la crisi di mezza età

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Com’è che si chiama quel disturbo che fa sì che tu non sappia riconoscere la realtà che vedi nello specchio? Quello per cui quando ti confronti con la tua immagine riflessa non riesci a riconoscerti?

Io mi sento così in questa età di mezzo. Mi penso immatura e alle prime armi, eterna stagista della vita. Ma quando incontro qualcuno del mio passato, la compagna di classe delle elementari, l’amica scout che non rivedo da tempo, la vicina di casa dei tempi del liceo, lei mi fa da specchio. Implacabile. Nei suoi capelli bianchi rivedo i miei che continuo a non tingere, le sue rughe intorno agli occhi hanno la stessa trama delle mie che si infittisce, nei suoi rotolini quando è seduta alla scrivania trovo le stesse pieghe sopra e sotto il mio ombelico.

Dentro mi sento giovane, inesperta, insicura. Se dovessi disegnarmi mi farei con l’acne in faccia. E invece quello che vedono gli altri è quello che sono: una donna di quasi 44 anni. Qualcosa che non sono ancora pronta a essere. Guardo le mie coetanee sul tram, a loro agio sui tacchi, dietro il trucco perfetto e il taglio curato, i vestiti da ufficio e vorrei essere come loro, a mio agio.

Se avessi un desiderio da esprimere vorrei tornare ai miei 17 anni, quella è l’età della vita in cui mi sono sentita perfettamente adeguata. Ero una rompipalle, ma a 17 anni si può. Ero polemica, ma a 17 anni si chiama spirito critico. Ero combattiva, rigorosa, spigolosa. Sempre spettinata e con vestiti a caso, ma “avevo la rivolta tra le dita” come dice Guccini, che a 17 anni ascoltavo senza sosta. Ero una diciassettenne e il mondo davanti era spalancato.

Adesso sono una rompipalle, polemica, spigolosa. Sono sempre spettinata (il termine giusto sarebbe “spampanà”, quello che usava mia nonna e che forse è piemontese, forse lessico famigliare) e spesso vestita nel modo sbagliato per l’occasione. Tra le dita ho sempre voglia di rivolta, ma il mondo di fronte non è proprio spalancato. Diciamo che ha ancora alcune strade da scegliere.

Se mi incontrate per strada, non ditemi la mia età. E datemi del tu.

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una serata di mezza età

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Ci sono quei momenti dell’anno in cui finalmente in casa si torna a essere un numero consono al dialogo: due, entrambi maggiorenni, entrambi autonomi e senza troppe richieste reciproche, i due che si sono scelti. E nonostante gli anni stiano passando, siamo sempre bravi, mio marito e io, a goderci il tempo in due, per fare di nuovo quelle cose che in 5 riescono peggio (o non riescono proprio): andare a pranzo fuori a mangiare tartufi e andare al cinema.

Guardiamo e riguardiamo la programmazione e poi cadiamo sempre su qualcosa di impegnativo, che fa pensare, tendenzialmente un po’ triste e di questo ammetto di essere fortemente responsabile. Nelle ultime 3 o 4 occasioni siamo andati sempre nello stesso cinema, una multisala sala in centro, che dall’esterno sembrerebbe normale e invece no. Invece entri e ti sembra che ci sia la gita del cral dei pensionati: madame con l’onda fresca di parrucchiere, signori con la barba bianca e la pancetta che sporge sotto i pullover girocollo, stampelle e bastoni, coda alle casse non perché ci sia tanta gente, ma perché si sa che a una certa età tutto si rallenta, anche tirar fuori i soldi dal portafoglio e poi mettere via il resto.

