un’altra estate

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Ieri, tornando in macchina da una festa fuori città.

– Mamma, metti quella canzone che cantavamo tutti insieme in vacanza due anni fa –
– Poi metti quella che partiva da sola all’Argentario ogni volta che accendevamo la macchina –
– Adesso metti quella di quel gruppo che ti ha fatto conoscere papà e poi è piaciuto anche a te, quelli di cui abbiamo sentito il concerto. Ti ricordi quel ragazzo che ballava davanti a noi? –

E abbiamo sentito “non farti cadere le braccia”, “hasta siempre” e canzoni sparse degli Statuto. E le abbiamo cantate tutti insieme, in coro, inventando un po’ le parole se non le ricordavamo.

Ecco quello che mi manca di questa estate che sembra non esserci stata: cantare in macchina, allegri, spensierati, sereni e con tutta la vita davanti. Cantare e non pensare a nulla, spegnere il cellulare di notte e non avere un brivido ogni volta che suona. Essere in un posto solo, tutta intera, non con la testa e il cuore da un’altra parte. Goderci insieme il tempo e pensare che nulla ci aspettava a casa, se non le piante da bagnare e i pupazzi da riabbracciare. Ecco perché vorrei un’altra estate, per andare a un concerto, godermi un pranzo in spiaggia, sentirmi nel posto giusto al momento giusto.

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alfabeto delle vacanze 

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Ci sono cose indispensabili per definire una vacanza e altre meno. Un alfabeto che diventa check list da spuntare a fine agosto.

A – abbronzarsi: se non cambi colore non sei stato in vacanza, se non hai almeno un segno (del costume, dell’orologio, dei sandali) vuol dire che hai sprecato il tuo tempo e ti sentirai dire al ritorno a casa “ma tu vacanze niente?”. Ho passato 40 anni a sentire questa frase, evitatela.

B – bruciarsi: quelli che come me non riescono a diventare tinta caffellatte le provano tutte, soprattutto quando hanno poco tempo o sono alla fine dell’estate. Il risultato è che si bruciano dalla testa ai piedi, dimenticando la crema protettiva e illuminando le stanze di luce propria (quella fucsia generata dal proprio corpo).

C – code: se non stai un po’ in coda in autostrada non rientri nelle statistiche dei Tg di chi parte nei giorni da bollino rosso. Noi quest’anno siamo stati ligi e per evitare code ci siamo lanciati in statali francesi sconosciute. Risultato: 12 ore in macchina, 3 passi a 1000 mt di altezza per raggiungere la costa, figli che piangono per crampi alle gambe e mal di schiena.

D – derive: l’estate porta con sé l’eccesso. Come il troppo sole farà marcire frutta e verdura, così ogni buono spunto prenderà una deriva malsana e fastidiosa. E la battuta divertente dei ragazzi diventerà il tormentone che ripeteranno alla nausea in macchina finché li costringerai al silenzio facendo entrare in vigore la legge marziale.

E – esplorare: non è vacanza se non si esplora qualcosa, un’altra cultura, un ambiente naturale, una parte di se stessi. Non è vacanza se quello che vediamo o facciamo non ci trasforma almeno un po’.

F – fatica: di fare le valigie per partire e rifarle per tornare. Cerchi sempre di dividere le cose sporche da quelle pulite per evitarti una lavatrice, poi arrivi a casa e in lavatrice ci finiscono pure i borsoni.

G – guide: sono quei volumi enormi, pieni di suggerimenti che ti porti nella borsa senza mai consultarle per i primi 5 giorni. Quando al sesto deciderai che farsi venire la gobba non era un obiettivo dell’estate e lascerai i volumi a casa, ovviamente ne avrai bisogno per scegliere il ristorante nella zona periferica ma molto di moda. E non mangerai (almeno non li).

H – ho: il verbo preferito dei figli in vacanza, soprattutto girando per città e musei. Ho fame, ho sonno, ho sete, ho male ai piedi. Ho sviluppato nel tempo una sordità selettiva e sono bravissima a ignorare queste prese di posizione, almeno finché non sfociano nell’immobilismo del figlio di turno che si ancora al palo della luce, pisciatoio di tutti i cani del circondario, facendo aderire bene tutto il corpo.

I – ignoranza: mentre ascolti l’audio guida del museo XY scopri che hai dimenticato o forse mai saputo moltissime cose. E che se avessi studiato meglio storia, geografia, letteratura e arte alle superiori adesso capiresti un po’ di più di quello che stai vedendo.

