scritto tra le rughe

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C’è un momento della vita in cui scopri le rughe. Le scopri nelle tue foto dell’estate, quelle in cui dovresti essere bella, solare, rilassata e abbronzata e in effetti qualcosa lo sei (magari non bella e abbronzata che la natura non si cambia e neanche la percentuale di melanina nel tuo corpo), ma lì sulla fronte sono tracciate autostrade per i pensieri, intorno agli occhi ci sono i segni dei passaggi di galline e altri animali da cortile che forse volevano bere nelle tue iridi (e le mie sono marroni, quindi prediligono le pozze fangose alle fresche sorgenti cerulee).

Le scopri nel viso di chi vedi tutti i giorni e poi mentre parli di sciocchezze, seduta sul divano in cui tante volte hai dormito, ti accorgi di quel reticolo di percorsi, di quei segni del tempo e dei tempi, quelli difficili come quelli facili, perché anche le risate lasciano i solchi di fianco alla bocca. E non riesci a smettere di guardarle, non riesci a sentire più l’audio. Vedi la sua bocca che si muove, senti un rumore di fondo come quando da piccola ti tappavi le orecchie con le mani per non sentire, ma non capisci più le parole: perché stai ascoltando la storia della sua vita e della tua, stai intuendo qual è stato il momento preciso in cui hai smesso di essere tu quella con le ginocchia sbucciate, il momento in cui si sono invertiti i ruoli e hai dovuto imparare a mettere cerotti o asciugare lacrime, soprattutto quelle che non escono.

Ecco, quando allo specchio non ritrovi la ragazzina con i brufoli sul mento, ma vedi la signora con i segni sulla fronte, quando guardi le donne della famiglia e non vedi più la ciabatta alzata di tua nonna che minaccia punizioni o lo sguardo concentrato di tua mamma mentre in bella grafia compila le pagelle, ma due donne che si assomigliano fisicamente sempre di più, ti accorgi che gli anni passano, che anche se dentro ti senti sempre alle prime armi e “in prova” in ogni aspetto della tua vita, gli altri vedono e, probabilmente, si aspettano altro. E non sei sicura che tu sappia farlo questo “altro”.

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pietre d’inciampo

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Lui ha un cappello con la visiera che sembra di una taglia più piccola del dovuto, messo sulla testa un po’ alzato, come i bambini mettono la scatola del panettone; forse anche per lui è un elmo che lo difende dal mondo, che lo aiuta a proteggersi il volto e i pensieri.

Lei ha un basco verde, portato con la naturalezza che io non ho mai avuto, la fronte scoperta e la pelle chiara, con qualche macchia dell’età.

Lei ha una ciocca di capelli azzurra più lunga dal lato sinistro e un taglio che prevede un ciuffo alto almeno 3 centimetri sopra la testa. Ma oggi  il ciuffo è abbassato, tanto non avrebbe mai resistito alla neve.

Loro hanno scarpe da ginnastica di tela, inopportune per il tempo che c’è oggi. Oppure anfibi allacciati fino a metà polpaccio.

Lei ha scarpe da ginnastica moderne, quelle che ormai le signore di una certa età mettono anche con le gonne a pieghe.

Loro stanno sotto ombrelli tenuti da altri, mentre suonano il violino o la chitarra, mentre riprendono tutto con la telecamera, mentre tengono in mano i fogli con il testo della canzone che canteranno o ciò che hanno scritto, mentre con due strofinacci lucidano quattro targhe d’ottone per terra.

Lei sta schiacciata contro il portone, senza ombrello, anche se qualcuno glielo offre.

Loro hanno la voce che trema quando la ringraziano; lei ha la voce ferma e serena, emozionata ma non commossa, quando gli dice che si sono presi un impegno grosso, che dovranno continuare a parlare del lavoro che hanno fatto ai loro nuovi amici alle scuole superiori il prossimo anno.

Cantano “ad Auschwitz c’era la neve” e oggi a Torino nevica e con quella neve, più tardi, giocheranno a inseguirsi e bagnarsi.

Cantano “ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio” e invece loro parlano e hanno ascoltato e parlato: tra di loro, con il Museo diffuso della Resistenza di Torino, con Elena Ottolenghi, ebrea di Torino che ha vissuto la guerra.

Parlano di Sergio Levi, ragazzo di 14 che il 18 febbraio del 1944 fu deportato con la sua famiglia ad Auschwitz. E morì nel 1945.

Se passate in via Fratelli Carle 6 a Torino, non potete non inciampare: ci sono 4 pietre d’inciampo davanti al portone in cui Sergio Levi visse con la sua famiglia.

Se non passate a Torino cercate nelle vostre città altre pietre d’inciampo, perché la storia ha avuto degli inciampi che hanno lasciato il segno nei nostri quartieri, nelle storie di tanti, nel corpo di molti bambini, uomini e donne. Che devono lasciare il segno dentro di noi e sulla nostra bocca. Perché quando smetteremo di ricordare e di raccontare, non inciamperemo più su quelle pietre e inciamperemo ancora nella storia.