quello di cui ho diritto

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Ho diritto di non accorgermi di qualcosa. Di non vedere le scarpe dei figli abbandonate davanti al divano, la biancheria sporca che cerca di trasformarsi in montagna (e ci riesce), il piano della cucina con tutti i segni delle cene precedenti, i gomitolini di polvere nell’angolo della cucina d fianco al frigorifero.

Ho diritto di essere imprecisa. Di non portare a termine la procedura per la spesa online e nonostante questo poterla ritirare comunque, di leggere male la mail di un appuntamento ma di arrivare magicamente in orario, di dimenticare di controllare il diario di uno dei figli e fare comunque in tempo a procurarmi la carta crespa bianca, il cartoncino tinta pastello e la scatola dei tesori.

Ho diritto di non cogliere. La prontezza (e imbarazzo) del ragazzo che chiede l’elemosina davanti al supermercato di zona nel rispondermi che sì, accetta volentieri dei vestiti da uomo. La fatica della collega che mi parla del suo bambino che non sta bene. La tristezza di mia figlia che si è tolta un brufolo sulla fronte, perché tutti a scuola glielo hanno fatto notare e già lei è brutta, con quella cosa in mezzo alla fronte è ancora peggio.

Ho diritto di aspettare. Qualcuno che pieghi le coperte lasciate sul divano o la biancheria stesa che ormai si è seccata sui fili, qualcuno che faccia il cambio degli armadi e metta via i vestiti che ai ragazzi non stanno più, qualcuno che riordini lo sgabuzzino. Qualcosa che mi faccia ridere a crepa pelle e mi regali 2 minuti di leggerezza, senza pensieri, senza aspettative, senza responsabilità.

Ho diritto di perdonarmi. Gli errori che commetto quotidianamente perché ho il vizio di fare 10 cose contemporaneamente e lasciarne in sospeso 9. L’impossibilità di essere ubiqua, una e trina (ma anche 10 o 11), per poter seguire ogni momento importante dei figli. Le telefonate non fatte agli amici che hanno bisogno di me, che stanno vivendo un momento difficile, che avrebbero qualcosa da festeggiare. La fatica di portare a termine tutti gli impegni che mi prendo. La mia imperfezione, qualcosa con cui devo fare sempre i conti e a cui non riesco a rassegnarmi. Le promesse non mantenute ai ragazzi, perché la vita si complica e i programmi si devono cambiare.

Ho diritto di essere orgogliosa. Per quello che so fare, per la famiglia che ho costruito, per gli amici che mi stanno vicino, per la professionalità che ho, per come sono educati e intraprendenti i miei figli, per il bene che mi vuole mia nonna, per il rapporto con i miei suoceri, per l’aiuto che mi danno tutti i giorni i miei genitori, per il tono gentile di mio nipote quando mi parla al telefono, per le attenzioni di mia sorella, per la condivisione costante con la mia amica, perché sua figlia di due anni sa il mio nome e mi da i baci quando la vedo, per il marito meraviglioso che mi ha scelto come compagna 15 anni fa, per quello che scrivo. Per quella che sono.

Ho diritto di festeggiare, oggi e ogni giorno.

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per chi ha ragione (non solo oggi)

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Stamattina entro in panetteria, coi minuti contati perché devo ancora ripassare da casa a stendere il piumone che ho appena lavato e prendere il portatile per andare a lavoro. Ci sono parecchie persone, ma entro e mi infilo di lato. Dopo di me entrano altri, un signore e subito dopo una signora, un altro uomo dopo ancora.
Arriva il mio turno e il signore entrato dopo di me inizia a ordinare il pane, senza accorgersi che mi sta passando davanti. Gli faccio notare che toccava a me e mi risponde che non è vero, c’era lui. La signora entrata dopo di lui conferma la mia versione e lui risponde che non è vero c’era lui. Il signore ancora dopo mi sorride e mi fa segno di stare zitta. Cedo il posto, dicendo che non è rilevante, può anche passare avanti. E li scatta la frase sbagliata al momento sbagliato. La panettiera interviene:

– E dai, oggi è la nostra festa, per oggi abbiamo ragione –
– Passi lei, va bene lo stesso. Oggi è la vostra festa, solo per oggi avete ragione –

Avessi ascoltato la volontà gli avrei mollato un pugno sul naso. Perché l’arroganza non la sopporto mai, mi fa salire il nervoso dentro e mi scioglie la lingua (che già normalmente non è proprio “legata”). La finta cortesia di chi ti fa cadere dall’alto qualcosa che sarebbe tuo di diritto e per giunta lo fa “perché sei una donna” mi fa venir voglia di lasciargli dei segni evidenti del mio disappunto (e della mia ragione) sul muso. Invece ho messo a tacere la voce della “pasionaria” che suona nella mia testa, ho messo da parte la questione di principio perché a discutere con gli stupidi poi non si capisce più chi sia lo stupido, ho ordinato il mio pane, le ciambelle per festeggiare la festa della donna con le colleghe e sono uscita.

Non mi serve la festa della donna per aver ragione e per prendermela, ho l’abitudine di pretenderla ogni giorno, quando ce l’ho. Buona festa alle donne che non aspettano l’8 marzo per pretendere rispetto.

ps. il biglietto lo ha fatto per me la mia famiglia, anzi veramente l’ha fatto Lucia e l’ha firmato da parte di tutti.