io e la sposa cadavere

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Quand’ero piccola volevo fare il chirurgo. Non quello che toglie piccole escrescenze di pelle con anestesia locale, quello che usa il bisturi e apre pance, che è tutto vestito di verde e tocca con mano gli organi interni. Poi ho scoperto che l’idea di una puntura mi faceva svenire, che per affrontare le prove dall’allergologo avevo bisogno di essere sdraiata sul lettino. E ho cambiato idea, ma se proprio avessi dovuto svolgere una professione medica sono sicura che avrei potuto fare solo il chirurgo.

I pazienti del chirurgo sono silenziosi, addormentati, in una parola assenti. Non si lamentano, lo hanno fatto prima e lo faranno dopo, ma in quel momento sono sdraiati su un lettino, corpi a disposizione di un artista. Ho un rapporto particolare con la malattia, anzi con la convalescenza. Che a mio parere non dovrebbe esserci, ma visto che i super poteri ancora non li ho (li ho chiesti a Babbo Natale e alla fatina del compleanno), cerco di ridurla al minimo indispensabile o la ignoro. Non sopporto quel periodo di fiacchezza senza un perché, quel bisogno di riprendersi e il conseguente ciondolare per casa di chi sta vivendo la convalescenza. O si è malati o si sta bene, on/off. Credo sia proprio scritto nel mio codice genetico, perché appena capto in chi mi sta intorno i segni di quelle che per me sono lamentazioni divento insofferente e scostante. E l’istinto mi spingerebbe a mettere il convalescente in balcone al freddo: se deve ammalarsi si ammala, se non deve ammalarsi smetterà di lamentarsi pur di rientrare in casa.

Il mio dna però nei miei figli si è srotolato e riarrotolato in maniera scomposta e disordinata. Così ho un figlio grande che quando sta male tira fuori il meglio di sé ed è capace di avere la febbre a 40 ed essere simpatico, disponibile, quasi energico. E una figlia media che appena ha una sensazione sconosciuta mette su la faccia da morta, si stinge le guance e piega gli angoli degli occhi in giù. E mi sembra incredibile che una forte ed energica, una che vive sempre on/off poi diventi molle come un budino appena il suo corpo le manda una sensazione di malessere.

Faccio finta di non vederla perché so che non la tratterei bene, le sto lontano per evitare di litigare. Ma poi mi chiamano da scuola dopo mezz’ora che l’ho portata (“la bambina oggi non ce la fa”) e così mi preparo a una mattinata a due: io e la sposa cadavere.

Per la cronaca, mentre aspettavo che scendesse mia figlia, arriva un bambino accompagnato dalla compagna crocerossina alla guardiola. Candy Candy aggiorna la bidella di turno (“ha mal di testa e la maestra chiede se può misurargli la febbre”). Mentre è lì col termometro sotto il braccio, il malato dichiara che ieri aveva 40 di febbre. Il termometro suona, è ora di toglierlo e leggere il verdetto: 35. Mi sembra pienamente guarito.

– La febbre non ce l’hai, cosa vuoi fare? – dice la bidella.

Sono andata via prima di sentire la risposta, mi sembrava già sufficiente la domanda.

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certezze matematiche

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Potrei preparare dei fogli con scritte sopra i fatti che sono certa accadranno e poi chiuderli in delle buste, da aprire solo dopo una particolare data. Quando le aprirò a giorni, settimane, mesi di distanza sarò incredula di fronte ai miei poteri di preveggenza.

Se uno dei figli è in gita per tre giorni e tu già assapori la tranquillità di essere in 4 anziché in 5 in casa e inizi a pensare a cosa potresti fare con i due in questo martedì pomeriggio senza allenamenti, piscina o altro, stai sicura che uno dei due figli rimasti si ammalerà e i tuoi programmi andranno a farsi benedire. Ti ritroverai a pulire il pavimento del bagno dalle tracce dell’influenza intestinale, ovviamente dopo che lo stesso bagno era stato tirato a lucido due ore prima.

Se ti permetti, una volta negli ultimi 8 anni, di ammalarti (perché il virus della figlia ha colpito anche te) stai tranquilla che non lo farai da sola e passerai una notte a scacchiera: prima ti alzi perché ti chiama lei, poi perché stai male tu, poi quando ti sarai appisolata priva di forze sul divano lei avrà sete e ti chiederà l’acqua (che berrà a piccoli sorsi, perché è una bambina che ascolta e sa di dover fare così, mettendoci un tempo che alle 4 del mattino sembra interminabile).

Quando poi al mattino penserai di poterla mandare a scuola perché in fondo è stata bene tutta la notte, lei vomiterà la colazione, con grande dramma del piccolo che non capisce questa ingiustizia per cui lui deve andare a scuola e sua sorella, verde in faccia come una rana, debba stare a casa. E lo urlerà a tutto il mondo, talmente tanto che lo sentirai dal balcone mentre la nonna lo accompagna. Allora ti vesti, affronti il gelo artico che ovviamente è arrivato giusto stamattina e vai a portarlo tu a scuola, riempiendo la strada di sgridate e improperi, pensando a castighi che si scolpiscano nella sua memoria e sentendo gli occhi di tutto il quartiere puntati su di te.

