la vache qui rit

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In Francia c’è una marca di formaggini che compravamo sempre per le gite e che io lasciavo alle mie amiche perché non mi piacevano. La vache qui rit si chiama e sulla confezione c’è la tipica mucca felice e sorridente.

Nel nostro viaggio estivo abbiamo attraversato il paese da nord a sud, vedendo campi infiniti con le balle di fieno, boschetti, pale eoliche, centrali nucleari, passi sulle Alpi marittime, fiumi pieni di gente che fa il bagno e kayak, gorges e discese sul mare. E in mezzo la fattoria che amo da anni e di cui si sono innamorati anche i miei figli. E la vache non può che ridere in quel mondo in cui può avere uno stagno in cui bagnarsi se fa caldo, un prato in cui riposarsi o camminare con la calma che solo i bovini sanno avere. E ridono anche le galline che hanno un’aia in cui razzolare senza confini, la libertà di scegliere dove covare le proprie uova, in una vecchia carrozzina oppure di fianco alla gabbia dei conigli. E ride il cane, che dorme fuori di casa e non conosce collare, ma ha bambini con cui giocare, biciclette da inseguire, una famiglia che si preoccupa di non lasciarlo solo tutto il giorno.

Nella Francia che conosco io, quella con la fattoria della mia adolescenza, ridono le mucche, i cani, i gatti, le galline e i conigli. Ridono tutti, perché li c’è spazio e rispetto per ogni essere vivente.

Mentre vado via da lì, mi rendo conto che anche io rido, anche se pensavo che avrei pianto. Ma la nostalgia di qualcosa di bello fa sorridere, non piangere.

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le mamme buone e i figli felici

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Ogni volta che c’è un’amica con un figlio nuovo nuovo resto nell’incertezza. Di cosa dire: se raccontare la gioia e il senso di tranquillità che mi dava vedere quel piccolo esserino tra le mie braccia oppure lo stracciamento (avevo scritto “straniamento”, ma il  correttore automatico ci vede lungo), i sentimenti non propriamente nobili provati in alcuni di quei giorni in cui il mio orizzonte arrivava fino al fasciatoio e si fermava lì. E di solito opto per la seconda, perché se racconterò che mostro ero io (o mi sentivo) quando il mio primo figlio aveva 20 giorni, loro si sentiranno di sicuro meglio (o almeno molto più fighe e buone di me). Ma a pensarci bene, non è solo una questione di “mal comune mezzo gaudio”. È proprio questione di iniziare a seminare in nostro figlio i germi della felicità. E della normalità (che per la santità ci sarà tempo).

Le mamme buone perdono la pazienza: di fronte all’ennesima poppata dopo 1 ora dalla precedente, dopo la telefonata della scuola materna perché il figlio ha la febbre, quando scoprono alle 19,35 di un mercoledì sera di dover assolutamente comprare per il giorno dopo un quaderno A4 a righe di terza coi margini e carta da 100 gr (e il figlio esprime anche le preferenze sulla copertina). Sono mamme buone perché i loro figli potranno perdere la pazienza e buttare all’aria tutti i pezzettini del lego quando non riusciranno a costruire l’astronave di guerre stellari che sulla foto delle scatola sembra facilissima o quando il professore non vedrà la loro mano alzata per rispondere alla domanda e chiamerà il compagno di fianco.

Le mamme buone si sentono brutte e non si preoccupano di esserlo: hanno la pinza in testa e i capelli sporchi, vestiti macchiati in casa, non si truccano al mattino se tanto non riusciranno ad uscire per tutto il giorno, perdono tempo a guardare telefilm in replica per degli anni. I loro figli potranno mettersi la stessa maglietta per 4 giorni senza rendersi conto che è arrivato il momento di cambiarla, potranno andare all’asilo nido con il cerchietto della sorella sui capelli tagliati cortissimi, riguarderanno per l’ennesima volta la stessa puntata di Masha e Orso, Big Time Rush o Cattivissimo Me. Tutto questo senza pensare di perdere dignità personale o tempo.

Le mamme buone dicono e fanno cose bruttissime: minacciano castighi lunghi come la quaresima (nel senso di 40 giorni che è un tempo infinito per un bambino e anche per una mamma), urlano a volte anche con bambini che ancora non sanno parlare, strappano pagine dei quaderni di fronte a figli svogliati a fare i compiti. I loro figli potranno dire ai fratelli, agli amici e anche alle loro mamme che li odiano e che non li vorrebbero nella loro vita, potranno minacciare di non uscire mai più dalla loro stanza o di giocare con quel bambino, taglieranno apposta il grembiule del vicino, macchieranno col pennarello i jeans della sorella, romperanno un bicchiere facendolo casualmente cadere dalle mani davanti alla mamma.

Le mamme buone piangono: davanti ai loro bambini di pochi giorni che non dormono, mangiano in continuazione, si contorcono per le coliche. Piangono perché non hanno il libretto di istruzioni, perché non riescono a trovare una soluzione, perché vorrebbero finalmente riposarsi. Piangono quando i loro figli alla scuola media prendono note e brutti voti, perché non capiscono dove si perda il loro impegno nel renderli autonomi, responsabili, educati e degni di fiducia. I loro figli potranno piangere: di paura, di rabbia, di sconforto e di tristezza. Senza sentirsi deboli, senza sentirsi “non all’altezza”.

Le mamme buone sono mamme normali, che crescono figli normali e felici. Perché non avranno una super mamma, irraggiungibile e perfetta. Ma una mamma lì, presente con le sue debolezze, raggiungibile nella sua umanità.

Buona giornata, alla mia amica mamma buona, con le sue ansie e il suo vivere dentro una bolla.

ho sentito parlare della mia vita

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Ieri sera ho sentito parlare della mia vita.

Ho sentito descrivere mio figlio 11enne e il suo consumo senza controllo di beni, esperienze, opportunità, nella ricerca affamata e insaziabile di “prendere la realtà e mettersela dentro”. Ho sentito descrivere come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, possa portare alla stagnazione (fare sempre la stessa cosa, nello stesso modo, senza modifiche) o alla generatività, cioè “contribuire alla società mettendo fuori da sé ciò di cui si è capaci”.

Ho sentito parlare della mia insoddisfazione per quei mesi di non lavoro o di ricerca di una nuova forma di lavoro nonostante i sussidi al reddito, perché ciò di cui abbiamo bisogno tutti non è solo di un reddito di cittadinanza, ma di un “lavoro di cittadinanza” cioè di un mezzo attraverso il quale e con il quale affermare noi stessi e partecipare alla produzione di valore.

Ho sentito parlare della fatica e testardaggine mia e di Flavio (e di alcuni altri genitori, non tanti, ma alcuni si) nel continuare a educare i nostri figli a vedere gli altri come amici, non come lupi. Amici con cui puoi litigare, discutere, da cui puoi essere deluso, ma da cui non devi difenderti. E continuiamo con testardaggine, nonostante la fatica, perché è vero, come è stato detto ieri, che “il meccanismo della virtù è più potente di quello del vizio”.

Ho sentito dire che in questa fase in cui dobbiamo trovare un nuovo modo di navigare nell’oceano una risposta possibile (e forse quella vincente) è mettere al centro le relazioni, in ogni aspetto della nostra vita. E io ero lì, seduta in platea, proprio grazie alle relazioni costruite negli anni.

Ieri sera sono andata a un dialogo sull’economia “Buona, generativa, civile. Dialogo sull’economia felice” organizzato da ISAO Festival e da Pop Economix. E ho sentito parlare della mia vita.