Entriamo in sala, volume della pubblicità altissimo, non so se potenziato visto il pubblico o no. Ci sediamo ai nostri posti vicino a due signore, età tra i 65 e i 70 anni. Spostano il cappotto per lasciare libero il mio posto e comincio a sentire una discussione su questi cinema in cui concentrano tutte le persone vicine (e questo evidentemente le infastidisce). È vero, una volta non era così e potevi sederti dove volevi, ma i posti numerati al cinema esistono ormai da una quindicina d’anni, non mi sembra una novità. Le madame, insofferenti, cambiano posto e si siedono due file dopo, senza vicini che possano disturbarle (anche se non ho capito bene come). Dopo un paio di minuti anche lì, in quell’oasi di pace che avevano trovato, arrivano i vicini. E immancabilmente le signore si spostano, due donne sole alla ricerca di un po’ di pace. Il film inizia e non posso più controllarle, catturata dalle immagini proiettate su uno schermo più grande di quello di casa, ma neanche così tanto.

Usciamo dal cinema (dopo un film che parlava di una mamma e di un figlio 13enne, che aveva la stessa felpa che ha Jacopo, tanto per aumentare il senso di immedesimazione) e andiamo a mangiare alle 22 in un locale nella zona della movida torinese. Troviamo posto (e la cosa ci stupisce), ceniamo e quando alle 23 usciamo da lì ci troviamo in mezzo a centinaia di ragazzi, molti credo neanche maggiorenni che chiacchierano, camminano in mezzo alla strada, bevono birra da bicchieri usa e getta, vino da bottiglie di plastica, limoncello e altri alcolici comprati nel negozio di alimentari pakistano o indiano che probabilmente è aperto tutta la notte.

È qui, in una serata fuori tempo, che ho capito il senso letterale dell’espressione “di mezza età”: è quel tempo della vita in cui ti trovi stretto tra il bastone da passeggio e i piercing in ogni dove, tra il fastidio per i vicini al cinema e il sabato sera per strada con intorno centinaia di persone sconosciute e troppa confusione per parlare con quelli con cui sei arrivata lì. L’età di mezzo, come l’autunno, quella di chi è talmente poco abituato ad uscire in due che guarda i locali da fuori e non sa scegliere dove fermarsi, perché non capisce se fanno solo cocktail o ti danno anche qualcosa da mangiare.

vorrei essere già lì

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Arriva sulla sua bicicletta, e si ferma appoggiando un piede per terra. Dalla gonna dritta, spunta il ginocchio nudo libero oltre i gambaletti tinta carne. Non ha niente di particolare, non ricordo le scarpe, il colore della gonna o del golfino di lana abbottonato. Ha i capelli bianchi, tagliati corti e l’aria di chi sa dove sta andando, non ha fretta ma neanche tempo da perdere.

Se mi chiedete dove vorrei essere, vi dico che vorrei essere già lì. In quegli 80 anni portati con naturalezza, in quelle gambe magre mezze coperte da calze che io non metto neanche sotto i pantaloni, in quell’abbigliamento di chi non si preoccupa di chi la vedrà, in quei capelli che non chiedono più di essere pettinati, basta che siano puliti. In quell’essere nel mondo senza che il mondo se ne accorga, serena e indifferente, in un tempo che non è pieno, ma non è neanche vuoto.

Se mi chiedete dove vorrei essere, vorrei essere già lì, forse perché penso che lì, in quella vecchiaia che ancora non ti impedisce l’autonomia ci possa essere pace, serenità, star bene con se stessi senza preoccuparsi delle aspettative, dei sogni, degli obiettivi.

Lo so che ogni medaglia ha il suo rovescio, lo so che dietro quell’impressione di pacatezza ci sono i dolori, forse la solitudine, la fatica. Ma per oggi non ho voglia di vederlo il rovescio. Per oggi mi basta guardare un’anziana incontrata per caso per strada e sentirmi tranquilla, contagiata dalla pace che mi trasmette.

scritto tra le rughe

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C’è un momento della vita in cui scopri le rughe. Le scopri nelle tue foto dell’estate, quelle in cui dovresti essere bella, solare, rilassata e abbronzata e in effetti qualcosa lo sei (magari non bella e abbronzata che la natura non si cambia e neanche la percentuale di melanina nel tuo corpo), ma lì sulla fronte sono tracciate autostrade per i pensieri, intorno agli occhi ci sono i segni dei passaggi di galline e altri animali da cortile che forse volevano bere nelle tue iridi (e le mie sono marroni, quindi prediligono le pozze fangose alle fresche sorgenti cerulee).

