è un problema di asticella

Standard

Era da tempo che avevo la percezione di sbagliare qualcosa. Di essere in qualche modo inadeguata al mondo, inadatta. A volte eccessiva, a volte mancante. In una parola: sbagliata, non conforme.

Non conforme all’idea che la partecipazione può essere alternata: quando posso ci sono, quando non posso arrivederci e grazie. Invece io non riesco a tirarmi indietro e incastro date e appuntamenti per mantenere gli impegni che mi sono presa, per esserci davvero con il corpo e col pensiero nei ruoli che ho deciso di assumermi, che significhi tagliare le fette di panettone e distribuirle alla fine di un concerto della scuola elementare o scrivere la lettera al sindaco a nome dei genitori, che sia piantare alberi in un’area di recupero urbano o spostare macerie e immondizia nel parco stesso tutti i lunedì, quelli di sole e quelli di vento. E insegno la stessa cosa ai miei figli che si mettono l’uniforme scout in uno spogliatoio di atletica per passare dall’allenamento all’attività, che indossano la divisa del basket appena usciti dal sacco a pelo in uscita scout per andare al loro primo torneo, che fino alle 21,30 consultano il catalogo on line di Bricoman per le costruzioni da fare in sede scout, dopo i compiti e l’allenamento.

Non conforme alla convinzione che le regole siano degli ottimi paraventi per non affrontare la realtà e le criticità che ci si presentano, degli alibi alle nostre mancanze e fragilità. Perché la legalità è uno strumento, ma l’obiettivo a cui restare fedeli senza sconti è la giustizia. E allora se il nome ufficiale della scuola non restituisce l’identità completa di chi ci vive dentro, cerco un modo per rappresentare entrambe le identità e non mi nascondo dietro l’ufficialità (discutibile) di una locandina. Perché ci sono le regole ufficiali e poi c’è il sentire reale, quel disagio o piacere che si sente sotto pelle e che lavora dentro di noi nel sentirci parte o meno di una comunità. Ignorarlo, barricandosi dietro alla norma, è inutile e alla lunga dannoso.

 Non conforme all’idea che l’amore sia giustificare sempre ogni errore dei nostri figli, fare al posto loro, eliminare dal percorso ogni ostacolo. E invece l’amore (e l’educazione, che senza amore non c’è) è stare lì, esserci. Ragionare insieme, gioire dei talenti e lavorare sulle difficoltà, amare i successi come le cadute, incoraggiare e fornire uno specchio che restituisca un’immagine veritiera della realtà, non deformata. È studiare insieme epica anche quando si doveva uscire, perché quella è la sera in cui si può imparare veramente qualcosa (e non parlo di miti e di eroi), è ribadire che i voti non sono il centro della questione, ma sono importanti perché fanno capire a che punto si è della propria competenza, è ragionare sull’ultima partita persa, sul disagio in classe e spronare a trovare insieme agli altri una strada possibile, per assumersi le proprie responsabilità e vedere riconosciuti i propri diritti.

Sono non conforme perché la mia asticella è posta troppo in alto, sempre qualche centimetro più su dell’obiettivo da raggiungere. Devo sempre sollevare lo sguardo per vederla, devo sempre sforzarmi per raggiungerla. Non basta quello che so fare, devo sempre imparare qualcosa di nuovo per superarla. E spostarla poi ancora più in alto.

Annunci

quello che vale

Standard

Quelli che vale è fare del proprio meglio ogni volta che si fa qualcosa, da una torta a un compito in classe, dal proprio lavoro a una corsa nel parco al mattino, a una partita di basket, a una recita di fine anno.

Quello che vale è mettere a frutto, i propri talenti e le passioni, le situazioni che si vivono, le relazioni e i rapporti con le persone.

Quello che vale è mantenere il rispetto di se stessi, senza scendere a compromessi ma restando aperti e disponibili a cambiare idea.

Quello che vale è essere corretti e prendersi le proprie responsabilità, collaborare con gli altri per trovare le soluzioni, non cercare i colpevoli.

Quello che vale è giocare tutte le carte, non risparmiarsi e non risparmiare intelligenza, passione, cura.

Quello che vale è puntare in alto, andare più in su, anche controvento, camminare sulla strada perché è lì che passa la vita.

E poi il resto verrà: i risultati, le competenze, i progetti, gli errori, la crescita.

Il resto sta arrivando, la sfida è appena iniziata. Siamo pronti tutti e cinque.

correre con te

Standard

Come sempre, abbiamo iniziato un po’ in sordina. Senza prenderci troppo sul serio, senza dare per certo il risultato. Perché in fondo anche tu sei uno che va avanti a testa bassa, senza lasciarti andare a troppe celebrazioni.

Abbiamo iniziato condividendo la fatica di una strada in salita, ma anche l’ora passata in due in una vacanza affollata di famiglia e amici. Abbiamo chiacchierato di quello che vogliamo da noi stessi, di quale sfida ci stimola di più, di competizione e squadra.

Ti ho raccontato la mia stanchezza, ti ho parlato di quando la testa non va avanti, dei trucchi che ho usato per proseguire, per superare l’inerzia iniziale. Ho raccolto la tua delusione quando non sei stato all’altezza delle tue aspettative, ho promesso che quel momento di stallo sarebbe stato un segreto tra noi due per poi sentirtelo raccontare al nonno appena tornati a casa. Perché sapevi che avevi deluso solo te stesso, non gli altri.

