inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

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di porte aperte e firme sui gradini

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Puoi chiudere le porte dopo che qualcuno se n’è andato. Puoi lasciare lì dentro gli oggetti a trattenere il dolore, i brutti ricordi e la fatica. Puoi lasciare che la polvere si accumuli sulla memoria, rendendola opaca e ferma, tagliarle le gambe e lasciarla senza fiato. Una memoria che non dice più niente a nessuno, un mausoleo che incute timore e non insegna niente.

Ma puoi scegliere di fare altro.

Dare aria alle stanze, fare uscire i ricordi perché vadano in giro a incontrare la vita che continua. Puoi distribuire gli oggetti, perché ciascuno abbia qualcosa, un segno delle esperienze passate insieme. Puoi aprire le porte, vivere quegli spazi con gli altri, dare voce alle emozioni, alle immagini che tornano alla memoria. Ridere e piangere, sentire la tristezza e continuare ad amare la vita.

In questa casa c’è una porta chiusa, invalicabile. E c’è anche una firma su un gradino di cemento, che d’estate calpesto decine di volte al giorno. E più lo calpesto e più quel nome mi resta dentro e mi parla di cura, di passione, di capacità manuali e di amore.

una vacanza tira l’altra 

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Visitiamo Parigi e penso che dovremo anche andare a Lisbona, a Berlino, a New York. Per non parlare di Istanbul, San Pietroburgo, Londra, Praga, Dublino. 

Andiamo a Le Havre e parlo dell’architettura di Mosca, così simile nel suo razionalismo estremo, nelle linee squadrate e nette. Guardiamo il porto e diciamo che dovremmo vedere insieme un film, Miracolo a Le Havre, romantico e umano, pieno di ottimismo e speranza.

Passiamo mezza giornata al Memoriale di Caen e mi ritrovo a progettare altri viaggi, a Dacahu e a Berlino, altre letture, Se questo è un uomo o Il partigiano Jonny, altri film da vedere, Train de vie o Le vite degli altri.

Siamo in vacanza con i ragazzi e a Belleville non abbiamo mangiato il cous cous o cibo cinese, così come a Le Havre non abbiamo visitato la casa modello dell’architettura razionalista, perché avremmo superato il limite della loro elasticità e sopportazione e ne avremmo poi pagato le conseguenze. Però essere in questi posti con loro mette in moto una catena di stimoli e suggerimenti, un elenco praticamente infinito di possibilità. Di viaggiare ancora, di leggere ancora, di vedere ancora, di ascoltare ancora. Di vivere e crescere insieme. E diventare forse un po’ più ricchi, di vita e di attenzione al mondo intero.

ps. nella foto la prima edizione di Se questo è un uomo esposta al Memoriale di Caen.

pietre d’inciampo

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Lui ha un cappello con la visiera che sembra di una taglia più piccola del dovuto, messo sulla testa un po’ alzato, come i bambini mettono la scatola del panettone; forse anche per lui è un elmo che lo difende dal mondo, che lo aiuta a proteggersi il volto e i pensieri.

Lei ha un basco verde, portato con la naturalezza che io non ho mai avuto, la fronte scoperta e la pelle chiara, con qualche macchia dell’età.

Lei ha una ciocca di capelli azzurra più lunga dal lato sinistro e un taglio che prevede un ciuffo alto almeno 3 centimetri sopra la testa. Ma oggi  il ciuffo è abbassato, tanto non avrebbe mai resistito alla neve.

Loro hanno scarpe da ginnastica di tela, inopportune per il tempo che c’è oggi. Oppure anfibi allacciati fino a metà polpaccio.

Lei ha scarpe da ginnastica moderne, quelle che ormai le signore di una certa età mettono anche con le gonne a pieghe.

Loro stanno sotto ombrelli tenuti da altri, mentre suonano il violino o la chitarra, mentre riprendono tutto con la telecamera, mentre tengono in mano i fogli con il testo della canzone che canteranno o ciò che hanno scritto, mentre con due strofinacci lucidano quattro targhe d’ottone per terra.