L – letto: è la cosa che sei più felice di rivedere quando torni a casa tua. Perché hai dormito su reti sfondate, materassi a imbuto che raccolgono tutto al centro, letti alla francese, che vuol dire talmente stretti che appena muovi un piede tocchi quello del marito. 

M – menomalechesietetornati: è la frase con cui ti accoglie sempre mia nonna a fine agosto. Non lo dice pensando alle code in autostrada o al rischio incidenti. Semplicemente a lei l’estate infastidisce e tu in vacanza ancora di più.

N – noia: in vacanza dovrebbe essere non solo concessa ma resa obbligatoria. Perché rallentare i ritmi serve a tutti per rigenerarsi. E tu, che normalmente sei restia a concederti questo lusso, stai imparando. Non ci fosse sempre un figlio pronto a dirti “mi sto annoiando, giochiamo a palla/carte/ricoprirti i piedi di sabbia?” ci riusciresti anche.

O – oh: in vacanza devi vedere dei posti che ti facciano dire “oh”. Che siano i vetri della Saint Chapelle o Le spiagge dello sbarco o i ragazzi che vanno in bici in libertà coi nuovi amici francesi. Quella esclamazione apparentemente ininfluente sarà carburante per l’inverno e le sue fatiche, per il mese di ottobre e la routine che ti schiaccia.

P – pasta: è la seconda cosa che ti manca di più, o forse a me la prima. Va bene la tradizione culinaria di altri paesi, ma un piatto di pasta col pomodoro è tutto quello che ti serve quando torni a casa.

Q – quando: è l’inizio di ogni frase dei tuoi figli in vacanza: quando siamo arrivati? Quando andiamo a mangiare? Quando posso comprarmi il regalino che mi avevi detto? E la risposta è sempre una misura di tempo indefinibile: tra un po’, mezz’oretta, più tardi. E la risposta non placa mai la sete di conoscenza.

R – ristoranti: quando le vacanze si facevano in due si sceglievano sulla base di quanto fossero originali e tipici del posto. Adesso in 5 appena guardi il menù pensi se c’è qualcosa che susciterà l’entusiasmo del piccolo che non siano nuggets di pollo e patatine fritte. 

S – spiaggia (di sabbia): d’estate si frequenta, è risaputo e a piccole dosi è anche salutare. Ma dopo una settimana di colonizzazione di un quadrato di terra con ombrellone, borsa dei giochi, asciugamani, costumi di ricambio e di ritorni a casa in cui ti porterai sabbia tra le dita dei piedi, nel costume, nel cellulare, tra le pagine del libro e nelle orecchie, sceglierai solo più litorali di pietre.

T – tempo: non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento. Però diciamo che se non piove e ci sono più di 15 gradi con vento, la vacanza riesce meglio. Almeno per noi mediterranei.

U – unghie: dipinte in colori brillanti e perfette quelle di tuo figlio di sei anni che ha voluto lo smalto, almeno quanto rovinate e con il colore che cade a pezzi le tue. Non te lo spieghi, ma è sempre così: tu cedi al fascino di quel boccettino rosso corallo e il tuo sforzo dopo un giorno sarà inutile.

V – vestiti: ci sono quelle che in qualsiasi località sfoggiano il vestito giusto: a Parigi la gonna con le tasche dove mettere di tutto, ma al tempo stesso un po’ “magico mondo di Amelie”, sulla passeggiata al mare il pareo legato come fosse un vestito cucito addosso da uno stilista. Io ho sempre qualcosa che non esce dalla valigia talmente era sbagliata e sempre ho degli abbinamenti improbabili e inadeguati. Così a cena a Parigi avrò il pantaloncino tecnico da montagna e nell’escursione a Disneyland mi ritroverò col vestito un po’ sbarazzino e le scarpe da ginnastica.

Z – zaino: una volta era grande e capiente, capace di contenere tutto il necessario per due settimane di scoperta. Adesso è più piccolo e contiene i compiti. A casa nostra abita un mostro dispettoso che estrae sempre qualche libro o quaderno dopo che è stato preparato con cura dai figli. E cosi ti trovi al mare per tre settimane senza il libro di inglese per fare i compiti, quello che “ma io l’avevo proprio messo nello zaino”.

un’estate sola non ci basta 

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Venerdì siamo stati a cena dagli zii e abbiamo visto amici che non frequentiamo quanto vorremmo, cugine e cugini che dobbiamo ancora imparare a conoscere.

Domenica siamo andati a cena a una festa di partito con gli amici che vediamo spesso ed è vero che passeremo il prossimo weekend insieme, ma saremo in tanti e non riusciremmo a chiacchierare per bene.

