tracce della vita passata

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Le case sono contenitori che si riempiono di vite, fatte di movimenti e voci. Le vite producono tracce concrete, in forma di oggetti più o meno grandi, più o meno duraturi. Quando le vite che le hanno abitate lasciano quelle case, per sempre o per qualche mese, le mura trattengono qualcosa, dei ricordi in un piatto, delle idee in un quadro, dei percorsi in un cappello, delle relazioni in un gioco di società.

Una vacanza in montagna, con i ragazzi, diventa un viaggio nel passato: quando recuperi la vecchia calzamaglia per sciare e il cappello di pile col ponpon. Quando si apre il dibattito sui quadri del nonno, se siano arte o qualcos’altro. Quando giochi a Trivial preso da casa dello zio e le domande di attualità sono talmente vecchie che la maggior parte dei giocatori non era ancora nata. Quando giri la polenta col cucchiaio di legno su cui c’è scritto “Bruna” e non ricordi se l’ha inciso tuo nonno o il suo amico Cino. E pensi che quel cucchiaio era in un’altra casa, che aveva chissà quanti pezzi della tua storia e adesso è solo più nella tua memoria. 

Ho la tendenza a buttare tutto, ma qui ci sono cose che vorrei portarmi dietro, di casa in casa.

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opera prima

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Ci sono personaggi che si muovono sulle strade e aspettano di essere conosciuti e indagati. Ci sono luoghi che risuonano e producono dei rumori diversi e cercano un orecchio che li sappia armonizzare, che ne sappia riconoscere la musica, il ritmo, il timbro. Ci sono oggetti che sembrano lasciati per caso, dimenticati o persi, che ammiccano ai passanti, per trovare chi li riporterà in superficie, chi li tirerà fuori dallo sfondo in cui sono inglobati per diventare di nuovo utili a qualcosa. A parlare di una vita, un percorso, degli errori e dei successi, degli eventi. Un’esperienza che una volta raccontata diventa condivisa e condivisibile. Perché potrebbe capitare anche a un altro, perché si ritrova in quella storia parte di se stessi, che siamo o non vorremmo essere. Ritroviamo la nostra nobiltà e le nostre bassezze, quelle che non riusciamo a raccontare, quelle che non osiamo far emergere. Ritroviamo le nostre paure inconfessate, che ci spaventano la notte.

Ogni tanto faccio questi incontri: nel ragazzo davanti al supermercato che chiede l’elemosina e mi dice sempre “saluta mamma” perché mi vede passare spesso con lei, nel vecchietto che studia i passi di un ballo che non conosce e li prova da solo, muovendosi come se stesse a qualche centimetro da terra. Nel parco cittadino che sembra un bosco, lontano da tutto e da tutti, nella strada che costeggia la fabbrica, nella piazza del mercato abbandonata dai banchi e con gli avanzi di verdura per terra. Nella scarpa impolverata sul marciapiede mentre accompagno i ragazzi a scuola, caduta da un sacchetto o persa da una Cenerentola più moderna e forse meno fortunata di quella della favola, nei vestiti aggrovigliati su una panchina, nel divano rotto lasciato nel cortile del mio palazzo. E quando incontro questi segnali vorrei avere il coraggio di immergermi in loro, di farmi trascinare in un’altra dimensione in cui conoscere qualcosa che posso solo intuire, sentire le voci, i rumori e gli odori di un mondo che mi si potrebbe aprire di fronte. Per poi uscirne di nuovo e tornare alla mia dimensione e raccontare ad altri la storia che quei personaggi, quei luoghi, quegli oggetti hanno dentro di loro.

