la mia versione dei ricordi

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– Qui –

Così mi ha detto Flavio ieri, quando siamo ripassati da quella strada. Quella dove 25 anni fa è rimasto un pezzo dei miei 16 anni, dove la vita della mia amica E. ha cambiato direzione bruscamente, dove Anna ha lasciato tutti e tutto, con tante cose in sospeso. Due giorni prima quando siamo passati da lì all’andata, stavo guardandomi intorno distratta e Flavio mi ha detto:

– È qui che hanno avuto l’incidente –

E io mi sono voltata in fretta, per osservare con più attenzione quell’asfalto, quegli alberi, quel guard rail. Ero già stata sulla strada dell’incidente, mille volte in questi 25 anni, ma mai su quella.

Ero stata sulla strada che avevo costruito nella mia mente per vedere coi miei occhi la scena che mi era stata descritta quella sera da mio papà, quando schiacciata tra il cucinino e il tavolo avevo sentito che i nostri amici avevano avuto un incidente in macchina. E, come al cinema, avevo visto la scena da diversi punti di vista: dall’esterno, con le due macchine che procedevano una verso l’altra e la Ford che all’improvviso non teneva la strada e sbandava verso sinistra, invadendo la corsia opposta. Avevo visto la scena seduta sul sedile posteriore della macchina, avevo sentito la mia amica dire a suo padre “Che cazzo fai?” e poi avevo sentito il rumore della sua testa sbattere contro il finestrino. Ero stata sullo stesso sedile di Anna, avevo visto il suo braccio cercare di aggrapparsi in qualche modo all’abitacolo della macchina, per non essere sbattuta contro la portiera. E avevo sentito il suo respiro, l’ultimo, affaticato, arreso a quello che era capitato in una domenica sera del primo giorno di novembre.

Non lo so se E. ha detto veramente quella frase a suo padre, non so se Anna ha respirato per l’ultima volta prima che arrivasse l’ambulanza o se ha urlato, ha cercato affannosamente altra aria da far entrare nel suo corpo mentre arrivavano i soccorsi. Non so se ci fosse del sangue, immagino di si, ma nel mio ricordo non ce n’è. Non so se la stessa scena che si proietta dentro di me da 25 anni quando ripenso a quel giorno, cambierà adesso che so com’era veramente la strada, che poco più avanti c’è un basso fabbricato, forse un supermercato nato pochi anni fa, o molti.

Ho avuto la necessità di costruire una mia versione dei ricordi, perché avevo bisogno di una memoria visiva concreta per affrontare quello che non capivo e che non potevo accettare. Ho fatto la stessa cosa con la bici di mio nonno, a terra sulle strisce pedonali della stessa strada che ho attraversato milioni di volte da quel 26 maggio di quasi 18 anni fa. Non l’ho vista veramente, ma il mio cuore continua ad averla davanti agli occhi. Ho immaginato la strada di Grazia in bici, prima di scegliere quell’albero. L’ho anche scritta, in quel caso, la mia versione dei ricordi ed è diventata qualcosa che parte da lì, da quel venerdì di giugno e forse è andata oltre, incrociando altri eventi, scelte simili di altre persone.

Costruisco i miei ricordi, do loro spessore e dimensioni, suoni e profumi. Perché così è più facile non farli scappare, perché ho bisogno di una versione che sia verosimile e accettabile di quello che è successo. Per andare avanti.

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