parole delle vacanze 6 e 7

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#giorno6 relazioni

quelle con le persone che non si vedono da 60 anni, si cercano e si ritrovano tramite social network e poi si incontrano, entrambi coi capelli bianchi, uno con 2 figli e 6 nipoti, l’altro col vestito da vescovo addosso. È bello pensare che possano esserci delle strade molto diverse e forse in parte simili che partono da un cortile comune

quelle temporanee, con le guide e gli autisti che ci accompagnano in questo viaggio, qualcuno loquace, qualcuno ironico, qualcuno scolastico. Le chiacchiere con loro servono a conoscere questa terra, di donne archeologhe che fanno le guide turistiche, di laureati in informatica che accompagnano messicani in barca, di autisti di pullman che hanno cercato la propria strada in Veneto, ma poi la crisi è arrivata anche lì e hanno privilegiato gli autisti “locali”, perché il concetto di straniero è sempre un’interpretazione temporanea

#giorno7 misto

quello della friggitoria dove ci fermiamo a mangiare e che implica un piatto pieno di panelle, arancine, crocchè e altre delizie

quello dei paesaggi che ci scorrono a fianco, tra mare, promontori scoscesi, campi coltivati, calette raggiungibili in barca e ulivi rigogliosi su una terra che sembra fatta di pietra

quello tra cultura e natura, le due anime di questa vacanza, divisa tra templi, città, riserve naturali, tonnare, musei. Il misto ideale per me, la vacanza che mi fa tornare piena

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parole delle vacanze 5

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#giorno5 dimensioni

quelle delle strade sembrano essere variabili, come se i guardrail fossero di gomma e potessero allargarsi. Vedi una macchina accostata a destra e nel senso opposto al tuo ne sta arrivando un’altra? Probabilmente ti fermerai per evitare un frontale. Non se sei siciliano: in quel caso proverai a passare e la strada magicamente si allargherà e riuscirai a non sacrificare né il tuo specchietto né quello dell’altra auto. Suggerisco comunque di non tenere le mani fuori dal finestrino

quelle delle piante che qui diventano XXL. In casa ho un ficus, un ficus benjamin, un ulivo e diverse piante grasse. Dopo essere venuta in Sicilia, ho capito che le piante d’appartamento non esistono come specie a sé, ma solo in relazione al contesto. Il mio ficus, il mio benjamin, il mio ulivo sono i bonsai di un gigante il cui appartamento è la Sicilia intera. Le mie piante grasse non possono neanche essere catalogate come esseri viventi

parole delle vacanze 4

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#giorno4 affollamento

quello degli stimoli e delle informazioni che stiamo ricevendo in ogni posto che visitiamo, dalla Valle dei Templi a Selinunte. Oggi Diego, di fronte al nuovo tempio greco che la guida stava per illustrarci, mi ha detto “io non ci capisco più niente, parlano sempre di greci. È una noia”. Chiedo scusa in anticipo alla maestra Robi per la reazione che avrà il ragazzo in quinta elementare, durante le lezioni di storia

quello delle valigie che stamattina ho richiuso per trasferirci a Palermo. Se è vero che i vestiti sporchi occupano più posto di quelli puliti, tra una settimana non basterà neanche più sedersi in due sul bagaglio da stiva per chiuderlo

quello dei figli, che più diventano molesti, più sentono il bisogno di starmi addosso, più mi dicono che sono cattiva perché li sgrido. Oggi in un attimo a pranzo ne ho avuti tre intorno tipo zanzare, che neanche la mamma di tutti gli autan era sufficiente a togliermeli di torno. Credo opterò per la fiamma ossidrica la prossima volta

quello dello spettacolo a cui oggi abbiamo assistito al piccolo teatro dell’opera dei pupi siciliani che abbiamo scoperto nel cuore popolare di Palermo. In una sala zeppa di bambini e adulti, italiani e stranieri, due uomini sotto i 50 anni e due bambini che avranno avuto 7 e 10 anni, ci hanno regalato un’ora di racconto, risate, emozioni. Uno spettacolo che sa di orgoglio e identità, due valori utili per incontrare veramente gli altri diversi da noi

parole delle vacanze 3

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#giorno3 equilibrio

quello, probabilmente fragile, tra un ambiente naturale bellissimo come le rocce di marna della Scala dei Turchi e il mare cristallino di San Leone e il numero incredibile di turisti che si spostano con macchine, ombrelloni, sdraio e borse frigo

quello necessario per arrampicarsi senza scivolare sulla Scala dei Turchi per arrivare a fare il bagno oltre, dove il mare è perfetto; arrivato a destinazione Diego ha detto a Giovanni, la nostra guida, “sono sopravvissuto”

