tutti dicono voilà

Standard

Oggi ho fatto una gita di lavoro. Ho preso il treno presto. Ho visto scorrere dietro al finestrino la periferia, poi la tangenziale, poi la campagna. Ho visto un po’ di neve per terra e già ero contenta. Poi i campi sono diventati completamente bianchi e io avevo una gioia dentro di quelle che hanno i bambini o i cani, esseri semplici ed entusiasti per istinto.

Ho ascoltato parole sulla dignità e sulla decenza, che sono caratteristiche comuni, non segni distintivi di caratteri speciali e straordinari. Ho sentito dire che “eroe” è una parola bugiarda perché ci pone in un ruolo di spettatori, ci dà un alibi. E in testa sento le parole di Italo Calvino “l’eroismo non è sovrumano” della canzone Oltre il ponte.

Quella canzone, in questa città. Cuneo, città medaglia d’oro per la Resistenza, con le piazze intitolate ai partigiani, con le lapidi sui palazzi. Con una mostra di pannelli sotto i portici dedicati a Nuto Revelli. L’anello forte, quello di nonno, è sul mio comodino da parecchi mesi. L’ho già letto, ma forse non lo tolgo per tenermelo vicino sempre, nei sogni a occhi aperti e in quelli a occhi chiusi.

Ho sentito parlare di confini, ponti e muri in Europa. E non c’è posto migliore di questo per fare discorsi del genere. Questa terra che è franco-piemontese, con i portici, i palazzi eleganti e le piazze d’armi. Con un ponte che ti conduce alle porte della città, le montagne intorno. Con il mercato coperto che sembra Luserna San Giovanni o Mentone. È uguale: le radici, nel profondo, sono le stesse. Con un dialetto che ha il suono della mia infanzia e le persone che dicono “voilà”.

perché leggo

Standard

“Io leggo perché quando leggo sono libero”

Me lo ha detto un ragazzo di seconda media, una mattina che sono andata nella sua classe a parlare di lettura.

Io leggo per capire e in questo periodo prima sono arrivati i libri e poi la realtà li ha seguiti. Storie che parlano di adolescenti che si scoprono fragili e vulnerabili, di famiglie che cercano di svuotare l’acqua che li sta facendo naufragare con un cucchiaio, di violenza, di libertà, di fughe in avanti che sono fughe da sé. Come in un sogno premonitore la realtà mi racconta un dolore simile, un isolamento graduale e che sembra non possa risolversi, la ricerca nella memoria di quando si è rotto qualcosa, il bisogno di identificare il momento preciso.

Leggo per capire e poi giro ogni pagina con un dubbio in più, con un peso maggiore nel cuore. Ma qualcosa la capisco in effetti: leggere le storie che ci fanno paura, le fatiche che possiamo incontrare ci serve a capire che non troveremo mai le risposte e mai dovremmo avere l’arroganza di pensare di conoscere le soluzioni. Dovremmo leggere per sviluppare la nostra empatia, per provare a metterci nella pelle di chi sta attraversando quel dolore, per capire che mai dovremmo sentirci immuni da qualcosa, mai dobbiamo pensare di essere salvi.

La vita ci travolge e l’unica cosa che possiamo fare, è starci dentro e fare del nostro meglio.

Continuo a leggere, per sentirmi a volte più triste ma meno spaesata. Continuo a leggere perché ci sono momenti in cui non so fare altro. Non posso fare altro.

i vestiti (di casa)

Standard

Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

a Rimini ho visto 

Standard

A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

la prima volta, di carta e inchiostro

Standard

Ho fatto una cosa piccola piccola, che però mi emoziona. Talmente piccola che ne ho parlato poco, che mi ha emozionato talmente tanto che forse in alcuni istanti avrei preferito essere sola, senza nessuno.

Perché tutto quello che mi riguarda mi sembra piccolo e insignificante, perché ogni traguardo che raggiungo mi sembra un obiettivo che chiunque avrebbe potuto raggiungere. Perché nel mio caso non si tratta di vedere l’erba del vicino sempre più verde, in un moto di invidia e insoddisfazione per ciò che si ha. Ma guardare la propria erba, sufficientemente verde, e pensare che è così perché è piovuto molto, non perché io possa avere qualche merito. O qualche talento.

