l’educazione stabile in un mondo fluido

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Questo mondo è fluido, non c’è alcun dubbio. E fluido diventa anche il mio di tempo, diviso tra lavori part time e full time, tra consegne e referenti che si sovrappongono, tra auto dalle cilindrate esorbitanti ed eventi per ragazzi, con una valigia che contiene pantaloncini e costumi, tra rossetto e sandali da mare.

Questo tempo è fluido e a volte fatico a ritrovarmi, a mantenere un equilibrio e a non farmi travolgere dall’entusiasmo o dallo sconforto, a giorni alterni. Fatico a definire la mia identità professionale, a trovare le parole giuste per dire “che lavoro faccio” (mia figlia sostiene che io distribuisca cappellini al Salone dell’Auto, perché quello mi ha visto fare mentre preparavo il materiale per l’evento del giorno dopo), a far capire il livello di stanchezza, impegno, flessibilità e rapidità di cambiamento che ogni giorno vivo.

Ma tra i vantaggi di questo tempo, del suo essere così mutevole nella forma, c’è quello di rendere l’educazione dei miei ragazzi ferma, organizzata, stabile. Perché non ho tempo di chiedermi se sia il caso di portare a metà mattina a scuola la pizza al figlio di seconda media, perché altri si stanno organizzando per portare da mangiare per far festa e mio figlio non mi ha detto niente. E se lo trovassi quel tempo, mi risponderei che in seconda media devi avere l’autonomia di scegliere se portare o meno la pizza l’ultimo giorno di scuola. Perché i ragazzi, dopo il terzo anno di mie assenze, hanno capito che anche se l’ultimo giorno di scuola non vado a prenderli e soprattutto non suono trombe da stadio io e loro padre ci siamo stati ogni giorno di quell’anno di scuola, abbiamo condiviso con loro ogni momento e di striscioni e celebrazioni plateali non ne abbiamo bisogno. Perché ho lasciato autonomia ai miei figli, costruendo con loro un rapporto di fiducia in cui hanno possibilità di movimento, libertà di scelta su alcune cose, responsabilità rispetto alle decisioni che prendono. E io non devo esserci sempre per fare al posto loro, ma sanno sempre di avere una casa in cui tornare per rileggere la realtà insieme, discutere di ciò che è giusto e sbagliato, parlare dei valori e non solo degli eventi.

Viviamo in un tempo fluido e spetta a noi che educazione vogliamo dare ai ragazzi che abbiamo vicino: quella che offre strumenti per interpretare la realtà o quelle che cerca di dare disperatamente soluzioni, che si riveleranno inefficaci appena usciremo fuori dal nido.

nuove glaciazioni

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I risvegli sono complessi questa settimana, pieni di pensieri e di riflessioni. Per cose grandi e che potrebbero sembrare lontane, come elezioni, referendum, sentenze. Ma che in fondo sono vicine, grandi e influenti, rilevanti per il progetto di mondo e di vita che ho, per l’idea di educazione che cerchiamo Flavio e io di mettere in pratica.

Vedo una tendenza diffusa nel mondo che mi circonda, una direzione che dal mio punto di vista è una deriva, verso l’affermazione di posizioni individuali, personalistiche. Insoddisfatti del mondo che abbiamo intorno, infelici e provati da un periodo di recessione economica importante, che ci affatica e ci deprime (non solo nei consumi, ma nella nostra vita a 360 gradi) proviamo a rimettere indietro l’orologio. Anziché aprire le finestre e respirare a pieni polmoni l’aria che ci colpisce in faccia, decidiamo di immergerci in apnea e rientrare nel nostro stagno, nelle acque basse in cui ci troviamo a nuotare. Anziché provare a progettare e realizzare un mondo più ampio, collettivo, comunitario ritorniamo nello nostre quattro mura, e chiudiamo la porta, le finestre, il camino (che le cose belle, come Babbo Natale, o quelle brutte, come il lupo, arrivano anche da lì). Anziché pretendere di poter vedere una parte più grande di cielo, per avere l’azzurro e le nuvole, il sole e la neve, chiediamo un tetto sopra la testa, che ci chiuda in un posto che riteniamo sicuro, che ci separi da ciò che c’è fuori che è diverso e inaspettato. Anziché allargare il nostro orizzonte ci mettiamo i paraocchi, per andare dritti su una strada che speriamo ci porti alla sopravvivenza, a una vita se non soddisfacente, almeno sufficiente.

E io ho paura. Paura che il mondo che lascio ai miei figli sia di piccoli interessi, di diritti individuali e individualismo, di “homo homini lupus”, fatto di classifiche, di graduatorie in cui l’obiettivo è arrivare primi. Perché su ciascun gradino ci sta solo una persona, non una comunità. Ho paura che portarsi il pasto da casa a scuola voglia dire non cogliere il valore educativo e formativo del condividere il cibo. Ho paura che vedere le file davanti ai musei contrapposte alla povertà voglia dire togliere cultura, bellezza e libertà a tutti, ricchi e poveri, convinti che l’uomo abbia solo bisogni primari. Ho paura che uscire da una comunità europea piena di problemi, ma che ci obbliga a pensare insieme, in modo collettivo, voglia dire tornare ciascuno nei propri confini e considerare il mondo non più fratello, ma nemico.

