culodritto

Standard

Sto preparando l’ennesima borsa per un viaggio dei miei figli. Questa volta è piccolissima, con dentro solo poche cose: magliette, costume, biancheria. Il resto del viaggio, Lucia, lo passerai in tuta o più probabilmente in body e scalza.

Buon viaggio amore mio. Porta con te tutta la tua leggerezza per volare tra le parallele e saltare oltre gli errori. Porta le tue battute sempre spiazzanti e ironiche per superare la paura di questa cosa nuova e l’imbarazzo di non sapere se sei in grado di farla.
Porta il tuo stupore e la tua intelligenza che ti permette di interpretare le situazioni senza bisogno di parole, dette da te o da altri. Porta il tuo senso pratico e la tua autonomia, la tua capacità di cavartela sempre, di tornare in piedi dopo una caduta, di camminare anche se hai preso una storta alla caviglia.

E porta anche le lacrime, quelle che a volte escono esagerate e inattese. Usale se ne hai bisogno per far scendere la temperatura interna, se hai dei rospi da buttar fuori che ti saltano nello stomaco. Dopo, i tuoi occhi saranno più puliti e vedrai meglio il sole.

Un paio di anni fa, per il tuo compleanno, ti ho comprato un libro che non ti ho mai dato. Non è una storia, è una canzone di un padre alla propria figlia. È la trasposizione in parole di quell’emozione che noi genitori proviamo di fronte a voi ragazzi: quel misto di paura e onore, quell’idea che siete molto più dei nostri errori, di quello che vi abbiamo dato, di quello che avremmo osato sperare, di quello che pensavamo di meritare. Vola Culodritto, dove nessuno di noi ha mai volato, sicura e forte nella consapevolezza di quella che sei. Io sto a casa, a terra, e ti guardo librarti, ti guardo crescere e scoprire il mondo. Ti guardo e preparo il nido, per quando tornerai a riposarti.

Buon viaggio amore mio. Sono orgogliosa di essere la tua mamma.

Annunci

una vacanza tira l’altra 

Standard

Visitiamo Parigi e penso che dovremo anche andare a Lisbona, a Berlino, a New York. Per non parlare di Istanbul, San Pietroburgo, Londra, Praga, Dublino. 

Andiamo a Le Havre e parlo dell’architettura di Mosca, così simile nel suo razionalismo estremo, nelle linee squadrate e nette. Guardiamo il porto e diciamo che dovremmo vedere insieme un film, Miracolo a Le Havre, romantico e umano, pieno di ottimismo e speranza.

Passiamo mezza giornata al Memoriale di Caen e mi ritrovo a progettare altri viaggi, a Dacahu e a Berlino, altre letture, Se questo è un uomo o Il partigiano Jonny, altri film da vedere, Train de vie o Le vite degli altri.

Siamo in vacanza con i ragazzi e a Belleville non abbiamo mangiato il cous cous o cibo cinese, così come a Le Havre non abbiamo visitato la casa modello dell’architettura razionalista, perché avremmo superato il limite della loro elasticità e sopportazione e ne avremmo poi pagato le conseguenze. Però essere in questi posti con loro mette in moto una catena di stimoli e suggerimenti, un elenco praticamente infinito di possibilità. Di viaggiare ancora, di leggere ancora, di vedere ancora, di ascoltare ancora. Di vivere e crescere insieme. E diventare forse un po’ più ricchi, di vita e di attenzione al mondo intero.

ps. nella foto la prima edizione di Se questo è un uomo esposta al Memoriale di Caen.

spio le loro vite

Standard

Lo confesso sono una spiona. Non l’ho saputo finché non ho avuto dei figli. E ne ho avuto la certezza quando loro sono diventati sufficientemente grandi da potermi salutare e fare esperienze senza di me.

Spio le loro vite quando cerco di interpretare il mal umore di Jacopo tornato dall’allenamento di basket e aspetto che mi dica qualcosa. Aspetto, perché anche scegliere il momento in cui condividere una delusione è qualcosa che spetta a lui, non a me.