Però, se esco fuori dalla mia riservatezza sabauda e penso a come mi sento, posso dire che ci sono cose che mi fanno proprio stare bene e una di queste è scrivere. Ci sono cose che mi fanno sentire “completata”, come forse si sente un puzzle quando una mano gigante inserisce l’ultimo pezzo. Quando finisco di scrivere qualcosa, che sia un post a cui tengo o un claim per il salame o una lettera per descrivere l’orgoglio della città in un evento, io mi sento così: composta come ero probabilmente prima che un macchinario mi dividesse in pezzetti tutti diversi tra loro, allineata alla perfezione e senza più spazi vuoti.

Oggi ho preso in mano un libro, fatto di racconti. E uno di questi è il mio. “Nessun rumore intorno”: adesso esiste non più solo sul mio computer, ma vive di carta e inchiostro. Ed è bello. È una cosa piccola, ma non posso non ammettere che sia bello.

#ioleggoperché (23 aprile Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore)

Standard

#ioleggoperché quello che vedo non mi basta, quello che sento non mi basta, quello che penso non mi basta.

#ioleggoperché ho bisogno di uscire da me per essere altro, vivere altre vite, fare scelte diverse, aprire porte socchiuse.

#ioleggoperché mi hanno insegnato che certe storie, certi libri, certi pensieri insegnano ad essere democratici, a pensare che oltre noi c’è qualcosa, oltre il nostro pensiero ce n’è un altro, oltre il nostro vissuto ci sono mille altre storie.

#ioleggoperché amo stare dentro me stessa, esplorare la mia anima e coltivare il mio cuore, nutrendolo delle parole scritte da altri che sanno così bene dar voce alla mia voce interiore.

#ioleggoperché più leggo più leggerei.

#ioleggoperché il libro sul mio comodino mi accoglie e significa casa, intimità, solitudine.

#ioleggoperché i libri hanno accompagnato la mia vita, hanno contenuto le mie ansie, hanno dato spazio alla mia tristezza, alle mie lacrime, alle mie gioie.

#ioleggoperché passo i libri a mio figlio, li leggiamo a turno, come facevo con mio nonno, con mia mamma, con mia sorella, con la mia amica, con mio marito. E quelle pagine ci uniscono, ci legano indissolubilmente.

#ioleggoperché se non leggessi sarei più triste, più vuota.

#ioleggoperchépenso

#iopensoperchéleggo

amore senza fine

Standard

L’amore è nato ai tempi del liceo, quando studiavo il programma a memoria e mi mettevo pazientemente in coda con un’amica per entrare nella sala in cui avrebbe parlato il cantante o lo scrittore del mio cuore.
Poi ho trascinato il fidanzato dei 16 anni (ed era una vera prova d’amore il suo venire con me li) e da quel giorno anche per lui è iniziato un rapporto che mi risulta continui tutt’ora.
Ci sono stati gli anni in cui andavo la domenica pomeriggio, dopo l’attività lunga, ancora in uniforme scout, lavandomi le mani e la faccia nei bagni, dopo i giochi al parco coi bambini.
Ci sono stati gli appuntamenti la sera, dopo lavoro, quando andare insieme a Flavio il venerdì voleva dire iniziare il weekend.
E poi le visite coi figli, qualcuno a piedi e qualcuno in passeggino, a fare i turni per uscire dallo spazio bambini e vedere anche altro, a leggere libri mille volte e far la coda per avere la foto con Geronimo Stilton, seduti per terra a mangiare la pizza o il panino.
Quest’anno ho il lusso della visita doppia: in solitaria e in cinque.
Il Salone del libro di Torino è un posto magico per me, dove passeggiare, sfogliare libri attirata da una copertina, da un titolo, dalla vicinanza con un libro che ho amato oppure odiato.
È una passeggiata nella mia anima, piena di fiducia nel mondo: perché finché ci sono libri da leggere, vuol dire che ci sono universi ancora pieni di possibilità da esplorare.