le cose che mi tengono a galla

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Oggi è un mese esatto che non esco da casa (sì, perché andare a comprare il latte, la verdura, ritirare la spesa con Coop drive, portare Jacopo dal dentista non lo considero uscire). È un mese in cui tutti i 30 giorni sono stati segnati sul mio calendario interno, uno dopo l’altro, cercando di costruire routine, alimentare progettualità, ricacciare indietro sconforto, noia, fatica.

Dieci cose mi hanno tenuto a galla.

I miei ragazzi, impegnativi e presenti. I loro bisogni da ascoltare, le loro cadute, i loro guizzi di generosità e altruismo. La loro vita che prosegue e di cui insieme dobbiamo continuare a progettare la strada.

Il lavoro che faccio, che mi incita a mettermi sempre in cammino e al servizio. Inventarsi modi nuovi per farlo, incontrare insegnanti e studenti, vedere la casa dei nostri autori è il modo che preferisco per sentirmi viva e vigile.

La cucina, croce e delizia di questa quarantena. Quando tutto questo sarà finito chiuderò i fornelli per qualche mese e vivremo di cibo da asporto. Ma cucinare è trasformare, far evolvere, dare forme diverse a ciò che si ha di fronte (e in tutto questo c’è qualcosa di catartico per me).

La scuola e gli insegnanti dei miei figli, che osservo dalle retrovie, sentendo lezioni della professoressa di italiano attraverso il muro che separa la camera dal salotto o guardando i compiti dati (e sempre corretti) dalle maestre. Sapevo già prima che eravamo stati fortunati, ma adesso ho proprio la voglia di abbracciarli e magari commuovermi un po’ con loro. Per quanto sono cresciuti in mezzo a questa tempesta i nostri ragazzi e ragazze, quanto abbiamo remato insieme perché la loro canoa superasse le rapide intera.

I libri, che non riesco a leggere con la concentrazione e la leggerezza che ho d’estate, quando le pagine scorrono una dietro l’altra. Ma loro sono sempre lì, con le loro parole per me, che mi curano e mi portano fuori dal qui e dall’ora.

La musica e la sdraio in balcone, in cui mi rifugio alla ricerca di solitudine. Perché sembra assurdo ma mi manca tanto il restare da sola, senza nessuno intorno. Rimpiango addirittura il viaggio quotidiano in tram per andare e tornare da lavoro.

La mia famiglia allargata, una rete che ha saputo stringere le maglie per non far scivolare nessuno fuori. Che ha messo insieme risorse, scambiato cibo e acquisti, consegnato a domicilio libri, verdura, semi e terra. E portato in ogni occasione vicinanza. Più di quella che dimostro normalmente.

Gli amici, quelli di sempre, quelli che già c’erano. Quelli che ti chiamavano prima, ti invitavano a cena prima, ti pensavano prima. Ci sentiamo più spesso, più spesso condividiamo foto di cose normali, vocali lunghissimi, chiamate, pensieri. Non mi sento sola in questo momento perché so che in tante case c’è lo stesso ottimismo della volontà che ci farà ricostruire un tessuto civile degno di questo nome.

Il sole, che se fosse stato un marzo piovoso avrei abbattuto i muri a testate e adesso vivremmo in un openspace. Il cielo azzurro di queste mattine non solo mi mette in pace, ma fa bene alle mie piante e al mio colorito. Così magari uscirò dall’isolamento con un’aria vagamente sana.

Il mio compagno di viaggio per eccellenza, che accoglie i miei momenti di sconforto e si lascia spronare dalla mia energia, quando a essere sconfortato è lui. So che non sono mai sola, che ogni prova la affrontiamo insieme e questo mi da una tranquillità incredibile. Ne usciremo comunque, sempre in due.

didattica a distanza (o distanza dalla didattica)

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Ho tre figli, in tre scuole diverse. Ho tre registri elettronici da controllare, tre siti delle rispettive scuole. Ho tre chat di classe (si, anche alla scuola superiore c’è la chat dei genitori e si parla anche lì di libri persi e compiti troppo onerosi). Tutto ciò è già impegnativo in tempi normali, quando le giornate sono scandite da impegni che si ripetono con rassicurante regolarità.

In tempi di Coronavirus avere tre figli è una prova sovraumana. Perché le scuole sono chiuse da 6 giorni e non si sa se riapriranno tra un giorno o quattro. Perché le attività sportive sono sospese, poi riprendono, poi cambiano sedi e orari (perché userebbero le palestre delle scuole, quelle chiuse). Perché in ogni registro elettronico devi controllare circolari e avvisi, nuovi compiti assegnati, comunicazioni che vengono corrette o smentite due ore dopo. Perché in ogni chat c’è qualche famiglia che posta ogni articolo trovi sui social, diffonde notizie di casi di contagio nel bar del quartiere ottenute da fonte certa (il cognato dell’amante del macellaio che passava da lì per caso).

