cos’è Sarajevo (per me)

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Sarajevo è vita, che cammina, parla, mangia, vende, compra, prega, suona, gioca a scacchi, ascolta, osserva e conosce, sorride, chiede.

Sarajevo è storia, di Francesco Ferdinando ucciso su un ponte, di Tito che adesso compare sulle tazze da colazione e sulle calamite da frigo, delle Olimpiadi del 1984 di cui rimane una pista di bob su cui ormai si può passeggiare, di persone ferite o morte al mercato o vicino alla cattedrale, lì dove adesso c’è una macchia rossa sull’asfalto.

Sarajevo è cibo, cucinato in ogni angolo della città vecchia, mangiato in qualsiasi momento della giornata, gustoso e nutriente, come i baklava che trasudano miele e noci.

Sarajevo è spiritualità e non importa se svettano verso il cielo un campanile o un minareto, se entri in una chiesa ortodossa o cattolica, se vedi una stella di Davide o una mezzaluna e una stella: quando torni a casa e per la strada ti accompagna la preghiera del muezzin ti senti in contatto con qualcosa di più profondo dentro di te: la tua umanità. Quella stessa che a Sarajevo ha dato il meglio e il peggio di sé.

Sarajevo è una scoperta, una ricchezza, un equilibrio fragile e prezioso.

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#fucktheborders

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– Voi dovete darmi i documenti di entrambi, qui gli italiani sono considerati stranieri – siamo arrivati a Ospizio Bernina, oltre 2300 mt, formalmente in Svizzera, ma chi gestisce la struttura è italiano e parla un po’ in tedesco, un po’ in italiano. La lingua qui non sarebbe né l’una né l’altra, ma un dialetto della zona di Poschiavo.

Poco prima sul treno da Tirano a Ospizio Bernina un ebreo ortodosso in abiti tradizionali percorre il nostro vagone. Quando scendiamo vediamo lui, il figlio e la moglie seduti dove fino a poco prima c’eravamo noi.

Saliamo sul treno della linea Bernina ad Alp Grüm e vicino a noi arriva una famiglia, padre, madre e figlia 20enne. Non c’è posto e due ragazzi fanno sedere al loro posto i genitori. Iniziano a chiacchierare, passano dalla gopro dei due ragazzi attaccata al finestrino (che la signora non ha mai visto prima), alla provenienza della famiglia

– Io sono inglese, mio marito è francese, viviamo in Alsazia e mia figlia parla molto bene il tedesco –

Arriviamo in albergo a St. Moritz, la ragazza alla reception parla in tedesco con le persone davanti a noi. Quando è il nostro turno le diciamo buongiorno per salutare e lei inizia a parlare in italiano, con un evidente accento del sud.

Siamo qui, in una regione di confine e i confini non li vedo. Non vedo differenze di lingua nette, non vedo differenze di cultura, non vedo montagne diverse. Le mucche sono sempre uguali, solo nelle pubblicità quelle svizzere sono lilla, la strada anche è come un qualsiasi sentiero di montagna. Quello che vedo sono persone che si muovono da una parte a un’altra, documenti dimenticati nel portafoglio e voglia di conoscere quello che non ho mai visto. Perché la curiosità e la voglia di relazioni non conosce confini.

ho incontrato una futura donna

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È arrivata con i suoi jeans neri strappati sulle ginocchia, la sua maglietta nera e i suoi occhi azzurri, come un lago di montagna. Ha cercato di non farsi notare fin dall’inizio, ma la sua eleganza, la sua bellezza inconsapevole, la luce che brilla dentro e che traspare dalla pelle, dalla voce, dai modi non riusciva a stare nascosta.

Quando chi conduceva il gioco ha detto “Scegliete la persona più misteriosa” sono andata dritta verso di lei. E l’ho guidata, toccandole solo gli indici con i miei indici, lei con gli occhi chiusi e io aperti. E poi viceversa: ho chiuso gli occhi e ho sentito i suoi movimenti. E i miei piedi si muovevano, senza indugio, senza paura, senza strappi.

Ho ascoltato le sue parole, sempre misurate, sempre pensate, sempre personali. Ho sentito la sua voce profonda quando pranzando vicino mi ha raccontato della sua scuola, della sua terra, la Svizzera, della sua famiglia e della vita di suo nonno, di origine vietnamita.