Spio la socialità inarrestabile di Lucia, le sue relazioni multiple e il suo magnetismo, la sua capacità a volte inconsapevole di essere leader nelle situazioni più disparate. Il suo talento naturale a fare ciò che serve quando serve, facendolo sembrare scontato e naturale.

Spio la voglia di lasciare il nido di Diego e la sua paura nel fare il primo passo. La sua curiosità per ciò che è nuovo, le sue risate cameratesche coi compagni di scuola e degli scout, i suoi giochi autonomi.

Spio le loro vite e, nel farlo, faccio un passo indietro. E come una vera spia cerco di non farli accorgere che io sono lì, che li osservo, che li ammiro. Decido di stare un po’ defilata perché il loro mondo vada oltre me, oltre le mie cure, oltre le mie aspettative e le mie apprensioni. Oltre il mio amore. Potrei esserci sempre, intervenire a ogni caduta che mi toglie il fiato, assistere a ogni prova, a ogni esperienza. Ma perderemmo tutti qualcosa.

Io perderei la gioia di veder Diego che torna felice da un’uscita, ripetendosi la stessa barzelletta con le sue amiche. Lui perderebbe l’orgoglio di avercela fatta a lasciare la mia mano, per scoprire che sa camminare da solo e di mani pronte ad aiutarlo ce ne sono molte altre.

Io perderei lo stupore di vedere Lucia organizzata ed efficiente a gestire da sola i suoi spazi e i suoi impegni, muoversi come se fosse a casa sua in palestra come agli scout. Lei perderebbe l’indipendenza che ha dentro come una voce che urla, un bisogno quasi fisico a cui non si può sottrarre.

Io perderei i racconti di Jacopo di quanto costa la pasta nel supermercato di Venezia in cui ha fatto la spesa con gli scout, discorsi degni della migliore delle massaie. Lui perderebbe la consapevolezza che diventare grandi vuol dire avere più spazio, per fare e per sbagliare, per scegliere. E per avere la responsabilità, nel bene e nel male, della propria vita.

Se fossi sempre con loro vedrei solo coi miei occhi il mondo. E invece ho la fortuna di avere anche i loro occhi che possono raccontarmi la realtà.

sono stata festeggiata

Standard

Sono stata festeggiata, anche domenica scorsa. Anche durante la festa a sorpresa che mia sorella, mia cognata e le mie due amiche (oltre a mio figlio grande e a mio marito) hanno organizzato per i miei 40 anni (che ancora non ho compiuto, ma ho avuto l’ardire di nascere tra Natale e Capodanno e sono abituata alle feste anticipate).

È stata una festa piena di persone, con tutti quelli che sono parte della mia vita, di oggi, di ieri. Con amici che non vedo e non sento da mesi ma che hanno un posto nel mio cuore. Ma non è stato tutto solo in questa festa. Che è stata meravigliosa, al di là di quello che potessi aspettarmi, organizzata alla perfezione e con un impegno talmente grande che penso non basteranno i prossimi 40 anni per ringraziare il comitato organizzatore.

Sono stata festeggiata durante tutti i 40 anni prima, quelli passati. Sono stati una festa grazie alla famiglia che mi ha messa al mondo e a quelle che mi hanno accolto da subito, come una figlia di cui non hanno mai smesso di prendersi cura. Sono stati una festa grazie a tutti gli amici che ho incontrato, le persone speciali con cui ho condiviso tante cose: dagli intervalli al liceo alle attività coi lupetti, dagli esami all’università ai capodanni al mare, dal lavoro ai traslochi d’ufficio, dalle vacanze in campagna ai cesti di dolci e coccole che arrivavano quando succedeva qualcosa di speciale nella mia vita, dai matrimoni ai divorzi, dalle nascite alle morti. Sono stati una festa grazie alla famiglia che mi ha accolto e mi ha inglobato e adesso non c’è più distinzione tra quella da cui sono arrivata e quella più grande in cui sono approdata e che ho contribuito ad allargare con Flavio. Sono stati una festa grazie ai miei figli meravigliosi, al grande che sa così bene tradurre i pensieri in parole e che mi commuove, alla mezza che salta entusiasta ed è instancabile, al piccolo che non sapeva niente e si è emozionato più di me. Sono stati una festa grazie al mio compagno di viaggio, che sa ascoltare e accompagnare, sa lasciare spazio e occuparlo con naturalezza e discrezione.