Lei sta schiacciata contro il portone, senza ombrello, anche se qualcuno glielo offre.

Loro hanno la voce che trema quando la ringraziano; lei ha la voce ferma e serena, emozionata ma non commossa, quando gli dice che si sono presi un impegno grosso, che dovranno continuare a parlare del lavoro che hanno fatto ai loro nuovi amici alle scuole superiori il prossimo anno.

Cantano “ad Auschwitz c’era la neve” e oggi a Torino nevica e con quella neve, più tardi, giocheranno a inseguirsi e bagnarsi.

Cantano “ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio” e invece loro parlano e hanno ascoltato e parlato: tra di loro, con il Museo diffuso della Resistenza di Torino, con Elena Ottolenghi, ebrea di Torino che ha vissuto la guerra.

Parlano di Sergio Levi, ragazzo di 14 che il 18 febbraio del 1944 fu deportato con la sua famiglia ad Auschwitz. E morì nel 1945.

Se passate in via Fratelli Carle 6 a Torino, non potete non inciampare: ci sono 4 pietre d’inciampo davanti al portone in cui Sergio Levi visse con la sua famiglia.

Se non passate a Torino cercate nelle vostre città altre pietre d’inciampo, perché la storia ha avuto degli inciampi che hanno lasciato il segno nei nostri quartieri, nelle storie di tanti, nel corpo di molti bambini, uomini e donne. Che devono lasciare il segno dentro di noi e sulla nostra bocca. Perché quando smetteremo di ricordare e di raccontare, non inciamperemo più su quelle pietre e inciamperemo ancora nella storia.

la memoria del corpo

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La memoria è qualcosa di complesso, articolato. È composto da tutti i sensi.

È il gusto: quello dei grissini e degli gnocchi crudi rubati dal vassoio in cucina a casa dei nonni; quello delle lasagne mangiate a Lantaret a casa di Cino e Lena, mentre si preparava la Festa de L’Unità.

È l’udito: la storia dei fratelli Cervi che nonno ha insinuato come una goccia nella nostra mente, raccontandocela mille volte da piccole; è una canzone, Fischia il vento, che mi faceva pensare alla steppa russa ricoperta di neve e invece ho poi scoperto che parlava delle montagne tra la Liguria e il Piemonte e dei partigiani.

È la vista: le bandiere alle manifestazioni del primo maggio; la bandiera dell’anpi tenuta ritta e orgogliosa di fianco alla bara di nonno dal suo amico Ferruccio, che non si è mai mosso di lì, non l’ha mai appoggiata un attimo al muro; è il campo di Dachau visitato dopo un viaggio a Berlino, così vicino alla città, così distante dalla nostra vita, così reale.

È l’olfatto: il profumo dei ristoranti del ghetto di Roma e di un gelato mangiato coi ragazzi in vacanza, cercando di spiegargli che quella era una parte della città diversa dal resto; il freddo che si annusa nei corridoi del Carcere delle Nuove, nel camminamento di ronda dove gli sguardi di ragazzi e ragazze, uomini e donne ritratti nelle foto attaccate sul muro ti seguono per tutto il tuo percorso.

È il tatto: il corpo delle altre persone vicino, dei ragazzi, dei bambini e delle insegnanti mentre sfili una mattina di gennaio per la tua città in una fiaccolata per il Giorno della memoria, 70 anni dopo da quel 27 gennaio 1945; le mani di tuo figlio grande che ti cercano di notte mentre dormi nel suo letto, perché avete visto insieme un film sui campi di concentramento e lui non riesce a dormire.

La mente può dimenticare, il cuore può cercare di nascondere. Il corpo non dimentica, i sensi mantengono indelebili le tracce delle esperienze fatte. È al corpo che dobbiamo trasmettere la memoria, per mantenere vivo l’orrore per ciò che è stato.