da che parte stare

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Sto facendo dei pensieri in questi, giorni, settimane, mesi. E non sono pensieri leggeri. La mia vita è felice, incasinata il giusto o leggermente un po’ più del giusto. Le strade di fronte a me e ai miei ragazzi sono aperte, potranno essere quello che vorranno, che sapranno sognare e realizzare. I miei amici e colleghi sono persone con cui condivido progetti, valori, azioni e principi. Va tutto bene.

Ma quando esco dalla mia bolla il mondo intorno è colmo di brutture, di rabbia, di violenza, di ingiustizia. E ogni giorno che passa tutto questo aumenta e diventa normale, accettabile, nella migliore delle ipotesi un effetto collaterale che dobbiamo accettare: per garantirci la “sicurezza”, perché “mica gli altri prima erano tanto meglio”, perché “prima i nostri”.

Sto pensando che mentre la mia vita procede, intorno ci sono vite in pericolo. Quella di Angele e di tutti i ragazzi e le ragazze di colore, magari adottati da famiglie che quando li mandano da soli in pullman o in pizzeria con gli amici sperano che non gli capiti di incontrare qualcuno che si senta in diritto di insultarli e dirgli di tornare “a casa loro”. E si permetteranno di dirlo a loro, non ai miei figli che hanno la pelle del colore “giusto”.

Quella di Manuela che è sposata con una donna e ha la corazza dura e non mi racconta la fatica, le discriminazioni, i giudizi. Ma sono tutte ferite dentro di lei, cicatrici che la segnano.

Quella dei ragazzi che Lucrezia ed Enrica incontrano ogni giorno, arrivati in Italia di nascosto, che vivono in un tempo di attesa, senza diritti, senza prospettiva, senza possibilità di progettare il proprio futuro.

Mentre la mia vita va avanti, c’è un altro pezzo di questo stesso mondo che non ha diritto a una vita dignitosa, che rischia ogni giorno per il solo fatto di essere com’è: nero, omosessuale, povero. E in questo tram su cui sono adesso, potremmo contare quanti pensano che questo sia un effetto collaterale che dobbiamo accettare, una stortura del mondo che non possiamo caricarci addosso. E non ci basterebbero le dita delle mani e dei piedi di molti di noi.

Stiamo scivolando su un piano inclinato, rotolando sempre più giù, accettando il degrado più folle e inumano. Come se fosse normale, accettabile, inevitabile.

Tutto questo mi sta logorando, mi sta consumando dentro. E non posso più incontrare le persone e fare finta di niente: non posso comprare la frutta o il pane da qualcuno che pensa che i porti debbano restare chiusi e le navi delle ong affondate, non posso salutare un vicino di casa che pensa che l’omosessualità sia una malattia, non posso cenare con degli ex colleghi che pensano che sparare a un uomo alle spalle che ha rubato a casa tua sia legittima difesa. Si difende la vita, prima di tutto.

Non posso più, perché l’imparzialità sui valori non può esistere. Perché siamo tutti, per sempre coinvolti e responsabili di ciò che sta accadendo intorno a noi. Perché è il momento di scegliere da che parte stare e ce n’è una che rispetta l’umanità e poi c’è l’altra. Che la maltratta, la violenta, la lascia morire, la uccide.

ps. nella foto, una rosa di Sarajevo

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vado forte

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Da quattro anni sono entrata nel magico mondo della palestra. In versione soft e decisamente poco modaiola, perché le lezioni per strada con musica, movimenti coordinati e sorrisi di plastica non mi si addicono molto. Anche in versione poco chiacchierona, perché in fondo resto sempre una timida e pure un po’ stronza, quindi quei quarti d’ora di assenza in cui sento solo la fatica del mio corpo sono qualcosa che non mi infastidisce per niente.

Ho un’insegnante invidiabile, da tutti i punti di vista: perché è una donna bella, intelligente, capace di fare movimenti armonici, eleganti e al tempo stesso di una potenza incredibile. Porta avanti un gruppo misto di età e capacità con fermezza e rigore, spingendo ciascuna a fare un po’ di più, a credere che possiamo migliorare. E io ci provo a crederlo, ma quando mi trovo ingarbugliata nel tessuto come se fossi un salame anziché riuscire a fare la posizione del giaguaro, penso che in fondo lei mi tiene nel corso come mascotte, esempio di come tutti possano provarci (non riuscirci). E mentre sei lì, in uno sforzo sovraumano per capire cosa devi fare e farlo meno peggio di come ti verrebbe naturale, quando la senti che si avvicina ti dici “ecco, sto sbagliando”.