E poi c’è lei: la didattica a distanza. Che in alcuni casi (rarissimi) significa usare uno strumento già sperimentato in classe (Google drive) per dare qualche esercizio su argomenti già affrontati insieme. In tutti gli altri vuol dire aggiungere sul registro elettronico indicazioni del tipo “fare da soli il sistema muscolare, appuntarsi le domande e fare lo schema lasciando gli spazi bianchi per i concetti che non sono chiari”. Ecco, io non sono insegnante o pedagogista, ma non credo che la didattica a distanza sia questa. Non credo sia sbolognare a studenti a casa (con nonni, babysitter, vicini di pianerottolo o da soli) l’onere di fare parte del programma in autonomia. La didattica a distanza è qualcosa di molto più ricco e complesso, che si costruisce, come ogni buona pratica, in tempi “di pace”. E che si dimostra qualcosa di utilissimo in tempi difficili.

Perché nell’educazione serve sempre progettualità a lungo termine, non soluzioni improvvisate in situazioni di emergenza. Educare è seminare, non raccogliere. E neanche buttare semi in una giornata di vento.

364 giorni fa

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Ho aperto una nuova pagina della mia vita 364 giorni fa. Ho iniziato a fare un lavoro inaspettato, che non sapevo neanche definire, ho ricominciato a mettermi il rossetto guardandomi nello specchio dell’ascensore, ho imparato nuove abitudini.

È stato un anno in cui ho letto tantissimo, anche cose che non mi interessavano. Ho cercato di imparare un nuovo vocabolario, fatto di parole di cui intuisco il significato ma non saprei ripeterlo (sell in, sell out, copertinario e altri simpatici amici). Ho provato a costruire il mio modo di fare le cose e forse ci sono riuscita, almeno un po’. Mi sono agitata per ogni prima volta, ma solo un po’: il vantaggio di un lavoro nuovo ad oltre 40 anni è che sai non prenderti troppo sul serio e sai anche che puoi “solo” fare del tuo meglio e probabilmente basterà (e se non dovesse bastare si troverà un’altra strada).

Mi sono affezionata alle persone e alle abitudini: a quasi tutte le stagiste, soprattutto alla prima (divertente essere il tutor di un’universitaria al tuo terzo giorno in casa editrice) e all’ultima (che ha un posticino speciale nel mio cuore, con i suoi ricci, le sue calze colorate e i disegni delle sue donne morbide). A qualche collega che è andato via prestissimo, ma a volte torna a casa e ad altri di cui forse non ho ancora conquistato l’affetto, ma io non desisto. Al terrazzo in cui ho portato fiori e piante, ai baristi che al mattino ci portano il caffè, al boccione dell’acqua, così evitiamo la plastica e io sono più felice.

Ho buttato il cuore, le mani e il cervello oltre l’ostacolo e ho cambiato di nuovo direzione. E ho scoperto un mondo che mi sento addosso come se ci fossi cresciuta dentro. Ho ricominciato ad avere voglia di lavorare tutto il giorno fuori casa, anche se vuol dire perdersi la quotidianità dei miei ragazzi. Perché sono loro i primi che mi hanno detto “questo è proprio il lavoro ideale per te”.

Che lavoro bellissimo.

tutti dicono voilà

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Oggi ho fatto una gita di lavoro. Ho preso il treno presto. Ho visto scorrere dietro al finestrino la periferia, poi la tangenziale, poi la campagna. Ho visto un po’ di neve per terra e già ero contenta. Poi i campi sono diventati completamente bianchi e io avevo una gioia dentro di quelle che hanno i bambini o i cani, esseri semplici ed entusiasti per istinto.

Ho ascoltato parole sulla dignità e sulla decenza, che sono caratteristiche comuni, non segni distintivi di caratteri speciali e straordinari. Ho sentito dire che “eroe” è una parola bugiarda perché ci pone in un ruolo di spettatori, ci dà un alibi. E in testa sento le parole di Italo Calvino “l’eroismo non è sovrumano” della canzone Oltre il ponte.

Quella canzone, in questa città. Cuneo, città medaglia d’oro per la Resistenza, con le piazze intitolate ai partigiani, con le lapidi sui palazzi. Con una mostra di pannelli sotto i portici dedicati a Nuto Revelli. L’anello forte, quello di nonno, è sul mio comodino da parecchi mesi. L’ho già letto, ma forse non lo tolgo per tenermelo vicino sempre, nei sogni a occhi aperti e in quelli a occhi chiusi.