Le scopri nel viso di chi vedi tutti i giorni e poi mentre parli di sciocchezze, seduta sul divano in cui tante volte hai dormito, ti accorgi di quel reticolo di percorsi, di quei segni del tempo e dei tempi, quelli difficili come quelli facili, perché anche le risate lasciano i solchi di fianco alla bocca. E non riesci a smettere di guardarle, non riesci a sentire più l’audio. Vedi la sua bocca che si muove, senti un rumore di fondo come quando da piccola ti tappavi le orecchie con le mani per non sentire, ma non capisci più le parole: perché stai ascoltando la storia della sua vita e della tua, stai intuendo qual è stato il momento preciso in cui hai smesso di essere tu quella con le ginocchia sbucciate, il momento in cui si sono invertiti i ruoli e hai dovuto imparare a mettere cerotti o asciugare lacrime, soprattutto quelle che non escono.

Ecco, quando allo specchio non ritrovi la ragazzina con i brufoli sul mento, ma vedi la signora con i segni sulla fronte, quando guardi le donne della famiglia e non vedi più la ciabatta alzata di tua nonna che minaccia punizioni o lo sguardo concentrato di tua mamma mentre in bella grafia compila le pagelle, ma due donne che si assomigliano fisicamente sempre di più, ti accorgi che gli anni passano, che anche se dentro ti senti sempre alle prime armi e “in prova” in ogni aspetto della tua vita, gli altri vedono e, probabilmente, si aspettano altro. E non sei sicura che tu sappia farlo questo “altro”.

ricordatevelo

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Questo post deve essere letto e conservato dai miei amici, parenti di primo, secondo e terzo grado, consanguinei, vicini di casa, maestre dei miei figli. Conservato perché, spero di no, ma potrebbe tornare utile negli anni a venire. Perché da “giovane” ognuno pensa che non farà mai alcune cose, non avrà mai certi atteggiamenti, non indosserà mai certi vestiti e non farà mai certi regali. E invece gli anni sdoganeranno misé improbabili e inguardabili, lasciando per la strada pezzi di dignità.

Avete il diritto di prendermi in giro e impedirmi di uscire di casa (o costringermi a ritornarci subito) se mi vedrete in giro con una di quelle maglie a fiori o maculate, con tigri e animali selvaggi, come se avessi appena terminato un safari in Africa o nella foresta pluviale. O con le calze tinta “bucciad’uovo” (a diversi livelli di freschezza: dal “beige appena deposto” al “verde meglio che non lo mangi”), la gonna scozzese a pieghe e le finte scarpe da ginnastica marroni scamosciate, col velcro, gli swarosky sul lato e il tacco a zeppa.

Potrete buttarmi addosso un sacco se mi vedrete con i collant trasparenti che si avviluppano intorno alla caviglia, con le scarpe nere décolleté tacco 2,5 cm e lo smanicato trapuntato rosso corallo o beige (“che al mattino c’è un’arietta che è meglio coprirsi bene”).

A mio marito e ai miei parenti e amici maschi dico che potrete rifiutare regali e pensierini se troverete dentro il pacchetto pullover coi bottoni rivestiti di pelle a motivi jaquard nelle tonalità del beige, marrone, verde sotto bosco, fango. Quelli possono servire al massimo per lucidare l’argenteria, che per altro non ho. Se vi regalerò un cappellino con visiera in velluto a costine siete autorizzati a donarlo alla scuola materna per farne il copricapo dello spaventapasseri messo dove i bambini hanno seminato. Sicuramente starà meglio a lui e farà la sua bella figura.

Quando la lucidità e il senso della decenza mi avranno abbandonato, la mia dignità sarà nelle vostre mani. Ricordatevelo.