Ieri eravamo lì, gambe appese al tessuto e culo per terra, a fare addominali e lei ha iniziato a passeggiare tra una e l’altra. Ho imparato, non solo in palestra, che la miglior tattica è ammettere subito le proprie debolezze perché in qualche modo dispone l’altro (e spero sempre anche me stessa) in un atteggiamento comprensivo e accomodante. E così quando si è fermata di fianco a me le ho subito chiesto se sbagliavo a far l’esercizio, perché lei aveva detto di tirare su braccia, testa e spalle e io andavo oltre.

– No va benissimo, stavo appunto notando che con gli addominali vai forte –

Ho finito la mia lezione con somma gioia, un briciolo di autostima in più e pensando che l’indomani mattina avrei pagato l’esuberanza dell’addominale, non riuscendo neanche a piegarmi per allacciare le scarpe. E invece tutto tace intorno all’ombelico e io mi godo quel silenzio.

è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

solo la donna che sono

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Sono una donna normale, nella media.

Una donna che accompagna ogni mattina a scuola i suoi ragazzi, ma ha difeso con tenacia la possibilità di fare un lavoro che le piace e che a volte la porta lontano dai suoi figli.

Una donna che ancora non sa bene cosa è capace di fare, che si sente continuamente in cammino e sotto esame, che si stupisce quando la chiamano signora e le danno del lei.

Una donna che punta sul (suo) contenuto, perché del (suo) contenitore è perennemente insoddisfatta. Che si sente goffa e imprecisa e spia le altre donne così a loro agio nel loro corpo, vestito, trucco.

Una donna che piange, quasi sempre da sola. Perché non è timida per ciò che riguarda le sue opinioni, ma si imbarazza per i sentimenti.

Una donna che cerca parole per spiegarsi il mondo, per dare forma ai pensieri e agli eventi.

Una donna che fatica a essere ottimista, ma pensa di non potersi permettere lo sconforto. Perché sei occhi la guardano quando affronta i contrattempi e le difficoltà della vita quotidiana. Perché sei orecchie imparano dalle parole che usa per descrivere gli eventi che la misura e l’equilibrio ci aiutano a non perdere la direzione.

Una donna che è una pianta grassa, spine che durano sempre e fiori che vivono un giorno.

Sono solo la donna che sono, #justthewomaniam. E oggi ho camminato, con altre donne forti e deboli come me. Ho camminato non perché abbia una incrollabile fiducia nel domani. Ma non abbiamo altra scelta, se non camminare.

una bacchetta magica

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Vorrei una bacchetta magica, di quelle che esistono nelle favole, per togliere le fatiche a chi ho di fianco.

Perché F. possa sapere chi era sua nonna, perché possa intuirne il rigore e la cura che ha saputo dedicare a noi e ai bambini che ha cresciuto, perché possa apprezzarne il sarcasmo e la durezza, la voce un po’ rauca, i consigli sbrigativi e i gesti di amore che ci ha lasciato.

Perché S. possa tornare a fare la figlia, con la leggerezza che vorremmo avere sempre noi figli e possa avere qualcun’altro, con un altro ruolo, che si occupi delle paturnie di un ultra settantenne a cui non possiamo più chiedere di cambiare, che è sempre stato poco volentieri negli ospedali come visitatore e adesso è diventato lui il paziente.

Perché G. possa avere ancora del tempo con E., perché non sono così abituali le coppie che dopo oltre 30 anni di matrimonio e i figli grandi hanno ancora tanto da fare insieme e da dirsi. E quando uno dei due se ne va, restano troppi discorsi in sospeso, troppe questioni ancora da affrontare, viaggi da fare, film da vedere, libri da consigliarsi. E chi resta non sa che farsene di tutta quella strada che ha di fronte senza il compagno della propria vita.

Perché G. possa godersi la sua pensione, il suo tempo libero, lei che ha sempre corso, lei che è l’unica che io abbia conosciuto che quando faceva part-time non faceva meno di 30-36 ore a settimana. Lei che quando sono arrivata nella mia agenzia era la collega esperta e adesso è un’amica di cui non so fare a meno. Lei che sa essere scrupolosa ed efficace insieme, lei che ha un senso del dovere più forte del mio.

Perché L. non si senta con una scadenza scritta addosso, perché possa pensare di avere tempo di vedere i nipoti diventare sempre più grandi, accompagnare sereno e in forma all’altare sua figlia, guidarla. Lui che ci insegna ogni giorno che per vedere le cose non servono occhi che funzionano, ma un cuore che sa ascoltare e una coscienza che ha il coraggio di scegliere, lui che deve appoggiarsi al nostro braccio per farsi guidare nei posti sconosciuti.