Ho sentito parlare di confini, ponti e muri in Europa. E non c’è posto migliore di questo per fare discorsi del genere. Questa terra che è franco-piemontese, con i portici, i palazzi eleganti e le piazze d’armi. Con un ponte che ti conduce alle porte della città, le montagne intorno. Con il mercato coperto che sembra Luserna San Giovanni o Mentone. È uguale: le radici, nel profondo, sono le stesse. Con un dialetto che ha il suono della mia infanzia e le persone che dicono “voilà”.

saluti dal mare

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Dopo mesi di post per alcuni criptici, di racconti a voce, di cose non nascoste ma nemmeno sbandierate ai quattro venti, è venuto il momento di dire pubblicamente che lavoro faccio. Nulla di scandaloso, non faccio la pianista in un bordello, né la donna delle pulizie della malavita.

Lavoro in una casa editrice e mi occupo di progetti scolastici. No, non sono la promotrice di testi scolastici che ogni giorno porta nelle scuole manuali di letteratura, geostoria ed educazione fisica per convincere insegnanti annoiati. No, non vendo i libri un tanto al chilo bussando a ogni istituto scolastico.

Incontro insegnanti, librai, bibliotecari, autori e insieme progettiamo percorsi di lettura per ragazze e ragazzi, proponendo temi difficili, spesso faticosi e scomodi: i confini, le migrazioni, il progetto di una casa comune, la parità di genere, la disabilità, l’educazione. Pensiamo e costruiamo occasioni per gli adolescenti per conoscere mondi che non hanno mai guardato, acquisire competenze nuove nella comunicazione, nella capacità di relazionarsi con gli altri, nel gestire il confronto e a volte il conflitto. Diamo agli adulti la possibilità di fare un passo indietro e stare a osservare la magia che nasce quando si lascia il campo libero a chi è più giovane.

Lo dico da qui, da Rimini durante Mare di libri, che faccio questo lavoro. Da una città invasa da ragazze e ragazzi che leggono, ascoltano, parlano, intervistano, ridono, scoprono, scelgono. Lo dico da un appartamento condiviso in 10, di cui solo due siamo maggiorenni (gli altri 8 minorenni sono in un altro appartamento con l’altro maggiorenne del gruppo). Da due bagni condivisi, dai mal di pancia della sera e docce del mattino, dalle ansie per l’intervista che faranno tra poco.

Faccio un lavoro bellissimo, che mi fa leggere tanto, che mi fa incontrare ragazzi, che mi fa stare sempre in ascolto, che mi fa emozionare, che mi fa uscire dalla mia comfort zone. Che mi fa andare “a spiaggia” (come dice la mia collega Sandra) a metà giugno.

i vestiti (di casa)

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Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

epifanie

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Ci sono delle consapevolezze improvvise, che ti colpiscono dritto in faccia, nella loro evidenza, come se fossero da sempre sotto i tuoi occhi. Ognuno di noi ne vive qualcuna.

Lucia ha scoperto la lettura e non abbandona più il suo libro. Legge in balcone in montagna, finché l’aria fresca (o la cena pronta) non la costringe a rientrare. Legge sdraiata sulla coperta su cui abbiamo fatto il picnic, con intorno le mucche e la nuova amica appena scoperta. Legge al mattino, nella penombra e invidio molto la sua vista che le permette di distinguere le parole anziché vederle come piccole formichine.

Jacopo ha (ri)scoperto che scrivere è bello e prepara post per il suo nuovo blog, programma le pubblicazioni quando sarà al campo scout e si porta in montagna il computer.

Diego invece non ha ancora scoperto che sono tornata dopo le mie varie trasferte lavorative di inizio estate e di tanto in tanto mi ferma, mi abbraccia e mi dice “mi manchi” “ma se sono tornata?” “non importa, mi manchi lo stesso”.

Io scopro che non ho più vent’anni e un campo con 26 adolescenti è fisicamente provante, tanto che ho ancora sonno arretrato, anche se sono tornata da 6 giorni. Che 26 adolescenti sono una scoperta quotidiana, bella con la loro forza e i loro dubbi, faticosa con le loro sfide continue e la loro capacità di manipolazione (di alcuni), che mi lascia senza parole e preoccupata. Che faccio un lavoro difficile da descrivere e raramente percepito come tale. Che il mio lavoro è bello e non è mica necessario fare fatica per considerarlo degno di questa definizione.