Ci vuole coraggio per fare questo percorso e qualcuno a volte ce l’ha (come chi ha girato Mirafiori Lunapark, opera prima che ieri ho visto al cinema e che parla di personaggi che ho incontrato nella mia infanzia, di luoghi in cui passo spesso, di oggetti che ho visto girare per casa). Io non so se ce l’ho, perché la paura di deludere le mie aspettative mi immobilizza. Ma quella voce dentro, che mi dice che ci sono storie che aspettano di essere raccontate, non riesco a metterla a tacere.

di cabine del telefono e altri reperti storici

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– Mamma, ma tu ti ricordi quando si usavano le cabine del telefono? –

Mio figlio Jacopo guarda questi reperti archeologici urbani come se fossero scheletri di dinosauri esposti in un museo a cielo aperto e si stupisce che una volta per telefonare a qualcuno mentre eravamo fuori casa, entrassimo in queste scatole magiche e infilassimo una schedina in una fessura (non ho osato raccontargli dei tempi delle monete e prima ancora dei gettoni, perché rischiavo davvero di passare per la nonna degli antenati con l’osso di brontosauro tra i capelli).

Ci sono oggetti che nell’arco di pochi anni, neanche una vita intera, sono completamenti caduti in disuso, scomparsi dalla memoria delle nuove generazioni, diventati del tutto improbabili e inimmaginabili.

Le cabine del telefono, con le loro schede con cui chi sapeva suonare la chitarra costruiva plettri di recupero una volta consumate. Io le usavo a scuola a 16 anni, per telefonare nell’intervallo al fidanzato che aveva tagliato, o in vacanza, quando facevo la coda in campeggio per chiamare ad un’ora stabilita, quella in cui prometteva che l’avrei trovato a casa.

I telefoni a disco, quelli dove infilavi il dito nel numero giusto e giravi, sentendo il rumore del ritorno del disco al suo posto, di quel colore indefinito marroncinobeigeverdemilitaregrigio. A casa dei miei genitori per un po’ abbiamo avuto il duplex e quando tiravi su il telefono a volte trovavi occupato, perché l’altra famiglia con cui condividevi la linea stava usando il telefono. Adesso capita di avere due telefoni che squillano contemporaneamente per la stessa persona e nel frattempo sentire il suono di un sms, una mail e un messaggio di whatsapp. Tutto insieme.

Le macchine fotografiche col rullino che ti costringevano a scegliere bene inquadratura, soggetto, momento dello scatto. Perché le possibilità erano definite e limitate, perché non potevi controllare la foto e se non era venuta bene rifarla, perché poi sviluppare le fotografie aveva un costo. Però ti lasciavano almeno due cose: il portarullino in cui avresti custodito pietre e conchiglie raccolte al mare, monete e altri tesori piccoli e per questo di inestimabile valore; seconda cosa, ma più importante, l’emozione di quando tornata dalla vacanza andavi a riprendere le stampe dal fotografo e ti passavi tra le mani quella carta lucida e un po’ piegata, che aveva i colori e il calore dell’estate appena trascorsa.

Le lettere spedite per posta, con l’indirizzo e il francobollo. Quelle che ti mandava la tua amica mentre era in erasmus in Spagna o l’amico a militare in Sicilia (marinaio su una nave mai salpata dal porto di Augusta). Erano scritte a mano, con le cancellature fatte a penna, quando cambiavi idea, con le tracce dei refusi e delle incertezze. Arrivavano quando ormai gli eventi erano passati da un pezzo e potevi riflettere sul loro significato, su quello che provavi più che su ciò che succedeva. Adesso addirittura le mail sono antiche, sostituite da più sintetici, criptici, insulsi messaggi o post. Come se un viaggio, un sentimento, una condivisione potessero stare in pochi caratteri, sintetizzati da una faccina standardizzata, che vorrebbe dire tanto, ma non dice niente.

Una canzone di Fabi Silvestri Gazzé si intitola “Il Dio delle piccole cose”: ecco, io credo che esista anche un dio delle cose dimenticate, di quelle che non si usano più, ma ci tengono legati al nostro passato, come punti fermi su una cartina, bussole che ci hanno guidati nello scegliere la strada da percorrere.