dimmi come giochi (e ti dirò se sei una mamma)

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Natale vuol dire giochi da tavolo, sfide familiari in cui bisogna darsi un limite temporale per finire la partita, alleanze tra fratelli e strategie a volte fallimentari.

Tradizionalmente chi perdeva era Lucia, troppo creativa e mutevole nel suo giocare per puntare alla vittoria. Nella partita a TorinoXXL (un gioco tipo Monopoli ambientato a Torino) questo pomeriggio invece le cose sono andate diversamente e l’accoppiata dei figli maschi è naufragata nei debiti, a causa della sfortuna e delle politiche espansionistiche azzardate del grande, accolte con fiducia cieca dal piccolo.

E di fronte alla disfatta dei figli, ci sono due possibili reazioni, quella della mamma e quella del papà. Io festeggiavo segretamente ogni volta che passavo sopra una loro proprietà perché i miei 20 sold cercavano di risanare un po’ il loro buco di bilancio. Flavio sottolineava ogni passaggio dei figli sulle sue strade con un celebrativo “tintintin”, suono delle monetine che andavano ad aumentare il suo gruzzolo. Io mi rattristavo e lui andava avanti imperterrito nella partita, dimenticando che il sangue del suo sangue stava subendo una débâcle clamorosa.

Io avrei barato per farli “non perdere” (perché chi stava vincendo era l’altra figlia), Flavio seguiva scrupolosamente il libretto di istruzioni, forse in caso di irregolarità avrebbe fatto ricorso al tar.

A Natale siamo tutti più buoni: voglio pensare che sia per usare il valore educativo della sconfitta. Speruma bin.

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monopoli, radiografia dell’anima

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– Ragazzi, ho un’idea: questa sera non guardiamo la TV e giochiamo a Monopoli – propone Jacopo e gli altri due reagiscono con entusiasmo. Le serate giochi di società sono sempre un’arma a doppio taglio: sono un modo di stare insieme, che è una cosa bella, ma a volte vorresti star da sola, ognuno isolato di fronte a uno schermo che vede ma non guarda. Però è troppi giorni che sei piuttosto assente dalle loro vite e nei prossimi andrà ancora peggio e quindi accetti la serata gioco di società.

Preparano il tabellone sul tavolo e la messa in scena ha inizio. Messa in scena perché quando si gioca a Monopoli ognuno mette in scena quello che è davvero nell’intimo e di solito nasconde, qualcosa che esce fuori istintivamente senza che tu te ne renda conto.

Flavio è silenzioso e con un atteggiamento di “understatement” sabaudo. Non fa scelte avventate, non resta mai senza soldi, non compra proprietà seguendo l’istinto. Non cede ai ricatti del cuore, non si fa intenerire in un’asta dagli occhi del figlio di turno che volevano proprio la carta Biancaneve perché gli è piaciuto il film (giochiamo a Monopoli Disney). E non continua un’asta per testardaggine e sfida verso un altro figlio che alza sempre più la posta in gioco. Lui ha un progetto e alla fine si ritroverà con villette a schiera come se piovessero e affitti miliardari da riscuotere. Sempre con la flemma che lo contraddistingue.

Io cerco di essere scaltra, di non farmi fregare e di perseguire un obiettivo. Non faccio sconti ai figli perché in fondo è bello il gioco se tutti lo fanno, non se mamma bara per aiutarmi. Mi attacco con Jacopo come nella vita reale, in uno scontro di testardaggine e orgoglio che ci trasforma in polli da combattimento entrambi. E poi mi ritrovo a essere senza soldi, con le proprietà nei posti sbagliati, a concedere sconti a Lucia per gli affitti e a ritirarmi presto da un’asta perché Diego finalmente ha preso i Pirati dei Caraibi e ci teneva tanto.

Jacopo è sulla buona strada, quella che lo porta verso suo papà. Ancora si confonde e l’animo infiammabile materno a volte gli fa perdere il lume della ragione e fare scelte avventate. Ma è metodico, calcola ogni cosa e non concede sconti, a nessuno. Stringe alleanze con me perché sa che sono l’unica che cede e regolarmente chi ha il maggior tornaconto è lui. E io lo capisco solo alla fine.

Lucia si impegna, si concentra, ragiona. Ma poi si perde, segue l’istinto del momento, non sa fare strategie, prende quello che viene senza saper aspettare di essere sulla casella giusta. E poi si arrabbia perché si ritrova senza soldi, oppure perché nonostante tutti i soldi a fine partita arriva penultima perché non ha case e proprietà.

Diego fa il buffone: bacia le banconote che riceve in pagamento accogliendole con “vieni bella, vieni da papà”, compra le proprietà perché gli piacciono i disegni, mi fa gli occhi da cuccioletto per avere quello che vuole, partecipa alle aste con impeto e impegno, ribattendo oltre ogni limite. È irremovibile nelle sue posizioni e lo esprime con forza. Non sta mai seduto e alla fine del gioco il suo vicino, io, ho il mal di mare.

Nella partita di ieri sera la classifica è stata questa: primo Flavio, secondo Jacopo, terzo Diego, quarta Lucia. Io non ho contato i punti, ero in bancarotta.