perché leggo

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“Io leggo perché quando leggo sono libero”

Me lo ha detto un ragazzo di seconda media, una mattina che sono andata nella sua classe a parlare di lettura.

Io leggo per capire e in questo periodo prima sono arrivati i libri e poi la realtà li ha seguiti. Storie che parlano di adolescenti che si scoprono fragili e vulnerabili, di famiglie che cercano di svuotare l’acqua che li sta facendo naufragare con un cucchiaio, di violenza, di libertà, di fughe in avanti che sono fughe da sé. Come in un sogno premonitore la realtà mi racconta un dolore simile, un isolamento graduale e che sembra non possa risolversi, la ricerca nella memoria di quando si è rotto qualcosa, il bisogno di identificare il momento preciso.

Leggo per capire e poi giro ogni pagina con un dubbio in più, con un peso maggiore nel cuore. Ma qualcosa la capisco in effetti: leggere le storie che ci fanno paura, le fatiche che possiamo incontrare ci serve a capire che non troveremo mai le risposte e mai dovremmo avere l’arroganza di pensare di conoscere le soluzioni. Dovremmo leggere per sviluppare la nostra empatia, per provare a metterci nella pelle di chi sta attraversando quel dolore, per capire che mai dovremmo sentirci immuni da qualcosa, mai dobbiamo pensare di essere salvi.

La vita ci travolge e l’unica cosa che possiamo fare, è starci dentro e fare del nostro meglio.

Continuo a leggere, per sentirmi a volte più triste ma meno spaesata. Continuo a leggere perché ci sono momenti in cui non so fare altro. Non posso fare altro.

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di miti greci e percy jackson

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Si sa che l’educazione dei figli porta delle sfide sempre avvincenti e spesso la scoperta di talenti che pensavamo di non avere. Ad esempio ho creato vestiti di carnevale che fossero più elaborati di una mascherina di carta davanti agli occhi e ho cucinato torte per le feste di compleanno (ma raramente perché più spesso le fa mia sorella che è decisamente più brava di me). Ma la sfida più difficile e per me la più importante, quella che continuo a raccogliere, è quella di far capire ai miei figli che la conoscenza e la cultura sono la vera felicità nella vita.

Le prime settimane della terza elementare sono state uno scontro continuo tra me e il piccolo, per capire come funziona il metodo scientifico, conoscere la teoria della deriva dei continenti, inventare le legende di ipotetiche carte tematiche sulla quantità di scuole in ciascuna regione italiana. È uno sforzo che sostengo quasi ogni giorno, su materie diverse, cercando di far cogliere le analogie tra una materia e un’altra, facendo collegamenti con la sua vita quotidiana, con le sue esperienze (“Diego ti ricordi il confine tra la Bosnia e la Croazia questa estate?” “Si, era dove c’era la casetta dei poliziotti” “Ma a parte quella casetta tu vedevi altri segni, c’era un muro? una recinzione?” “… no” “Ecco la carta politica evidenzia dei confini che sono stabiliti dagli Stati ma che poi non trovi sul territorio, perché il bosco è tutto uguale, anche se da una parte è Bosnia e dall’altra Croazia). È uno sforzo che come risultato visibile da delle domande a cui non so rispondere (“mamma, io voglio sapere quanto dobbiamo andare indietro nel tempo, partendo da oggi, per arrivare a quando si è formata la Terra” “Diego, non sono sicura della risposta, magari chiedi alla maestra”), ma d’altronde queste sono le domande migliori: quelle che ti spingono a cercare le risposte attraverso nuove conoscenze.

Ieri ho aiutato Lucia a studiare epica, argomento i miti: quelli della creazione, del diluvio, della metamorfosi e degli eroi. E mentre approfondivamo i testi, dalla Genesi alla storia di Gilgamesh, da Prometeo e il Minotauro a Perseo e Medusa, interrompevo sempre la lettura per farle notare che autori diversi, di epoche diverse usavano quasi le stesse parole in certe fasi del racconto; per dirle che i supereroi di Stan Lee riprendevano gli eroi greci e romani, quelli che si ritrovavano con poteri soprannaturali loro malgrado e sfidavano gli dei per cambiare la vita degli uomini. Non le ho detto che il labirinto del Minotauro secondo me ha qualcosa in comune con il labirinto dell’Overlook Hotel di Shining perché non avrebbe capito il riferimento, ma l’ho pensato e mi sono sentita illuminata come se in quel momento si fosse aperto un circuito mentale.

Dovevo uscire con la mia amica ieri sera e invece sono rimasta a casa a far ripetere epica a Lucia. Ma sentivo l’urgenza, proprio ieri sera, di compiere quello sforzo per far capire ai miei ragazzi che ciò che studiano a scuola è una porta aperta sul mondo di oggi e una bussola per capire quello di domani, che conoscere i miti o la deriva dei continenti renderà i film di Percy Jackson o l’Era glaciale ancora più avvincenti, che la cultura è tutta uguale, non c’è quella alta e quella bassa, c’è solo la conoscenza e la fame mai saziata di scoprirla.

– Quindi dici che il successo di saghe e film come quelli dei supereroi derivano dal fatto che si rifanno ai miti del passato? – dice Flavio a tavola.

Certo, perché dobbiamo renderci conto che non ci inventiamo quasi mai nulla di nuovo, ma riscriviamo con nuovi linguaggi sempre la stessa storia. Perché sempre le stesse sono le domande, che si viva in una caverna scaldati dal fuoco o si abbia in mano uno smartphone e si viaggi su un’auto elettrica.