dobbiamo ricordarci 

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Nella confusione, nelle situazioni di stress, nei momenti di grande fatica e di grande impegno si vede veramente cosa si è e cosa si vuole provare a essere.  Si vede la propensione al dramma di alcuni che sbuffando salvano il mondo o ci provano, restando immancabilmente sopraffatti dagli eventi (quelli che un altro gestirà). Si vede la tendenza alla ricerca di un colpevole di quelli che sgusciano abilmente tra gli errori, mettendo tutto il proprio talento nello sfuggire ogni responsabilità e mollarla come una patata bollente ad altri. 

Si vede anche chi si tira su le maniche e dopo aver fatto quello che doveva fare si guarda intorno per aiutare. Si vede chi sa che in certe fasi ciò che conta non è l’efficienza ma l’efficacia e osserva i problemi per cercare le soluzioni. Si vede chi cerca di continuare a sorridere e a trattare gli altri con gentilezza, perché mica possiamo dimenticarci che non stiamo salvando vite umane.

Dobbiamo ricordarci che arriverà il giorno X e che il giorno dopo sarà  finito. Dobbiamo ricordarci che stiamo costruendo qualcosa di grande, che in molti apprezzeranno. Dobbiamo ricordarci che quello che resterà a chi ci incontrerà sarà la nostra competenza, ma anche la disponibilità a trovare strade possibili e a ottenere il risultato atteso. Dobbiamo ricordarci che nessuno si salva da solo e i successi di squadra sono quelli che si ricordano sempre con maggior emozione.

Tra tre giorni si va in scena, sono pronta a ricordarmi quello che sono. 

un’età meravigliosa

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C’è una meraviglia in ogni età, una prateria di possibilità in cui correre e spaziare, di conquiste fenomenali e scoperte che cambieranno la vita di chi le fa e anche di chi sta intorno. Imparare ad allacciarsi le scarpe, a leggere e scrivere, ad andare in bici senza rotelle e a sciare è un passaggio in un mondo nuovo, più autonomo, più ricco e stimolante.

Ma c’è un’età meravigliosa, in cui la posta in gioco non è ciò che fai e puoi imparare fare, ma ciò che sei. Non arriva per tutti nello stesso momento, non dura un giorno o un anno, forse ha un inizio e non una fine. Non genera un premio, ma una continua faticosa conquista, spazi di autoconsapevolezza via via sempre più ampi e alla fine, qualche volta, genera serenità, senso di appagamento e di equilibrio.

Abito nella stessa casa di un ragazzo che sta diventando grande, che sta scoprendo quello che vuole essere o non essere. Abito con un individuo che oscilla tra speranza e disperazione, ottimismo e rabbia, spinta generatrice e momenti in cui sembra che l’obiettivo sia radere al suolo qualsiasi cosa. Abito con un bambino che si trova piedi enormi e gambe lunghe che lo portano lontano dal nido, che ha spalle larghe e orecchie attente che gli fanno captare ogni voce intorno. Abito con un ragazzo che ha ancora un cuore incerto che trema quando si emoziona troppo, che ha occhi fermi che a volte trattengono a fatica le lacrime. Abito con una persona che cammina sul filo e cerca equilibrio, allarga le braccia per trovare sostegni, abbassa lo sguardo per capire dove mettere i piedi e non vede l’obiettivo del suo percorso. Abito con una persona che ha davanti tutte le scelte della propria vita, soprattutto una, quella fondamentale: decidere chi essere, decidere se costruire o smontare, decidere in che senso fare la differenza.

Perché, volente o nolente, quel ragazzo che abita con me può fare la differenza, nella sua vita come in ciò che ha intorno. E da questa responsabilità non si sfugge: ci si può nascondere, si può mettere la testa sotto la sabbia e rimandare la scelta. Ma poi il momento arriverà e lui dovrà comunque scegliere chi vuole essere, da che parte vuole stare. Non io, ma lui. Io, come chiunque altro, sono solo spettatore, porta che può stimolarlo a uscire allo scoperto, specchio che può invitarlo a guardarsi in faccia. Sperando che poi possa vedere qualcosa che gli piace.

i bambini (non) vanno protetti

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I bambini vanno protetti. Si, ma da cosa?

Non vanno protetti dai colpi d’aria perché se si ammalano per aver corso in cortile e aver sudato il loro sistema immunitario, che nella maggior parte dei casi fortunatamente è ben funzionante sin dalla nascita, reagirà e combatterà quelle che sono minacce per l’organismo. Perché quando sono malati imparano ad ascoltare i segnali del loro corpo, ad accettare che non sono dei super eroi.

Non vanno protetti dai graffi sulle ginocchia o dai lividi sui gomiti. Perché nelle cadute sperimentano che il mondo ha degli ostacoli, che devono diventare competenti per superarli, che le azioni hanno conseguenze, talvolta dolorose e che lasciano dei segni. Che non si muore per un graffio, ma senza si stava meglio. Che i lividi fanno male, ma stare seduti sul divano per evitare di cadere è molto noioso.

Non vanno protetti dalle liti, dalle delusioni, dalla fatica. Perché in queste occasioni impareranno che la vita richiede capacità di negoziazione: con gli altri, coi nostri sogni, con la nostra capacità di resistenza. E che dalle liti nascono amicizie, dalle delusioni sogni più giusti per ciascuno di noi, dalla fatica grandi risultati.

