ti aggiorno

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Ciao nonno,
oggi 16 anni fa correvo in ospedale per darti ancora un bacio. E tu mi accarezzavi la guancia, col dorso della mano, in quel modo ruvido e intimo che usavi tu con me. Io ho la certezza, e nessuno me la può togliere, che in quel momento eri completamente lucido e consapevole che mi stavi salutando. Che da quel momento non ci saremmo più toccati, ma solo parlati.

16 anni sono tanti e allora ti aggiorno un po’ su come è andato avanti il mio e il nostro mondo nel frattempo. Sono nati 8 bambini nella nostra famiglia e oggi avresti 8 tra nipoti e pronipoti nuovi: tutti loro ti conoscono, parlano di te come se ti avessero incontrato, perché non hai mai smesso di essere nelle nostre vite, nei nostri racconti. Diego viene a raccogliere fiori con me nei parchi per portarteli, Jacopo si rompe le unghie delle mani come facevi tu, Lucia ti ricorderebbe tanto me da piccola coi suoi musi lunghi.
Ci sono stati 2 matrimoni, quello di zio e Simona e il mio con Flavio. Mi sei mancato incredibilmente, ma l’idea che tu l’abbia conosciuto comunque, mio marito, mi conforta un po’. So che ti sarebbe piaciuto, so che mi vedi felice e sei felice per me.
La tua casa è sempre la stessa, con gli stessi mobili in cucina, una poltrona spostata dal salotto al soggiorno, la stessa tovaglia ricamata da nonna sul tavolo. Le tue foto sono ovunque, da solo, con nonna, di fianco a quella di Cino. La tua Bruna ha imparato ad andare ai giardini senza di te, a tenersi compagnia da sola, continuando a parlarti, ad accettare di invecchiare. Adesso è lì, rugosa come tu non hai avuto il tempo di diventare, sempre mite e forte, generosa nel suo affetto, solida e stabile come l’hai scelta tu, per quella sua capacità di essere la casa in cui potevi tornare.
La piccola Dori ha spalle sempre più grosse e resistenti, porta avanti con la tua stessa caparbietà la vita sua e di chi le gravita intorno, con l’abnegazione che le hai insegnato, con rigore e senza presentare mai il conto a nessuno. Credo che non cambierà mai e credo che proprio questo me la fa amare così tanto.
Adri ha sempre la barba, più corta di quando era un ragazzo coi jeans stropicciati e mille amiche che frequentavano casa vostra. Si occupa di lavoro anche lui, di persone, di relazioni. Non ha più i jeans stropicciati, ha la giacca e la cravatta e sono convinta che dentro di sé conduca trattative continue con te quando deve prendere una decisione.
Il mondo va storto e tante volte ho pensato che ti saresti arrabbiato moltissimo. Io a volte commento ad alta voce le notizie del tg, lanciando improperi contro il politico di turno e risento i tuoi improperi, rivedo la tua rabbia e delusione. Ci sono state nuove persone che hanno parlato di te, hanno usato le tue parole per lasciare ad altri, che non ti avevano conosciuto un messaggio: di speranza e ottimismo, di capacità di scegliere, di senso civico.
Credo di assomigliarti, in molte cose: nella rigidità, nel rigore, negli arrovellamenti interiori, nell’essere un po’ permalosa, nella sobrietà, nell’ironia e autoironia, nella capacità di lavorare e andare avanti a testa bassa. Credo che vorrei assomigliarti sempre di più. Credo che, come dice una canzone di Gino Paoli, se il mondo fosse più simile a te, ci starei meglio.

Ho ancora bisogno di te, ogni giorno. Ho il tuo colbacco, il tuo orologio e un pezzetto originale del tuo cinturino. Ho le tue mani nelle mie ancora, ho il segno della tua ultima carezza sulla mia guancia destra.

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buon compleanno

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Avevi occhi grigi sempre attenti ed espressivi, dita magre con le unghie mangiate, un corpo lungo e nodoso, un gomito sempre coperto dalle maniche di una camicia arrotolata portata d’estate e d’inverno.

Avevi serietà e rigore, disciplina e voglia di capire, avevi sempre un libro in mano, un giornale o la settimana enigmistica. Avevi in tasca gomme minuscole, mozziconi di matita, fazzoletti puliti. Avevi coraggio e pazienza, passione e volontà, capacità di guardare lontano e di fare un passo alla volta, senza rischiare troppo, cauto e piemontese, perché sabaudo non lo sei mai stato. Avevi ironia, voglia di scherzare, fedeltà agli amici e ai tuoi ideali. Avevi capacità di inclusione, voglia di spiegare e far capire, generosità nel dare il tuo tempo agli altri. Avevi la capacità di stare solo, guardavi le tue paure in faccia e le affrontavi. Avevi la dignità di non cambiare le tue posizioni e la flessibilità di far evolvere le tue idee. Avevi un forte senso della scelta, della vita che implica delle responsabilità e delle decisioni. Avevi bisogno di libertà perché avevi vissuto cosa voleva dire non essere libero, avevi la tua bicicletta che era sempre stato il tuo mezzo per andare nel mondo. Avevi la passione educativa, la voglia di confrontarti coi giovani, la curiosità di scoprire il loro mondo, avevi netta la consapevolezza che raccontare il passato fosse un compito della tua generazione.

