la luce della cucina accesa

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Domani a pranzo la casa di nonna non sarà più. Non sarà più sua e nostra insieme, e una nuova vita la animerà.

Se è vero che mi porto dentro tanto di lei e di nonno, è altrettanto vero che tanto sembra sia rimasto custodito tra quei muri. Tra i disegni del pavimento della cucina che prendevano vita quando con lei, Miki e io appoggiavamo il sedere al termosifone e giocavamo a vedere in quelle macchie astratte animali, volti, nuvole e storie.

Nelle fughe delle piastrelle del bagno, che diventavano per noi bambine un mare infestato dai coccodrilli e i tappeti erano zattere di salvataggio. Nel contenitore pieno di borotalco e batuffoli di cotone, l’odore di nonna da sempre, di pulizia e dignità.

Tra le pagine dei libri messi in doppia fila nella libreria, dove le dita di nonno, ingiallite dalla sigaretta, hanno lasciato l’impronta indelebile della sua voglia di sapere e di capire. Lui che aveva imparato a leggere in fabbrica.

Nelle grinze di colore dei quadri di cui era piena la casa. Quadri che nonno dipingeva a Lantaret, metodico più che creativo, disciplinato nella sua ricerca dei colori e delle forme. Sempre curioso e aperto a ogni forma di narrazione.

Domani a pranzo si chiuderà quella porta e non sentirò più il rumore del campanello di casa, non riconoscerò più il quinto piano dal segno sull’angolo in basso a destra della porta dell’ascensore. Mi mancherà quella casa e so che sempre, passando sulla strada, alzerò lo sguardo per vedere se vi vedo salutarmi dalla finestra o se la luce della cucina è accesa. Lasciatela accesa quella luce, così vi potrò ritrovare per sempre.

sono contenta che tu sia a casa

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Ci sono alcune ricorrenze “sacre” in famiglia, alcune tradizioni che se non rispetti senti proprio dentro qualcosa che ti manca.

Pasqua al mare, nella casa di famiglia, è una di queste. Perché si sta insieme, ma anche per la prima pizza dell’anno in corso nel forno a legna, per il pranzo nel cortile, cercando di approfittare del sole, io e i miei figli in maglietta e pantaloncini e la cugina con il pile e la sciarpa di lana. Pasqua è al mare perché inizi a vedere i fiori sugli ulivi e già pregusti quando verrai a raccoglierne i frutti (al ponte dei Santi, altra ricorrenza sacra in cui la casa del mare diventa per me il paradiso), perché vai a correre sulla pista ciclabile e quando scendi in spiaggia sai già che tu e i bambini finirete coi piedi a bagno.

E invece oggi, anziché essere seduta sul dondolo a leggere un libro di fronte alla pianta di fichi, anziché sentire i rumori di chi fa manutenzione al giardino di casa, anziché sfidare il figlio di turno a ping pong o a basket o a calcio balilla sono a casa. E per non rendere questa giornata totalmente inutile (o per arrabbiarsi ancor di più col destino che manda gli acciacchi familiari sempre in corrispondenza delle vacanze) mi ritrovo a riordinare armadi, fare il cambio di stagione, selezionare vestiti da regalare. I figli presenti, mi seguono a corrente alternata, il maschio ha finto di riordinare mezz’ora; la femmina è stata presa dal sacro fuoco della classificazione e si dedica con l’abnegazione totale di cui è capace alla libreria.

In questo quadro già poco idilliaco, faccio l’errore più grande. Lo commetto spesso, non sempre, ma ultimamente ci casco con una certa frequenza. Probabilmente guidata dai sensi di colpa per la mia distrazione cronica, telefono alla nonna, ultra 90enne.

– Sei a casa? –
– Si, partiamo domenica pomeriggio per il mare, così stiamo coi miei suoceri domani a pranzo che non possono venire per visite mediche varie –
– Ah. Quindi tu domani sei a casa? –
– Si, tu vai a pranzo da zio, vero? –
– Si. Beh, meno male. Sono contenta che tu sia a casa –

Le avrei risposto – Io mica tanto – ma poi ho pensato che non era il caso. Non è una vecchietta abbandonata a se stessa, senza nessuno vicino: ha una persona che vive con lei per farla stare più tranquilla, ha due figli che cercano di darsi il cambio per non lasciarla sola (e infatti domani, mentre i miei genitori sono in campagna coi nipoti, mio zio la inviterà a pranzo). Nonostante questo, nella terza età i freni inibitori e le remore di ciò che è giusto dire e non dire ci abbandonano. E non posso dire che quella che parlava, la voce che sentivo non era quella della mia vera nonna. No, era proprio lei. Contenta che io non sia partita perché lei è qui. E chissà perché gli altri sentono questo bisogno impellente di andare via.

la disabilità è negli occhi di chi guarda

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Ci sono cose con cui nasci e di cui non ti rendi consapevolmente conto. Fanno parte della tua normalità e non vedi la deviazione rispetto alla norma, la diversità.