quello, assente, tra una natura meravigliosa, uliveti che sembrano tracciati col righello, vigneti verdi e rigogliosi e case brutte che sembrano sputate a caso sulle colline, pezzi di campi bruciati e spazzatura ai bordi della strada

quello tra forza e delicatezza necessarie entrambe per dare forma a un oggetto di ceramica, sapienza istintiva che sta nelle mani più che nella testa

quello necessario per vivere con leggerezza la vacanza e il bisogno di essere prossimi a chi abbiamo lasciato a casa

parole delle vacanze 2

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#giorno2 strati

quelli nella valle dei templi che ospita colonne di 25 secoli fa (*) che ancora puntano dritte al cielo, ulivi di 600 anni che hanno accompagnato le stagioni e assecondato i venti contorcendo i loro rami e dividendo i loro tronchi, quella dei mandorli di 60 anni, dei pistacchi e degli agavi, dei fichi d’india con le pale che mano mano da stelo diventano tronco

quelli nell’accento della guida che ci accompagna, che in un discorso in italiano con spiccato accento siciliano inserisce qui e là modi di dire e parole in dialetto e richiama la nostra infanzia, quando quelle stesse parole si sentivano in via buniva nella casa dei nonni e degli zii, nelle telefonate oltre oceano coi parenti americani, in alcuni modi di dire di papà

quelli nella pancia di Lucia che ha aperto la giornata con prosciutto e frittata, yogurt e cereali, l’ha alimentata con arancine e patate al forno, l’ha conclusa con pizza con spinaci, uovo sodo e würstel. Fai sogni belli, bambina dallo stomaco coraggioso

(*) il conto dei secoli delle colonne dei templi greci ne l’hanno fatto marito e figlio maggiore, da sola avrei scritto stupidaggini

parole delle vacanze

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#giorno1 stupore

quello di Diego che per la prima volta sale su un aereo e vola. Per tutto il viaggio, passato al finestrino, a fianco del nonno, ha risposto ad ogni mia domanda (“tutto bene? Hai visto che c’è il mare? hai le orecchie tappate?”) mostrando il pollice alzato. Arrivato in albergo ha ammirato la stanza quadrupla in cui dorme con nonni e cugina più grande e poi ha detto alla nonna “certo, bello l’albergo, però è difficile rifare i letti così bene domani mattina”

il mio stupore quando riscopro che un paesaggio nuovo, vigneti e campi gialli di grano tagliato, rocce e montagne che si buttano a picco sul mare risvegliano la mia voglia di capire, sapere, conoscere

posti che chiamo casa

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Ci sono posti che chiamo casa. Hanno tavoli che sembrano possano allungarsi all'infinito, per accogliere ancora un amico, ancora un nuovo conoscente, ancora un vicino di casa.
Hanno sedie spaiate, alcune rotte e di tempi e stili diversi, panche malconce.
Hanno campi da bocce, giardini con pini marittimi, giochi sparsi per terra, pentole usate come vasi e piante libere di crescere fuori dalle aiuole, ma curate.
Hanno animali che sono parte della famiglia, ma vivono da animali, liberi nel loro territorio e col loro istinto, legati agli umani da un amore gratuito, indissolubile e reciproco.
Hanno tavoli su cui si gioca a carte per ore intere, pomeriggi o serate, su cui si cucina per un reggimento e su cui si mischiano progetti, compiti delle vacanze, società possibili.
Hanno cortili in cui si raccolgono olive, si passa il pomodoro per imbottigliarlo per l'inverno, si fanno marmellate e si insegnano ricette.
Hanno bici appoggiate per terra o contro i muri, vecchie e poco moderne, disponibili per chiunque abbia voglia di provare a seguire una strada.
Hanno i suoni delle voci, delle risate, delle discussioni della vita che è passata, di amici e famiglie che sono cresciute. Di vecchi compagni in pensione che ancora credono che le case debbano essere del popolo, di amiche maestre che ad ogni ciclo scolastico imparano qualcosa in più sul loro lavoro, di bambini che crescono, sorelle che litigano e giocano, cugini che sembrano fratelli, amici che sembrano famiglia, parenti acquisiti che si sceglierebbero ogni giorno come compagni di viaggio.
Ho avuto la fortuna di avere molti posti che posso chiamare casa: in Italia e in Francia, in campagna e al mare, da bambina e da adulta. Non ne possiedo nessuno, ma appartengo a tutti e in tutti mi basta vedere il cancello per capire che sono arrivata e lì posso fermarmi. Per essere me stessa, per lasciare scorrere il tempo, per sognare che le case possano tornare a essere del popolo e che la vita insieme sia l'unica scelta possibile.