Siamo usciti tempo fa dalle caverne, non possiamo rientrarci perché la realtà intorno cambia, ci interroga e ci affatica. Perché da questa nuova glaciazione del pensiero e della nostra voglia di futuro e di evoluzione ci risveglieremo involuti, depressi, più poveri. Lasceremo per la strada gli altri, convinti che sia necessario per salvarci, e scopriremo poi di esserci persi noi stessi. Per sempre.

educazione occasionale

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Nel gergo scout si parla di educazione occasionata ed educazione occasionale. Con questi termini si distinguono gli interventi educativi che sembrano nati dalla casualità e invece sono studiati a tavolino dall’educatore (creando le condizioni e il contesto per cui risulterà “naturale” affrontare certi contenuti) da quelli che invece nascono inaspettatamente dall’osservazione della realtà intorno, dagli stimoli offerti dal contesto, dalle nostre reazioni a ciò che avviene.

Ieri sera abbiamo guardato I cento passi con Jacopo. L’abbiamo cercato sul web e visto volontariamente, perché era il 21 marzo, la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Era tanto che volevamo farglielo vedere, dopo che ha imparato la canzone dei Modena City Ramblers per salutare un’amica del gruppo scout che se n’è andata, dopo averla cantata con noi alle manifestazioni. E ieri era il giorno giusto per farlo. Ho passato tutto il tempo a spiegargli il film e a stupirmi di quanto certi passaggi per me scontati, certi rapporti tra mafiosi e gente “normale” che a me sembravano chiari e inequivocabili per lui non fossero comprensibili senza la mediazione di un adulto. È una questione di linguaggio, di conoscenza dei meccanismi di un mondo che fortunatamente non rientrano nella normale logica di ragionamento di un 12enne.

Sempre ieri sera Diego ci raccontava di un compagno di classe che andrà a Parigi “dove c’è il terrorismo” ha aggiunto a margine. Gli abbiamo spiegato che a Parigi non c’è il terrorismo, che ci sono stati degli attentati ma non è detto che ci risiano.

Oggi, tornati a casa per cena, guardo il telegiornale mentre preparo da mangiare e Jacopo è in cucina con me. Alla tv ci sono le immagini di Bruxelles e gli chiedo se ha saputo cos’è successo.

– Si mamma, l’ho capito dal discorso del sindaco alla manifestazione davanti alla sinagoga –

Oggi Jacopo è andato a lavorare coi ragazzi della scuola ebraica di Torino e ha poi partecipato a un corteo e a una manifestazione di fronte alla sinagoga in memoria di Emanuele Artom, ebreo e partigiano torinese. E lì, dopo aver visto gli alpini di guardia col mitra spianato senza sicura che presidiano la piazzetta Primo Levi, dentro una scuola che ha un sistema di cancelli multipli uno di seguito all’altro per controllare chi entra, con dei ragazzi della sua età che quando escono da scuola vengono scortati per un isolato dai militari, ha saputo dalle parole del sindaco e delle altre personalità presenti che a Bruxelles qualcuno ha messo delle bombe in un aeroporto e in una stazione della metropolitana. Ha saputo che di nuovo, troppo vicino nel tempo, sono morte delle persone come me, come lui, come quelli che ha di fianco tutti i giorni in un posto che non è molto diverso dalla sua città.

Il mondo ci offre mille spunti per l’educazione occasionale. Bisogna pensare che l’educazione sia l’unica via possibile per cambiare questo mondo per coglierli tutti, anche quelli tristi, anche quelli che ci fanno paura e ci lasciano attoniti.

corazzati per il mondo

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Il weekend è passato in un turbinio di impegni, feste, incontri, ansie e tensioni da condividere, partite da nottambuli e risvegli rallentati e mai veramente completati.

Ieri sera, andando a dormire, Lucia mi dice – Non vedo l’ora che sia domani mattina per iniziare estate ragazzi e conoscere i miei animatori –

e Jacopo – Anche io mamma. L’estate ragazzi e il campetto di basket sono due dei posti in cui mi trovo meglio –

– Anche agli scout ti trovi bene – gli rispondo

– Certo, non ho detto che sono gli unici due posti. E’ che anche se in qualche posto non conosco tanta gente, poi mi trovo degli amici e mi diverto –

La cosa bella dei miei ragazzi è che dove li metti stanno. Non nel senso che posso trasportarli e spostarli come pacchetti e loro staranno lì, senza fiatare, senza interagire. Salvo rare eccezioni, sanno stare attivamente in qualsiasi ambiente in cui abbiano spazio, tempo e attenzioni che gli permettano di esprimere loro stessi, quello che hanno dentro. Anche il timido Jacopo, quello che mi sembrava avesse sempre bisogno di una spinta per lanciarsi nel mondo, sa farsi spazio, sa entrare nelle dinamiche di relazione dell’oratorio come del gruppo di basket senza subirle, trasformandole secondo le sue necessità. E io mi permetto il lusso di non indicare compagni preferiti con cui metterli in squadra, li faccio passare da una settimana di ginnastica artistica intensiva a un’altra di estate ragazzi in un oratorio che frequentano solo per due settimane all’anno d’estate, al campo scout o alla festa dell’amico di turno.

Credo che loro, i tre piccoli mostri, abbiano una casa nel loro cuore, ordinata e curata. E’ il posto in cui tornano sempre e quello da cui partono, un posto in cui non ci sono sorprese: gli oggetti e gli affetti sono al loro posto e non se ne andranno se si comporteranno male, se non faranno una cosa, se sono stanchi. Saranno sempre lì ad aspettarli, a dargli energia quando credono di averla finita.

E’ una bella fortuna essere così corazzati dentro, da poter andare nel mondo senza corazze addosso: per esplorarlo, scoprirlo e incontrare altre persone di cui potersi fidare.