I miei figli sono nati con un nonno cieco. Hanno imparato da subito che al nonno si risponde a voce e non a gesti, che andare a salutarlo vuol dire stare davanti a lui e dirgli “ciao nonno” in modo che lui si accorga che ci sono e li abbracci. Hanno imparato che i giochi non si lasciano nei passaggi in casa e ora che Jacopo è grande quando è in gita con i nonni lo accompagna in bagno all’autogrill.

La vacanza al mare mette sempre alla prova l’orientamento del nonno, che adesso inizia a invecchiare e a dimenticare dove sono le cose, dove passare nel cortile per entrare in casa, dov’è sempre la sdraio o l’ulivo. E cosi qualche giorno fa è caduto, sbucciandosi le gambe. 

Nulla di grave, ma Diego si è da solo preso il compito di assisterlo negli spostamenti. E così appena lo vede uscire dalla porta di casa corre verso di lui per prenderlo per mano e accompagnarlo verso il tavolo. Gli passa il bastone quando lui non lo trova. 

La disabilità è negli occhi di chi guarda. Perché se tutti avessimo gli occhiali che mette Diego nel guardare il nonno, vedremmo solo persone con bisogni diversi a cui rispondere, con naturalezza.

quello che non dovrei fare (ma che a volte faccio)

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So che non dovrei farlo per diversi motivi.

Il principale è che non servirà a molto, anzi, creerà dei danni probabilmente. Perché lascerà più nervosi entrambi, lontani e senza possibilità di chiarirsi, di recuperare con una carezza sul braccio, con una gentilezza inaspettata. Oppure di rimanere arrabbiati e nervosi, ma vicini.

Non servirà a niente perché qualsiasi posizione presa non sarà del tutto “giusta”, ma si nutrirà di giudizi precedenti (che non sono pre-giudizi, ma giudizi fondati su esperienze pregresse), si baserà su qualcosa che “è sempre stato così” e non potrà contemplare il cambiamento (auspicato, favorito, agognato).

Cerco di evitare di sgridare i miei figli al telefono, quando sono lontano e su qualcosa a cui non ho assistito anche solo come spettatrice involontaria. Non ho mai sopportato le frasi tipo “chiamo mamma così ti sgrida lei” o “vedrai quando arriva papà cosa ti dice” dette da nonni, zii, maestre, adulti che rimandano il momento della resa dei conti e lasciano il ruolo di sanzionatore al genitore di turno (e a casa mia quel ruolo spetta a me).

Però ieri ho sgridato al telefono mio figlio grande, polemico, lamentoso e incapace di guardare l’insieme ma di concentrarsi su un singolo episodio. E gli ho ricordato che quando arriverò io al mare (cioè oggi pomeriggio) andrà solo peggio, non meglio.

Io sono rimasta con un po’ di fastidio, che forse mi passerà solo stasera, quando lo vedrò e potrò abbracciarlo.

A lui, forse, è passata il secondo dopo aver messo giù il telefono. Ma questa mattina, quando ho telefonato alla nonna al mare, non ho chiesto. Preferisco non sapere, così non devo intervenire.

26 (buon anniversario)

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Non sono scaramantica, ma un po’ fissata con certe coincidenze sì. Sono convinta che nascondano significati particolari, invisibili ai più, ma che a un certo punto si svelano in tutta la loro potenza a me.

Non so il mistero nascosto nel numero 26 per la cabala, la smorfia napoletana o qualsiasi altra disciplina simile. Ma so cosa significa per me.

E la consapevolezza è cresciuta un po’ per volta, evento dopo evento, coincidenza dopo coincidenza.

Il 26 è il giorno dell’inizio di storie d’amore importanti nella nostra famiglia. Di matrimoni nati dopo dieci anni di fidanzamento o uno, di matrimoni del secolo scorso o del ventunesimo secolo.

I primi sono stati Bruna e Domenico, i miei nonni. Che sono andati in chiesa con il tram, perché non avevano un’auto. Che per oltre 50 anni si sono amati, sostenuti, rispettati, stimolati.

Poi ci sono stati mia sorella e mio cognato, che hanno “resistito” a 10 anni di fidanzamento, che sono cresciuti insieme, che hanno passato più tempo l’uno con l’altra nella loro vita che da soli.

E poi ci siamo noi, Flavio e io. Per cui sposarsi è stato così semplice, naturale, spontaneo. Come ogni decisione grande della nostra vita insieme, con quella naturalezza nel trovarsi sulla stessa strada che ogni volta mi lascia senza fiato e senza parole, con la paura che prima o poi questo incantesimo si possa rompere. Con la consapevolezza che è un dono prezioso, da alimentare ogni giorno.

Il 26 maggio i miei nonni si sposavano. Il 26 maggio di oltre 50 anni dopo mio nonno veniva investito in bici, mentre tornava a casa. In ospedale ci hanno consegnato un sacco con i suoi vestiti, le scarpe, i pantaloni tagliati dai medici. E un giornale, ben ripiegato come usava fare lui. Ero in bagno a casa di mia nonna quando l’abbiamo aperto: dentro c’erano dei fiori. Li aveva raccolti per lei, per il loro anniversario.

Buon anniversario Bruna e Domenico, sono convinta che voi siate ancora insieme e lo sarete per sempre.