Lunedì abbiamo finalmente conosciuto l’ultima arrivata nella famiglia degli amici che vivono lontano. Abbiamo parlato di politica, di progetti comuni, di figli. E ci siamo lasciati con un invito a vederci ancora prima di settembre, in campagna da loro.

Mercoledì ero a cena con gli ex colleghi, occasione per aggiornarci sulle nostre vite e riallacciare i nostri percorsi.

Venerdì sono venuti i nonni a festeggiare il compleanno di Jacopo e abbiamo parlato dei piani dell’estate, decidendo quando i 4 nonni si porteranno via 5 nipoti.

Sabato siamo partiti per un weekend in campagna in 21. In macchina la tenda e i sacchi a pelo, il pane per la colazione e i giochi di società, i palloncini per giocare a gavettoni. Tutto quello che serve per godersi il tempo insieme.

Oggi torniamo verso casa, dietro dormono tutti, io sto per seguirli quando vengo risvegliata dalla suoneria di whatsapp del mio telefono “Martedì festeggiamo il nostro anniversario in collina con un po’ di amici, ci siete?”. Come no, per adesso abbiamo impegnati solo lunedì, mercoledì e venerdì.

Un’estate sola non ci basta per questa socialità senza limiti.

le cose belle di questa estate (parte seconda)

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Una promessa è una promessa e i post che finiscono con “to be continued” chiedono sempre una seconda puntata. E allora, visto che l’estate non è proprio finita, ma quasi, ecco le altre cose belle:

  • scoprire famiglie nuove, naturalmente simili alla nostra, con figli tremendamente e meravigliosamente simili ai nostri e passare serate insieme, sorridendo di banalità ma anche parlando di educazione, fatica e strada da fare
  • riempirsi gli occhi, i polmoni e le orecchie di montagna, del colore dell’erba che sembra il muschio del presepe, del fresco e dell’umido della pioggia, del silenzio del sentiero e delle canzoni lungo la strada per dare energie a piccoli “stambecchi” che affrontano le loro prime camminate
  • tenere la mano di mio marito prima di dormire, sapendo che ci stiamo stringendo il cuore e che quelle mani insieme affronteranno i mesi che verranno, ignoti e difficili
  • ballare un ballo occitano senza conoscere i passi con i miei ragazzi in una piazza piena di gente, giovani, bambini, signore, vecchietti che osservano con attenzione i movimenti delle coppie più capaci prima di lanciarsi, prendendo poi una ragazza sconosciuta per mano e portandola tra la folla
  • tornare alle attività quotidiane, alla ginnastica, agli amici di mio figlio che rumoreggiano sul divano giocando alla wii, ai giardinetti e ritrovare tutte quelle persone che non definirei “amiche” ma che fanno parte della mia vita e la rendono così com’è
  • prepararsi con Jacopo per un anno nuovo, da grandi, in cui dovrà gestire chiavi di casa e soldi ed essere in grado di prepararsi il pranzo, far le prove insieme, perché nessuno “nasce imparato”
  • vedere i tre “drogati” di atletica in tv, sentirli incitare gli atleti, emozionarsi per gli inni e l’alza bandiera, sentire Lucia che guardando le premiazioni dice “io vorrei vincere una medaglia così”
  • affrontare coi miei figli la verità, qualsiasi essa sia, e trovare per loro e con loro le parole giuste perché possano conoscerla, capirla, affrontarla (e scoprire che tutto si può dire, basta aprire il cuore e parlare guardandosi dentro)

Col pieno di cose belle, l’autunno si affronta meglio.

le cose belle di questa estate (parte prima)

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Le cose belle di questa estate (per quello che per ora ci ha regalato)

– la visita al Forte di Fenestrelle con tutta la famiglia, una camminata lunga e faticosa che ci ha fatto stare insieme, scoprire una parte del nostro territorio, ascoltare la passione di chi come volontario accompagna i turisti in questa passeggiata

– un nuovo modo di correre, più lento e corto, ma con Jacopo di fianco, un nuovo spazio scoperto per camminare insieme, facendo fatica, aspettandosi e motivandosi a vicenda 

– le cene e le chiacchiere con gli amici e le loro vite che procedono per grandi progetti: case comprate, figli da custodire per 9 mesi, lutti da digerire 

– la sorpresa e la naturalezza nel vedere che nuotare è qualcosa di istintivo, che una volta che si impara non si dimentica, a 5 anni quando si abbandonano per sempre i braccioli, o a 70 quando basta una mano di cui fidarsi sotto la nuca per ricominciare a sentirsi libero nell’acqua 

– mia mamma che si riposa e ride, allenta la tensione e riprende il gomitolo dei suoi giorni, coccola la sua figlia in più e si gode una cena con lei e suo marito 

(to be continued)

buona estate fratelli e sorelle scout 

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Autogrill sull’autostrada che dal Piemonte porta al mare, domenica 2 agosto, ore 16,45. La partenza è di quelle intelligenti perché di solito si parte al mattino o alla sera, non nelle ore più calde della giornata.