Per 6 giorni l’ho guardata e annusata, seguita a volte da lontano e a volte da vicino. Subito pensando di voler aprire quella porta e vedere cosa aveva dentro. Poi apprezzando lo spiraglio lasciato aperto da lei, lasciato apposta, mi piace pensare, perché io potessi vedere la luce che inondava le sue stanze e le ombre che impedivano di capire e vedere tutto.

Ho incontrato Alice in questo campo, una meravigliosa 15enne svizzera, l’incarnazione della frase di Guccini “bella di una sua bellezza acerba”. Ho incontrato i suoi dubbi, la sua goffaggine, il suo sentirsi incompleta e indefinita. Ma ho anche visto la sua forza, la sua intelligenza indipendente e autonoma, la sua energia piena di vita e di interesse per il mondo. Ho incontrato i suoi silenzi e le sue parole. Ho visto lei e un po’ ho visto me a 15 anni. E vorrei essere stata capace di abbracciarla di più, di accoglierla di più, di strapparle più parole e più racconti.

Ma l’ho lasciata nel suo spazio, togliendomi le scarpe prima di entrare e quando l’ho salutata ieri, lei lo sapeva che aveva scavato un posto nel mio cuore e forse qualcosa di me è rimasto nel suo.

Grazie per questo incontro, meravigliosa donna. Grazie per aver lasciato la porta socchiusa per farmi vedere cosa hai dentro. È un bellissimo mondo, fatto di dubbi e di pensieri. Grazie per essere entrata nel mio cuore, mi scalda il pensiero dei tuoi passi sulla strada.

prega per noi pescatori

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Quando era piccolo diceva “Signore Menù” e io mi immaginavo il fascio di luce che colpiva la pasta al pesto della mensa della scuola, scelta dal Signore Menù come miglior piatto di tutta la settimana.

Domenica in macchina tutti e 5 chiacchieravamo di stupidaggini e baggianate e lui ci comunica qual è la sua personale versione dell’Ave Maria “prega per noi pescatori” e io mi immagino il gesto di lanciare l’amo nel laghetto dei pesci gatto in Francia.

Quando gli chiedi come è andato catechismo ti risponde che hanno passato l’ora settimanale a scrivere i numeri di telefono dei genitori, o a vedere un film su Abramo (e la colonna sonora non era la canzone degli Elio e le Storie Tese, purtroppo), o ad assegnare gli incarichi (“quali sono?” “ma, cose tipo tirare giù le tapparelle, distribuire le fotocopie”).

Quando a settembre gli ricordi che ricomincerà a frequentare il catechismo per arrivare tra un anno alla cresima ti risponde “ok, vado ancora quest’anno e poi non entro mai più in chiesa”.

Il rapporto tra Jacopo e la fede è in divenire, ironico, per nulla convenzionale. In discussione, come ogni cosa nella sua vita di undicenne. E non sappiamo dove arriverà, se a un amore fedele, a una relazione fatta di tira e molla, a un’ignorarsi reciprocamente. La cosa non ci interessa particolarmente, devo ammettere, quello che ci sta a cuore è il percorso, gli incontri umani che farà in questa strada (più che quelli divini), la libertà e la dignità della sua scelta.

Cercheremo di garantirgli questo, anche se dobbiamo relazionarci con gli incarichi del catechismo, vere palestre di vita per i ragazzi. Per imparare ad andare a fondo nelle cose, nonostante la qualità delle proposte che gli vengono fatte.

parte di me

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Sono restia alle rimpatriate, a quei ritrovi di “ex” qualcosa che ricordano i tempi andati. Perché vivo nel presente più che nel passato, chiudo la porta dopo aver attraversato la soglia e cerco di non guardare indietro.

Ma ci sono persone che hanno scavato uno spazio nel mio cuore, che continuano a crescere e a pulsare con me. Sono persone con cui per una casualità o per un progetto a me ignoto ci siamo trovati nella stessa strada quando qualcosa nella nostra vita stava prendendo forma o la stava cambiando: avevano cambiato città perché stava nascendo un figlio, il primo; da una sera all’altra moriva un compagno; andava via un fratello, travagliato, affaticato, amato come solo un fratello si può amare; si trovava un nuovo fidanzato, dopo una storia lunga, e quello sarebbe diventato il compagno della vita; chiudeva un posto che è stata casa per 13 anni.

