché non capiscono dove si perda il loro impegno nel renderli autonomi, responsabili, educati e degni di fiducia. I loro figli potranno piangere: di paura, di rabbia, di sconforto e di tristezza. Senza sentirsi deboli, senza sentirsi “non all’altezza”.

Le mamme buone sono mamme normali, che crescono figli normali e felici. Perché non avranno una super mamma, irraggiungibile e perfetta. Ma una mamma lì, presente con le sue debolezze, raggiungibile nella sua umanità.

Buona giornata, alla mia amica mamma buona, con le sue ansie e il suo vivere dentro una bolla.