Due macchine ferme nel parcheggio, di fianco. Una decisamente grande, quasi un furgone. Carica di bagagli, un’anguria, zainetti e poi buttato sopra tutto uno zaino da campo. Dentro tre bambini, stanchi, una col fazzolettone scout al collo e le gambe graffiate e sporche. Nel portaoggetti davanti un cilindro di creta colorato e un po’ rotto. Doveva essere una caffettiera, almeno nelle intenzioni dell’artista di 8 anni.

A fianco una Panda, modello vecchio, di quelli con la manovella per abbassare il finestrino, ovviamente senza aria condizionata. Il bagagliaio e i sedili posteriori sono diventati una cosa sola, invasa da zaini e sacchi pieni di cose miste che spuntano. Scende una ragazza, 20 anni o poco più, aria stanca, capelli raccolti con una pinza, pantaloncini di velluto blu, camicia azzurra fuori dal pantaloni, fazzolettone al collo. Sul sedile del posto di guida una camicia scout, con patacche consumate, con lo stemma della regione Liguria.

L’estate è tempo di campi scout. Di viaggi di ritorno stanchi, graffiati, sporchi, senza voce. Di macchine cariche. Quelle della famiglia che inizia le vacanze subito dopo i campi dei figli. Quelle dei capi, ragazzi 20enni, per cui parte delle vacanze è organizzare i campi per bambini e ragazzi. 

I campi dei nostri ragazzi sono finiti, inizia l’estate della nostra famiglia. Che non sarebbe la stessa senza i campi scout, senza quei 20enni che donano il loro tempo ai nostri ragazzi. 

Buon estate, fratelli e sorelle scout, di qualsiasi età, di qualsiasi regione.

l’estate non è fatta per i pesci

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Prima è venuto il pesce acrobata, che amava fare numeri da circo in una vasca di 30×20 cm. Probabilmente si esercitava in continuazione, di notte o quando noi eravamo assenti. Purtroppo per lui ha scelto di fare il numero più rischioso in un giorno d’agosto dello scorso anno, quando la casa era inabitata e gli unici spettatori erano i suoi due compagni di vasca. Che l’hanno visto saltare, ruotare in aria in un triplo salto carpiato con avvitamento e non tornare più indietro. È stato ritrovato a fine mese, sul battiscopa dietro il carrellino dove la vasca è appoggiata, muto come un pesce, ma decisamente meno vivo.

Abbiamo cercato una copertura, per evitare che gli altri due decidessero di andare a cercarlo, avventurarsi in una selva oscura e rumorosa e poi restare letteralmente senza fiato per il mondo che c’è fuori dalla vasca. Non l’abbiamo trovata, ma in un anno abbiamo scoperto che gli altri due sono pesci piuttosto sedentari, che amano la tranquillità e il calore del loro nido.

E così abbiamo affrontato piccole assenze da casa con la tranquillità di chi sa che il proprio animale domestico è proprio domestico, senza grilli per la testa. Siamo stati in montagna e quando siamo tornati li abbiamo ritrovati lì, nella loro vasca, con il solito sguardo vigile dei pesci e l’acqua un po’ torbida (o putrida come l’ha definita un amico di Jacopo) per eccesso di produzione di escrementi. Alla seconda vacanza breve (dal venerdì sera al lunedì mattina) c’è stata la svolta. Non so perché, ma i pesci aspettavano Flavio galleggiando su un fianco in superficie, con lo sguardo un po’ meno vigile del solito. Le cause della morte non sono state indagate fino in fondo, io mi sono fatta l’idea che il calore del nido in questa estate torrida sia stato eccessivo e che la casa chiusa per 3 giorni abbia trasformato la loro vasca in una pentola.

L’acquario resterà disabitato, almeno fino a settembre. Poi decideremo cosa farne. Per ora i ragazzi hanno affrontato il distacco, chi producendo lapidi, chi fermandosi in preghiera ogni volta che passa di fronte alla vasca, chi ignorando l’evento (in fondo il suo pesce è morto già da un anno).