Se un figlio è via con la scuola tre giorni, con professori che non ti conoscono e senza cellulare, il virus intestinale avrà colpito anche lui e vomiterà per tutta la notte in albergo. E la professoressa ti dovrà chiamare per sapere quali medicine dargli (“nessuna, noi normalmente aspettiamo che passi”).

Buona giornata a tutti.

periodo di grazia

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Ci sono i periodi in cui nulla gli va bene. Puoi proporre mille attività e si annoieranno mortalmente, puoi preparare pranzi, cene, merende da gourmet e saranno inappetenti, puoi essere disponibile ad ascoltare ogni loro racconto e caverai dalla loro bocca solo mezze frasi, fondamentalmente lamentele. Ci sono i periodi in cui i figli hanno perennemente la luna storta e sembra che a metterli al mondo, tu e l’altro scriteriato, abbiate fatto loro un torto.

E poi ci sono i periodi in cui sembra che tutto gli sorrida e ogni evento possa essere letto attraverso lenti rosa shocking. La settimana piena di impegni, tra rientri di strumento e coro, allenamenti, partite di basket, interrogazioni e feste di compleanno scivola liscia, affrontata da un 11enne molto sociale che non batte ciglio.

Il passaggio da un gruppo all’altro degli scout, i 5 allenamenti settimanali di ginnastica artistica, le interrogazioni e verifiche di tutte le materie sono niente in confronto all’energia risolutrice di ogni problema di una ragazza di 8 anni, che entra a scuola cantando “Pim Pam, le scarpe pim pam di notte fan sul sentiero di pietro grosse…”.

La promessa del cambio di corsia in piscina (per passare al corso di nuoto e abbandonare per sempre l’acquaticità), l’arrivo della nuova maestra, l’inizio tanto atteso delle attività scout sono tutti motivi per cui festeggiare, attendere il giorno dopo, essere allegri e felici.

Non credo sia merito degli eventi se i miei figli sono così entusiasti della vita in questo periodo. Le stesse cose li avrebbero fatti piombare nel malumore, nella scortesia, nell’irascibilità solo qualche settimana fa. E non è che sia un momento così rosa e fiori per tutta la famiglia, tra cure mediche faticose e badanti che entrano a far parte della nostra routine. Razionalmente non mi spiego questo periodo di grazia. Ma la accolgo, in silenzio, per paura di rompere l’incantesimo. E spero che il loro entusiasmo sia contagioso e mi possa ammalare anche io.

home working si, home working no

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Quando ti ritrovi a lavorare a casa dopo oltre 10 anni di ufficio hai bisogno di un po’ di mesi di adattamento, ma poi ti abitui.

A poter stendere la biancheria dopo aver accompagnato i figli a scuola, senza doverlo fare alle 6 del mattino. A non doverti truccare prima di uscire di casa e apprezzare i vantaggi delle scarpe da ginnastica 7 giorni su 7. A pranzare con calma con la tua amica il giorno del suo compleanno senza controllare continuamente l’orologio, quando la pausa pranzo sarà finita e il piatto che conteneva l’insalata su cui stai indugiando si trasformerà nello schermo del computer.

Ti abitui a immergerti nel lavoro da fare con la musica che riempie la stanza, incurante del fatto che a qualcuno possa dare fastidio. Ti abitui a lavorare senza guardare quando arriva il momento di mangiare perché hai trovato l’ispirazione e l’assenza di orari ti permette di non ingabbiarla in un’agenda rigida e immutabile.

Il quadretto idilliaco si interrompe e si frantuma quando si ammala un figlio. Perché a quel punto il piccolo pustoloso che passa il tempo a grattarsi invaderà i tuoi spazi vitali e lavorativi e nulla riuscirà ad arginarlo.

Quindi ti nasconderai in balcone per fare una telefonata di lavoro, per evitare che il cliente senta le urla che provengono dal bagno “maaaaammaaa, ho finito? mi pulisci tu che ho fatto la cacca molle?”.

Ti metterai le cuffie nelle orecchie per vedere il video che devi modificare e caricare su youtube, ma solo una perché nel frattempo continuerai ad ascoltare e a rispondere alle domande tipo “cosa devo disegnare in questa carta mostro?”.

Aspetterai con trepidazione l’ora o la mezz’ora d’aria in cui staranno qui le nonne, gioendo della possibilità di andare a prendere gli altri figli a scuola o andare al mercato a comprare la verdura.

Il primo giorno proporrai attività di cucina (“impastiamo il pane e facciamo i biscotti?”), il secondo giocherai venti turni a indovina chi e al gioco del calcio che odi (“mamma ti spiego il calcio d’angolo”), il terzo tirerai fuori tempere e acquerelli e preparerai il fondale per un collage di disegni (e a foglio pieno per 1/4 sentirai queste parole “non ne ho più voglia” e ti troverai a finire il fondale). Il quarto accenderai un cartone e abbandonerai il pustoloso sotto la coperta rossa (colore che farà passare più velocemente la varicella). Cercando di lavorare durante la nanna del pomeriggio o nelle pause di gioco autonomo.

E poi la ciliegina sulla torta quando torna a casa tuo marito.

– Oggi mi sono ricordata che lunedì mattina devo andare a vedere gli scatti fotografici dal cliente O., me ne ero completamente dimenticata –

Risposta

– Così non va bene –

Vabbè, vado a mettere su una lavatrice. Da sola.