Vorrei una bacchetta magica perché il dolore intorno a me mi fa sentire impotente e questa è la sensazione che più patisco. Perché sono una persona che ha bisogno di fare per riuscire a dare l’affetto che ho dentro e per cui non conosco gesti.

le cose che mi piacciono 

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Mi piace vedere i miei figli stanchi e un po’ scalcagnati dopo una giornata intensa di sport o di attività scout. Mi piace guardare le loro unghie sporche e i gomiti sbucciati per avere toccato la terra, corso e lottato per una palla fino a strisciare sul parquet. Mi piace vedere i lividi da trave sulle anche di Lucia e le guance colorite dopo una giornata in caccia.

Mi piace salutarli nel letto stanchi la domenica sera, svuotati di energie e colmi di possibilità vissute. Mi piace vederli coi loro amici, ascoltarli parlare sui sedili posteriori, vederli che si scattano selfie improbabili, sentirmi salutare con un ciao dai loro compagni di squadra o di classe e vedere altri genitori che si occupano di loro, controllano la strada mentre attraversano o gli sistemano il cappuccio della felpa.

Mi piace stare dove stanno loro, i miei ragazzi. Mi piace riallacciare le nostre vite il sabato e la domenica, accompagnarli in uscita, alle gare, alle feste. Mi piace tornare stanca a casa la domenica e pensare che questa fatica costante, questo impegno continuo nell’educarli e dargli stimoli e possibilità è come vivere in lavatrice, ma dà i suoi frutti. 

Li vedo nei loro occhi, li sento nei loro abbracci, li ascolto nei movimenti dei loro corpi. 

quello che le mamme non dicono

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Le mamme non dicono che cucinare tutte le sere è un impegno noioso e ripetitivo che fanno a fatica. Anziché sedersi sul divano e leggere un libro, guardare un telegiornale, parlare al telefono con un’amica, tutte le sere tornate a casa dovranno preparare la cena, pensare a cosa sarebbe meglio far mangiare al resto della famiglia (non si può vivere di sola pasta al pesto, pare sia una certezza della comunità scientifica), gestire gli avanzi e gli alimenti che da troppo tempo vivono nel frigorifero. E quando si sederanno tutti a tavola, ovviamente ci sarà uno che non vuole mangiare la verdura, l’altro che avrebbe preferito i pomodori, l’altro ancora che “la frittata è buonissima, ma stasera proprio non ne ho voglia” e si sfonderà di pane.

Le mamme non dicono che l’unico modo per essere pronte al mattino (cioè con la faccia e i denti lavati, mica parliamo di tanto altro) è fare queste piccole operazioni di cura di sé quando tutti dormono ancora. Perché poi sarà tutto un rincorrere la merenda da mettere nello zaino, trovare la tuta nell’armadio che uno dei figli non trova (e lei invece ci riesce sempre, sarà che ha i poteri magici), firmare i diari e ricordare la sacca per gli sport dopo scuola. E se arriveranno poi davanti al cancello delle elementari e il piccolo non avrà il braccialetto che aveva deciso di mettersi scatterà la solita frase “è colpa tua che non me l’hai ricordato”.

Le mamme non dicono che quando il venerdì a lavoro i colleghi senza figli ringraziano che sia arrivato il fine settimana, loro provano un brivido pensando a cosa le aspetta. Sia che si tratti di una di quelle due giorni in cui provano le ebrezza di un tassista tra i mille impegni dei ragazzi, sia che sia uno di quei weekend in cui i ragazzi sono sempre a casa, sanno che la parola dominante per loro sarà “compromesso”: o non riusciranno a essere in due posti contemporaneamente (alla gara di ginnastica artistica e alla partita di basket) o dovranno entrare in trattative estenuanti per arrivare a far fare i compiti ai figli che, consapevoli della sconfinata disponibilità di tempo di fronte a loro, tenderanno a procrastinare all’infinito questo momento della verità.

Le mamme non dicono che quando pensano di voler fare una cosa, contemporaneamente nel loro cervello si affacciano le altre 27 cose che devono fare. Quindi, prima di farla, avranno: impastato la pizza per questa sera, ritirato la biancheria asciutta, steso la terza lavatrice del weekend e fatto partire la quarta (e prima di questa notte ce ne dovranno essere ancora una quinta e una sesta), svuotato e ricaricato la lavastoviglie, bagnato le piante, risposto a una quindicina di domande del figlio grande. È una settimana che penso di scrivere questo post, finalmente ce l’ho fatta.

Le mamme non lo dicono perché altrimenti la riproduzione della specie subirebbe un brusco rallentamento. E loro aggiungerebbero un nuovo esemplare al sacco di babbonatale di sensi di colpa che si portano sulla schiena. Allora fingono che vada tutto bene, sorridono a volte, a volte sbottano e pensano che in fin dei conti se lo sono volute loro questo destino.

nota: nella foto il tavolo di una delle 4380 cene che ho preparato da quando sono mamma