tanto a giugno non ci sei mai

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L’altra sera mi sono seduta su una panchina di fronte a un teatro per aspettare il concerto di coro di Jacopo e mi sarei messa a piangere per la stanchezza e non mi sarei più alzata da lì, finche le mie stesse lacrime non mi avessero permesso di galleggiare e andare via a nuoto, che nell’acqua tutto è più leggero e io ho la testa talmente pesante in questo periodo che un po’ di liquidi intorno non farebbero male.

Quello era il secondo appuntamento da mamma, perché prima c’era stata la festa della scuola materna, ultimo anno, canzoni strappalacrime e diplomi, cappelli col tocco rosso, foto di rito sul podio, baci delle maestre.

Quando il concerto è finito e ci siamo ritrovati fuori ad aspettare gli ultimi ritardatari, mio figlio mi ha posto una domanda apparentemente banale
– Mamma sai che danno le pagelle il 10 giugno?-
– Si, l’ho letto sul sito della scuola. Mi dispiace ma non potrò venire –
– Certo, tanto tu a giugno non ci sei mai – è stata la simpatica risposta di questo essere che dovrebbe essere sangue del mio sangue e pelle della mia pelle. E poi mi ha dato le spalle. E io non ho avuto la forza di controbattere, perché ero ancora sulla panchina e le lacrime erano arrivate solo alle ginocchia.

Sto lavorando all’organizzazione di un evento che si inaugurerà l’8 giugno e fino al 12 lavorerò tutti i giorni, per almeno 10 ore; ho circa 60 referenti diversi ogni giorno che mi chiedono dalle informazioni logistiche (“dove saranno i bagni?”) , alle notizie tecniche più disparate (“la colonnina di ricarica elettrica è di tipo XYZ o JWS?”). Inseguo le scadenze cercando di non perdermi nulla e mi perdo molto, mi innervosisco per modalità diverse dalle mie di fare le cose, cerco di mettere pace quando il nervosismo colpisce qualcun altro.

No, non andrò a ritirare le pagelle, come lo scorso anno non sono stata alla recita di fine scuola della quinta elementare. Non andrò lì e forse a quell’ora neanche mi ricorderò che Flavio sta ritirando la pagella. E prima del 10 giugno cercherò ancora di incastrare, tra sensi di colpa multipli e percezione di inadeguatezza crescente, un concerto dell’orchestra, un saggio di pianoforte, diversi impegni scout, un ponte del 2 giugno coi figli a casa, giorni di chiusura della scuola per le elezioni, un saggio di ginnastica artistica e tutte le cene che mi aspettano da qui al 12 giugno.

Cercherò di farlo e non ci riuscirò. Ma voglio ringraziare qualcuno che mi aiuta in questo equilibrismo, facendo un pezzettino, che non basta di certo, ma fa la sua parte: grazie maestre di Lucia che non avete previsto alcuna recita di fine anno. Io vi sento meravigliosamente vicine alla mia stanchezza e al mio multitasking che rischia di stravolgermi per sempre (o almeno fino a metà giugno).

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le mamme buone e i figli felici

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Ogni volta che c’è un’amica con un figlio nuovo nuovo resto nell’incertezza. Di cosa dire: se raccontare la gioia e il senso di tranquillità che mi dava vedere quel piccolo esserino tra le mie braccia oppure lo stracciamento (avevo scritto “straniamento”, ma il  correttore automatico ci vede lungo), i sentimenti non propriamente nobili provati in alcuni di quei giorni in cui il mio orizzonte arrivava fino al fasciatoio e si fermava lì. E di solito opto per la seconda, perché se racconterò che mostro ero io (o mi sentivo) quando il mio primo figlio aveva 20 giorni, loro si sentiranno di sicuro meglio (o almeno molto più fighe e buone di me). Ma a pensarci bene, non è solo una questione di “mal comune mezzo gaudio”. È proprio questione di iniziare a seminare in nostro figlio i germi della felicità. E della normalità (che per la santità ci sarà tempo).

Le mamme buone perdono la pazienza: di fronte all’ennesima poppata dopo 1 ora dalla precedente, dopo la telefonata della scuola materna perché il figlio ha la febbre, quando scoprono alle 19,35 di un mercoledì sera di dover assolutamente comprare per il giorno dopo un quaderno A4 a righe di terza coi margini e carta da 100 gr (e il figlio esprime anche le preferenze sulla copertina). Sono mamme buone perché i loro figli potranno perdere la pazienza e buttare all’aria tutti i pezzettini del lego quando non riusciranno a costruire l’astronave di guerre stellari che sulla foto delle scatola sembra facilissima o quando il professore non vedrà la loro mano alzata per rispondere alla domanda e chiamerà il compagno di fianco.

Le mamme buone si sentono brutte e non si preoccupano di esserlo: hanno la pinza in testa e i capelli sporchi, vestiti macchiati in casa, non si truccano al mattino se tanto non riusciranno ad uscire per tutto il giorno, perdono tempo a guardare telefilm in replica per degli anni. I loro figli potranno mettersi la stessa maglietta per 4 giorni senza rendersi conto che è arrivato il momento di cambiarla, potranno andare all’asilo nido con il cerchietto della sorella sui capelli tagliati cortissimi, riguarderanno per l’ennesima volta la stessa puntata di Masha e Orso, Big Time Rush o Cattivissimo Me. Tutto questo senza pensare di perdere dignità personale o tempo.

Le mamme buone dicono e fanno cose bruttissime: minacciano castighi lunghi come la quaresima (nel senso di 40 giorni che è un tempo infinito per un bambino e anche per una mamma), urlano a volte anche con bambini che ancora non sanno parlare, strappano pagine dei quaderni di fronte a figli svogliati a fare i compiti. I loro figli potranno dire ai fratelli, agli amici e anche alle loro mamme che li odiano e che non li vorrebbero nella loro vita, potranno minacciare di non uscire mai più dalla loro stanza o di giocare con quel bambino, taglieranno apposta il grembiule del vicino, macchieranno col pennarello i jeans della sorella, romperanno un bicchiere facendolo casualmente cadere dalle mani davanti alla mamma.

Le mamme buone piangono: davanti ai loro bambini di pochi giorni che non dormono, mangiano in continuazione, si contorcono per le coliche. Piangono perché non hanno il libretto di istruzioni, perché non riescono a trovare una soluzione, perché vorrebbero finalmente riposarsi. Piangono quando i loro figli alla scuola media prendono note e brutti voti, perché non capiscono dove si perda il loro impegno nel renderli autonomi, responsabili, educati e degni di fiducia. I loro figli potranno piangere: di paura, di rabbia, di sconforto e di tristezza. Senza sentirsi deboli, senza sentirsi “non all’altezza”.

Le mamme buone sono mamme normali, che crescono figli normali e felici. Perché non avranno una super mamma, irraggiungibile e perfetta. Ma una mamma lì, presente con le sue debolezze, raggiungibile nella sua umanità.

Buona giornata, alla mia amica mamma buona, con le sue ansie e il suo vivere dentro una bolla.