Vanno protetti da noi adulti.

Dalla nostra immaturità che ci fa fare un passo avanti e due indietro nell’educazione: togliamo il ciuccio, ma poi lo portiamo in borsa così glielo potremo dare se faranno i capricci; regaliamo lo smart phone a Natale, ma poi andiamo di nascosto a leggere le chat di whats app. Diamo autonomia, ma poi la togliamo al primo ostacolo perché costruire l’autonomia di un bambino è un percorso lungo, a volte faticoso, fatto di errori e cadute. Che richiede tempo e impegno.

Vanno protetti dalle nostre aspettative, nel bene e nel male, che ci portano a fargli fare una strada che tracciamo noi, costruita su ciò che crediamo sarà giusto per loro e non sui loro reali desideri, aspirazioni, bisogni. Allora li sfiniremo di allenamenti intensivi di sci o di esercitazioni al pianoforte perché li vorremmo novelli Tomba o concertisti della Scala. Oppure gli impediremo di giocare a basket, convinti che non sono portati e che quindi provare non vale la pena.

Vanno protetti dalla nostra ansia di offrire loro possibilità. E quindi come palline del flipper impazzite correremo da un lato all’altro della città per non fargli perdere nessun corso o torneo o workshop. E nella corsa ci dimenticheremo di chiedere a loro cosa vorrebbero fare o semplicemente come si sentono.

Vanno protetti dal nostro bisogno di accudirli, di prenderci cura di loro, di garantire la nostra presenza in ogni momento. Perché la loro dipendenza, i loro capricci quando ce ne andiamo, il loro “non sentirsi pronti per star lontani da noi” diventano la misura del nostro valore, del nostro impegno profuso per loro, della nostra identità. Non sappiamo lasciarli andare perché senza di loro non sappiamo chi siamo, perché il loro attaccamento ci dimostra che siamo importanti per qualcuno e sfruttiamo la dipendenza per darci una forma e non indagare sul nostro contenuto.

I bambini non vanno protetti, vanno rispettati. Perché sono persone, non i nostri pupazzi. Perché siamo solo i loro genitori (o insegnanti o educatori o allenatori), non siamo loro stessi.

di tappi e di specchi deformanti

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Un tarlo si è insinuato nella mia testa dall’altra sera, un tarlo che fingeva di riguardare un pezzo della mia vita, solo una parte, un piccolo aspetto e invece ha aperto la porta di un territorio inesplorato.

E mi sono resa conto che tra quella che penso di essere io, tra come mi vedo io da dentro e quella che vedono gli altri fuori c’è uno specchio deformante di quelli che c’erano nei castelli incantati alle giostre quando ero piccola.

La parola “tappo” ha collegato come una rete frasi buttate lì nel mio passato. “Tu sei una persona per bene, sei scout, noi fumiamo, diciamo parolacce come potrai integrarti?”. “No, non ci credo hai sbagliato anche tu…”.

E allora faccio outing: io non sono disciplinata nel senso che seguo la disciplina imposta, ma mi do una disciplina interna e la seguo. Non sono una persona per bene, che fa quello che è giusto fare, ma una persona che ragiona e che sceglie in autonomia. Sbaglio mille volte e mi arrabbio con me stessa per aver sbagliato, perché non riesco a permettermi il lusso della leggerezza, del perdono verso me stessa.

Tutto sommato, dopo 39 anni di battaglie e struggimenti interni, ho capito che sto bene così, con le mie rigidità, coi miei spigoli, con il mio perfezionismo che insegue inutilmente la perfezione.

E poi una sera, qualcuno mi parla di un tappo da togliere, per lasciare che la pallina scivoli naturalmente su un piano inclinato. E io mi ritrovo a chiedermi chi abbia ragione, da quale parte dello specchio deformante sia la vera me stessa.

tutta mia la città

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Ci sono mille modi di vivere in un luogo, ad esempio attraversandolo distratti per andare dal punto A al punto B, senza guardare ciò che ci sta intorno. Si può vivere in una città considerandola un posto qualsiasi, ininfluente rispetto alla nostra vita. Non se si vive a Torino.
Se vivi a Torino non puoi non rimanere estasiato dal sole che sorge sulla collina, dalle montagne che svettano tra i palazzi del centro.
Se vivi a Torino non puoi non riconoscere l’odore della neve prima che inizi a cadere o lasciarti spettinare dal vento delle terse e fredde giornate di febbraio.
Se vivi a Torino non puoi pensare che nelle piazze del centro debbano circolare le auto: sono luoghi in cui passeggiare, correre inseguendo i colombi, fermarsi su una panchina o in un bar a bere un caffè.
Se vivi a Torino sei abituato alle contaminazioni: il barocco e l’arte contemporanea convivono nelle strade e nei musei, la cultura e l’industria sono due aspetti della nostra identità, gli immigrati marocchini che ti avvicinano per venderti i braccialetti della fortuna quando se ne vanno ti dicono “cerea” per salutarti (non tutti, ma qualcuno parla piemontese meglio di me).
Se vivi a Torino e percorri in bici il corso del Po un pomeriggio di primavera scopri una città verde, piena di vita, calma e lenta, come le canoe che attraversano il fiume, attiva e concentrata, come le persone che camminano o corrono per il parco.
Torino è casa mia e non saprei starne lontana.