Sei stato capace di volermi bene completamente, senza aspettative, senza freni, senza qualcosa che ci separasse mai. Mi hai insegnato ad andare in bici, a riconoscere un fungo buono da uno cattivo, a supatare l’albero dei ramasin, a curare le rose nell’orto, a scoprire un bosco in città. Mi hai insegnato a essere democratica, mi hai trasmesso la passione e la testardaggine, l’intolleranza verso l’ingiustizia, il rigore e la fatica di portare sulle spalle questi doni così poco moderni. Mi hai lasciato un orologio, anzi te l’ho preso, per ricordarmi di vivere ogni momento con la stessa intensità con cui l’hai vissuto tu, con la stessa sete di futuro, con la stessa speranza nell’uomo.

Oggi avresti festeggiato 100 anni e io festeggio. Perché continui a essere nella mia vita, continui a ispirare i miei pensieri, continui a grattarmi il pollice mentre mi stringi la mano.

Buon compleanno nonno, questo mondo avrebbe ancora così tanto bisogno di te.

Gallea Democratico

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Ci sono eventi che sembrano casuali, coincidenze non previste e invece nascondono il senso vero delle cose.

Ieri era il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana, giorno dello sciopero generale di cgil e uil. E a Torino, nell’ex carcere delle nuove, quello da cui durante la seconda guerra mondiale sono partiti tanti uomini e donne per i campi di concentramento nazisti, è andato in scena uno spettacolo teatrale, “Officine 0“, su un operaio comunista che negli anni della guerra, in fabbrica, ha fatto la resistenza, ha sabotato i macchinari per interrompere la produzione, ha diffuso idee di uguaglianza e di libertà, ha scioperato e difeso il diritto allo sciopero, ha costruito la nostra società. Era uno come ce ne sono stati tanti, sicuramente non il migliore  e sicuramente non ha mai pensato di esserlo. Era mio nonno.

Ieri sera, oltre a tanta emozione, tanto freddo, qualche lacrima e qualche sorriso, ho sentito risuonare parole e valori che sento dentro di me. Che ho ricevuto in eredità, come parte del mio patrimonio genetico trasmesso per via diretta, ma non solo. Perché ci sono stati tanti uomini e donne come quell’operaio comunista che hanno creduto che dovesse esserci un mondo senza sopraffazione, che il lavoro è una cosa bella, che da dignità e senso a una persona. Non è solo un dovere, solo qualcosa che deve trasformarsi nel profitto di uno solo. Che il nostro tempo deve essere speso per gli altri, la nostra intelligenza deve essere messa al servizio di qualcosa di più grande, di un bene comune che andrà oltre noi.

Si può passare il tempo a giocare al computer, si può fare sport, si può entrare in una sala scommesse e giocarsi lo stipendio nelle partite di calcio. Oppure si possono scoprire le storie che stanno nascoste dietro gli uomini e le donne. La casa di Gionni che ieri ci ha raccontato chi era questo operaio comunista ha fatto quello che avrebbe fatto lui: ha usato il suo tempo per gli altri, per promuovere idee di libertà, uguaglianza, democrazia. Ognuno lo fa col suo linguaggio, come quando nel ’44 c’era chi andava in montagna e chi restava in fabbrica a motivare con le parole gli altri operai a fare sciopero.

Un giorno, di tanti anni dopo, quell’operaio comunista doveva firmare un modulo per le pratiche dell’invalidità, dopo un incidente che lo aveva portato via, almeno in parte, da noi. Ha iniziato a scrivere il suo cognome, Gallea, ma poi anziché scrivere il suo nome, Domenico, ha continuato così “Democratico”. Aveva ragione, lui era “Gallea Democratico” e quello che sembrava un errore quel giorno, oggi diventa una rivelazione. Sembrerebbe una coincidenza, ma non lo è.

quando c’era Berlinguer

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Questa mattina al giornale radio sento la presentazione del film di Veltroni che esce oggi. E penso alla mia vita quando c’era Berlinguer.
Quando c’era Berlinguer c’era mio nonno e gli amici di Lantaret: Cino e Lena, prima di tutto, e poi altri che facevano parte di quel mondo comunità che condivideva tanto, dai valori alle partite a scopa, dai consigli comunali ai tornei di bocce, dalle sigarette alle lasagne fatte in casa per la Festa dell’Unità che io e mia sorella avevamo diritto ad assaggiare alle 10 del mattino, come controllori della qualità.
C’era un mondo, quello della mia infanzia, fatto di idee e impegno, di rigore e calore, di partecipazione e responsabilità. Di coerenza e dignità.
E quel passato, quei pomeriggi a sentir discutere nonno Nini e Cino, mentre mi dondolavo sull’amaca, che sembrava quasi che litigassero quando il tono si alzava troppo, mi hanno lasciato dentro tanto, un bisogno di giustizia ed equità che mi rende a volte “inadatta” al mondo.
Quando è morto Berlinguer ero a casa dei nonni. Il telefono in entrata ha suonato e mio nonno ha risposto. Quando ha messo giù la cornetta le lacrime gli scendevano sulle guance.