Sono cose normali, quelle che sono capitate nella vita di tutti. Ma quando le abbiamo condivise, loro sono entrati dentro di me. E quando ieri sera a cena ci siamo scambiati uno sguardo, quando ci siamo riabbracciati dopo mesi o anni di distanza, i nostri cuori hanno ricominciato a parlarsi. Con quel linguaggio semplice, fatto di ricordi e vibrazioni, di vita nuova e vecchia.

Io so che voi sapete cosa si nasconde dentro di me, chi sono fino in fondo. Io so che ci sono persone con cui si crea quell’alchimia per cui il tempo non passa, con cui si creano affinità elettive che mi accompagneranno nella vita. E sono queste le persone che mi tengono viva e accesa, sono questi gli incontri che mi scaldano e mi riempiono. Non sono rimpatriate, perché voi non siete ex, siete parte di me.

amore mio

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Quest’estate eravamo su una panchina ad Avignone, a mangiare panini prima di iniziare a visitare la città. Una donna, sulla cinquantina, con dei vestiti troppo pesanti e malandati, si è fermata a guardarci, a guardare Diego che gestiva la sua enorme baguette. Si è avvicinata, ci ha parlato in italiano e ha aiutato Diego a togliere la carta dal panino per poterlo mangiare. Gli ha messo le gambe dritte sulla panchina anziché incrociate perché fosse più comodo, ci ha chiesto di noi e ci ha parlato di lei, di una figlia in Italia, di un tempo in cui anche lei ha vissuto in Italia. Poi Diego mi ha detto che aveva una scarpa slacciata. Lei si è avvicinata, gliel’ha legata e ha fatto un passo indietro, restando lì a guardarci ancora un po’. E poi è andata via, ha salutato e ha continuato la sua strada.

I bambini erano un po’ incerti, dubbiosi se essere curiosi o aver paura. E io ho pensato che forse quella donna qualcuno la stava cercando, forse in una città in Italia o in Francia c’erano dei manifesti col suo volto e la sua descrizione attaccati ai pali, alle fermate del pullman, nelle bacheche degli ospedali e delle biblioteche. Forse qualcuno faceva i turni di notte per cercarla nelle stazioni e nei dormitori. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto pensare che G. fosse ad Avignone o a Barcellona o a Stoccarda, ad allacciare scarpe a bambini stranieri, a guardare famiglie sedute sulla panchina. Lontana da noi, ma serena, in qualche modo ancora felice.

Ieri sera guardando il telegiornale ho visto il ritorno dei sopravvissuti a Lampedusa, un anno dopo il naufragio del 3 ottobre. E quello che mi ha colpito è stato l’abbraccio tra un ragazzo e un coppia di circa 60 anni. “Amore mio” l’ha chiamato quella donna, come una madre chiama suo figlio, sempre, anche quando avrà 50 anni.

Quando la cronaca arriva nella tua vita ti trasforma e quelle persone che vedi per strada, che chiedono l’elemosina, che sembrano confuse e ubriache, diventano quell’amica che hai cercato, quel ragazzo che una mattina all’alba è entrato nella tua famiglia, spaventato, bagnato, senza nulla. Diventano l’amore tuo.

ricordi di scuola

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La mia scuola materna è una maestra che urlava e una bidella parigina che ci insegnava canzoni in francese che ricordo ancora. Sono gli spinaci col parmigiano grattugiato sopra e il mio piatto che spariva quando era ancora pieno perché ero lenta a mangiare.
La mia scuola elementare è un enorme cartellone dell’analisi grammaticale sopra la lavagna e le gare di verbi; una maestra che insegnava a tutti, maschi e femmine, ad attaccare un bottone e un pino con sotto una targa, piantato nel 1983.
La mia scuola media è un’insegnante di italiano severa, ma competente durata solo un anno. L’anno dopo ne è arrivata un’altra con cui ho polemizzato per due anni consecutivi (e continuo a pensare che avessi ragione io).
La mia scuola superiore è tante cose: un professore di italiano del biennio che citava Guccini nelle tracce dei temi, una professoressa di chimica che aveva i lividi sulle gambe perché presa dalla passione per la materia non evitava gli spigoli della cattedra, un professore di storia e filosofia di quinta che mi ha fatto piangere di rabbia davanti a tutta la classe. E che sapeva di farmi un gran bene in quel momento.
Auguro ai miei figli di avere una scuola fatta di incontri, di persone che gli sappiano cambiare la vita, che gli sappiano restare dentro. Per fare di loro ciò che sono.