Abbiamo trovato il tempo quando la quotidianità è ricominciata dirompente e scandita da tempi precisi. Abbiamo trovato per strada un altro compagno e avete imparato a stare insieme e a stare da soli, ad aspettarvi alla panchina quando uno si ferma prima.

Ti ho sgridato e spronato, ho cercato soluzioni per risolvere i tuoi acciacchi, ho riconosciuto la tua caparbietà e la tua testardaggine, ho parlato per farti distrarre, ho ascoltato i tuoi racconti. Ho sorriso di fronte alla tua stanchezza sul divano.

E tu hai corso. Ti sei fidato di me quando ti dicevo che potevi farcela, ti sei intestardito quando sei venuto a correre per dimostrarmi che volevi farlo davvero, ti sei perdonato quando ti è capitata la giornata sbagliata, ti sei emozionato quando sei stato capace di superare i tuoi limiti.

Ecco perché correre con te è più bello che correre da sola.

prima di belen

Standard

A settembre, per la prima volta nell’età adulta, mi sono iscritta a un corso in una palestra. L’ho scelta con attenzione per evitare tutti i posti troppo glamour o che aspirano a esserlo, perché ciò che mi spaventava di più non era lo sforzo fisico ma quello mentale di star dietro ai “discorsidapalestra”. E fino a ora, dopo oltre 4 mesi di lezioni, tutto è filato liscio. Ma l’inciampo era lì, dietro l’angolo di questo venerdì 13.

La chiacchiera è partita dal fisico di Raffaella Carrà, per arrivare a parlare degli allenamenti che fa Belen per mantenersi così (così bene, scontato dirlo). Con moti di invidia da parte di una delle mie compagne di fatica del venerdì a pranzo per la sua vita e il suo fisico.

Non sono solita invidiare le persone (ma ho tanti altri difetti, ad esempio essere molto vendicativa), ma se proprio dovessi invidiare qualcuno, una donna, credo che in cima alla mia lista non ci sarebbe Belen.

Prima invidierei Samantha Cristoforetti per la sua possibilità di vederci da lontano, per la nostalgia che sentirà di casa, per l’emozione di essere riuscita a realizzare il suo sogno.

Prima invidierei Rita Levi Montalcini per la sua pacatezza, la sua eleganza d’altri tempi, il suo viso che esprimeva serenità e determinazione.

Prima invidierei Isabelle Allende o Simonetta Agnello Hornby per la capacità di usare le parole e la lingua come un filo da ricamo, con cui tessere storie e vite diverse dalla propria.

Prima invidierei Carmen Consoli per la voce con cui a volte accarezza e a volte strattona l’anima di chi la sta ad ascoltare.

Prima invidierei Sara Simeoni e la sua capacità di volare oltre l’asticella, di lanciare il cuore, la testa, il corpo, la volontà oltre l’ostacolo.

Prima invidierei Peggy Guggenheim e la sua casa di Venezia, la sua testiera del letto disegnata da Calder, la sua vita a contatto con tanta cultura, talento, genio e sregolatezza.

Prima invidierei Giovanna Botteri, i suoi capelli disordinati ad ogni collegamento al tg e il modo in cui non se ne cura, perché è una giornalista, non una velina.

No, ancora non sono arrivata al punto di invidiare Belen. Sarà una questione di aspettative.

ps. la foto è il terrazzo della casa di Peggy affacciato sul Canal Grande, visto attraverso uno stabile di Calder. Continuo a invidiarla, non smetterò mai.

qual è il mio obiettivo

Standard

Oggi, in una giornata da venerdì 17, col malumore ingiustificato che senti in ogni piega del tuo corpo, sotto le unghie e sulla pelle, una persona mi ha chiesto “qual è il vostro obiettivo?”. Parlava di Lucia e dei suoi notevoli impegni sportivi e la domanda era rivolta alle aspettative che abbiamo su di lei. Ma mi è risuonata dentro, forse perché dovrei rivolgerla a me stessa.
Allora provo, pensando a tutti i lati del poligono che sono, a dirmi che il mio obiettivo è:
– fare un lavoro che mi stimola e mi piace, possibilmente ricevendo un ritorno, anche in termini economici
– essere ottimista e vitale, positiva e progettuale
– sentirmi veramente “free”, di leggere un libro alle 10 del mattino come di andare a una conferenza nel tardo pomeriggio, anziché essere in ufficio a una scrivania o ad accompagnare i miei figli ai vari impegni post scuola
– godere del tempo coi ragazzi, allentare il guinzaglio che ci tiene sempre a portata di mano, ma che a volte ci stringe il collo e ci toglie il fiato
– trovare un equilibrio tra ciò che vorrei e ciò che ho, capendo quali sono i passi che mi porteranno da un punto all’altro
– smetterla di “tenere”, di tener duro, di tenere insieme i pezzi
– remare con qualcuno, non da sola, sentirmi in una squadra
– sorridere dentro (e a volte piangere fuori)
– smetterla di guardarmi l’ombelico e alzare gli occhi, per vedere qualcosa sicuramente più interessante.