Sono stata festeggiata per 40 anni e a volte non me ne sono accorta. A volte ho dato per scontato che tutto fosse normale, a volte ho pensato di non meritare festeggiamenti, a volte (molte) non ho restituito in proporzione a ciò che ho ricevuto. Grazie perché mi avete ricordato tutto questo, mi avete fatto vedere, in una giornata, la mia vita passare davanti ai miei occhi: è bellissima, non ne avrei voluta un’altra.

dove porre l’asticella?

Standard

Ognuno di noi è diverso, come persona e quindi come genitore ed educatore (perché quello diventiamo automaticamente, competenti o meno, quando mettiamo al mondo un figlio). C’è chi centellina le esperienze e i rischi, convinto che ogni cosa vada dosata e offerta premasticata ai pargoli, e chi taglia buchi nel ghiaccio per buttarci dentro la prole, in un bagno gelido e tonificante che rende forte (o ammazza).

E in questo panorama di ragazzi diversi e di metodi educativi molto distanti tra loro, il resto del mondo che si relazione coi nostri figli deve decidere dove porre l’asticella della propria offerta.

Ho sentito genitori di ragazzi di prima media sdegnati perché i professori li hanno lasciati in giro da soli per un’ora a Rapallo  (“hanno avuto un bel coraggio”, mi dicono mentre aspettiamo il pullman, “si, in effetti è vero, sono contenta che siano così coraggiosi” rispondo con la voce rotta dall’ammirazione per questi educatori, “e se un ragazzo entrava in un sexy shop e chiamavano i carabinieri, di chi era la colpa?”, dice la mamma, preoccupata forse perché consapevole che a Rapallo la percentuale di sexy shop sia ampiamente superiore alla media).

Ho sentito catechiste sostenere di aver difficoltà a far fare esperienze di volontariato ai ragazzi di 11 anni perché non tutte le famiglie vogliono che il catechismo sia occasione di incontro con gli altri e di esperienze di vita comune, ma semplicemente pretendono che i figli imparino delle cose per fare la comunione o la cresima. Come una raccolta punti di quelle del supermercato, come la poesia (o la preghiera) da imparare a memoria e recitare a pappagallo, anziché un’esperienza che li faccia crescere e interrogarsi su cosa vogliono essere, quali valori sono importanti nella loro vita.

Ho sentito genitori lamentarsi per i 3 allenamenti settimanali di basket, perché i ragazzi non avrebbero tempo per fare i compiti e sarebbero troppo impegnati, chiedere di spostare i giorni, gli orari, di abbassare la richiesta da fare ai loro figli.

È sempre una questione di equilibrio, di altezza alla quale mettere l’asticella della propria proposta. È sempre una questione di dialogo, tra l’affermazione dell’obiettivo di un’offerta educativa e le abitudini degli utenti. Non le loro esigenze. Perché se penso alle esigenze dei ragazzi del 2015, di quelli che hanno 5-6-7-8-9-10-11 anni (e ne conosco tanti, ne vedo passare molti nella mia vita quotidiana), ai loro bisogni inespressi  trovo l’autonomia, il senso di responsabilità, la capacità di progettare e di progettarsi, la gestione del tempo, la curiosità e l’ascolto di ciò che è fuori da loro. Il mettersi alla prova per scavalcare un’asticella posta sufficientemente in alto per farli crescere, per sfidarli, per farli diventare il meglio di quello che possono essere. Perché se restano in un nido fatto di abitudine e inerzia, se incontrano insegnanti, catechisti, allenatori ed educatori che non gli offrono più di quello a cui sono abituati, cresceranno come una foglia accartocciata su se stessa, priva di acqua e di luce.

È faticoso mettere l’asticella un po’ più in alto, perché vuol dire avere un sogno, un progetto, un obiettivo e chiarirselo bene in mente. Vuol dire accettare che non a tutti andrà bene la nostra proposta e che qualcuno farà un’altra scelta. Ma avrà scelto e questo, per chi fa l’educatore di mestiere o come volontario, è un obiettivo raggiunto. Anzi l’obiettivo.