un’ora e trentadue minuti

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Nel weekend libero siamo andati al cinema, lusso che non provavamo da mesi e mesi. E tra tutti i film drammatici, abbiamo scelto quello più leggero, in cui un uomo muore, ma per un conto sbagliato può tornare in vita per un’ora e 32 minuti.

Se mio nonno tornasse qui per un’ora e 32 minuti andrei con lui a fare una passeggiata al boschetto, dove andava da solo in bici, dove raccoglieva le more e i fiori per nonna.

Se mia nonna tornasse qui per un’ora e 32 minuti mi siederei sulla panchina dei giardini con lei, ascolterei le solite storie che mi ha raccontato mille volte, le permetterei di pagarmi il gelato come se avessi ancora 8 anni.

Se Enzo tornasse per un’ora e 32 minuti starei tra gli ulivi con lui per imparare a potarli bene e poi mi farei insegnare a cambiare la camera d’aria di una bici.

Se Enrica tornasse per un’ora e 32 minuti starei seduta con lei nella sua cucina, a bere il tè insieme, mentre chiacchieriamo.

Se Gabri tornasse per un’ora e 32 minuti andrei con lei a prendere il caffè con la panna da Ghigo, le racconterei di Jacopo, Luci e Diego, le parlerei del mio lavoro nuovo, ascolterei i racconti dell’ultima cena preparata da suo marito.

Se tornassero per un’ora e 32 minuti cercherei di riempirmi di loro e di quotidianità, come un palloncino bucato continua a riempirsi d’aria, senza mai arrivare a scoppiare.

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non sarò mai sazia

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Ieri abbiamo spostato libri, buttato fiocchetti usati, pigne impolverate, carte che una volta avevan fatto parte di un mazzo tutto intero. Abbiamo sfogliato agende, riguardato fotografie sgualcite, letto diplomi, attestati e verbali di consigli d’istituto degli anni 80.

Abbiamo ritrovato bambole e biglietti di auguri, un compasso vecchio, occhiali rotondi, un tostapane con ancora la scatola e ho provato un cappotto bellissimo che metterò il prossimo inverno. Abbiamo svuotato bottiglie di liquori e grappa a metà e tenuto molti libri, senza ancora sapere dove finiranno.

Abbiamo iniziato a svuotare la casa dei miei nonni, togliendo da quei mobili tracce di vita e di passato. Abbiamo ritrovato cose che non ricordavamo più, che nonna aveva conservato, come la mia bomboniera della comunione o i biglietti dei confetti di parenti lontani. Abbiamo letto gli appunti di viaggio di nonno quando andava a Sanremo e i suoi scambi con il preside dell’Avogadro, quando era in consiglio di istituto come genitore.

Sono rientrata lì dentro dopo un mese e mezzo, quando ho salutato nonna per l’ultima volta, le ho messo il rossetto sulle labbra e dei fiori raccolti per strada tra le mani. Sono rientrata lì dentro e sono tornata indietro di 18 anni, quando con nonno avevamo dovuto trovare un modo nuovo di comunicare perché lui le parole non le sapeva più trovare.

Non è stato doloroso, è stato necessario, è stato un tempo solo mio, in cui ritrovare le parole di mio nonno fissate sulla carta, incredibilmente precise e “giuste” per uno che ha preso la licenza media quando era già in pensione. Ho ritrovato le gonne di nonna, appese al filo teso dentro l’armadio, i suoi cappotti e le sue camicette, le sue pentole di rame e i suoi piatti azzurri.

Ho nascosto una lettera, senza chiedere se potevo prenderla, senza sapere se ad altri interessasse averla. Perché ho bisogno di qualcosa di concreto, da tenere in mano, in cui nonno ci sia ancora, in cui la sua intelligenza e il suo acume riescano ancora ad illuminarmi. Prenderò una coperta la prossima volta che torno, perché l’abbraccio di nonna e la sua capacità di accogliere resti nella mia casa.

Non prenderò mai abbastanza da quella casa, non smetterò mai di pensare che nonno è andato via troppo in fretta e non l’abbiamo visto invecchiare, non mi passerà mai dalla mente la luce che illuminava gli occhi di nonna quando guardava i miei figli.

Non sarò mai sazia dei ricordi. Anche quando in quella casa vivrà qualcun’altro.

metti il rossetto ed esci

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Tutte le mattine passava a casa nostra, dopo che noi eravamo andati via, a scuola e a lavoro. E rifaceva i letti, passava la scopa per togliere la polvere delle giornate che scorrevano e le briciole della colazione. Non faceva grandi lavori, ma rendeva la casa pronta ad accoglierci di nuovo: ordinata e calda, curata e pronta per una nuova incursione.

Qualche mattina facevo colazione con lei, al tavolo del suo soggiorno, sulla stessa tovaglia marrone coi fiori ricamati che ancora copre il tavolo. Sedute in punta alla sedia, entrambe con la zuppetta di pane, latte e caffè, io nel bicchiere e lei nel pentolino. Io con le trecce e lei coi suoi orecchini, la gonna a pieghe, le calze tinta uovo. Io che piangevo dicendole che non volevo che lei morisse mai e lei che mi rassicurava che non sarebbe successo per tanto tempo (ma non mi diceva la bugia che non sarebbe mai morta). Poi uscivamo insieme, mi accompagnava a scuola e alle 16,30 tornava a prendermi, pronta per andare ai giardini. Una volta, quando in quinta elementare avevo strappato la concessione di tornare a casa da sola, lei mi aveva seguito a distanza, per assicurarsi che non mi capitasse niente. L’avevo beccata e mi ero infuriata.

Questa mattina sono passata da lei, per salutarla e perché lo sciacquone del gabinetto non funzionava più. Abbiamo chiacchierato, sedute in punta alla sedia, appoggiate alla tovaglia marrone con i fiori ricamati e qualche filo che inizia a rompersi. Lei con il suo pentolino con la zuppetta di pane, latte e caffè. Coi becchi d’oca e gli orecchini, la gonna a pieghe, il foulard tenuto chiuso da una spilla da balia, il grembiule in vita.

Mi ha detto la sua stanchezza, la sua fatica ad accettare di non riuscire più a fare le cose, di aver bisogno di una persona che l’aiuti a casa. Le parti erano invertite, ma c’era la stessa intimità, la stessa magia di 30 anni fa. Perché ho imparato da lei l’ordine e la cura, il rigore e la dolcezza, quella che si concede ai nipoti e poco ai figli, ai nonni e non ai genitori. Ho imparato che “quando sei un po’ triste, mettiti il rossetto ed esci” e così faccio ogni tanto. E così continua a fare lei, che si mette un po’ di rossetto prima di andare al parco.

Ogni volta che mia nonna mi dice che vorrebbe andarsene, le dico che tanto non si può scegliere, quindi è meglio che si faccia andar bene quello che arriva. Ma possiamo scegliere come stare qui: con pazienza, senza rabbia, con i ricordi che ci tengono compagnia e senza rimpianti. Come sta lei.