dimmi come giochi (e ti dirò se sei una mamma)

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Natale vuol dire giochi da tavolo, sfide familiari in cui bisogna darsi un limite temporale per finire la partita, alleanze tra fratelli e strategie a volte fallimentari.

Tradizionalmente chi perdeva era Lucia, troppo creativa e mutevole nel suo giocare per puntare alla vittoria. Nella partita a TorinoXXL (un gioco tipo Monopoli ambientato a Torino) questo pomeriggio invece le cose sono andate diversamente e l’accoppiata dei figli maschi è naufragata nei debiti, a causa della sfortuna e delle politiche espansionistiche azzardate del grande, accolte con fiducia cieca dal piccolo.

E di fronte alla disfatta dei figli, ci sono due possibili reazioni, quella della mamma e quella del papà. Io festeggiavo segretamente ogni volta che passavo sopra una loro proprietà perché i miei 20 sold cercavano di risanare un po’ il loro buco di bilancio. Flavio sottolineava ogni passaggio dei figli sulle sue strade con un celebrativo “tintintin”, suono delle monetine che andavano ad aumentare il suo gruzzolo. Io mi rattristavo e lui andava avanti imperterrito nella partita, dimenticando che il sangue del suo sangue stava subendo una débâcle clamorosa.

Io avrei barato per farli “non perdere” (perché chi stava vincendo era l’altra figlia), Flavio seguiva scrupolosamente il libretto di istruzioni, forse in caso di irregolarità avrebbe fatto ricorso al tar.

A Natale siamo tutti più buoni: voglio pensare che sia per usare il valore educativo della sconfitta. Speruma bin.

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guerrieri

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Questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato mio padre e mio suocero, che compravano frutti di bosco per festeggiare i loro compleanni e invitavano tutta la famiglia. Era una festa allegra, confusionaria, chiassosa.

Mi sono svegliata col sorriso, serena e in pace, come in questi giorni non capita spesso. Mi sono svegliata consapevole della fortuna che ho ad avere vicino questi due uomini coraggiosi e battaglieri, due guerrieri. Così simili, tanto che posso litigare con entrambi quasi contemporaneamente. Così vicini l’uno all’altro, in un’affinità che hanno scoperto man mano, trovandosi di fianco per dovere familiare e scegliendosi come compagni di strada. Nella buona sorte, nelle feste di compleanno e nelle gite. Nella cattiva sorte, nelle fatiche della loro età che aumenta, dei loro corpi che non seguono la velocità dei loro progetti, delle prove che hanno affrontato in questo anno e che continueranno ad affrontare. Così simili che mi viene naturale chiedere a uno di aiutare l’altro, fratelli per elezione, con una delle loro telefonate che durano ore in cui forse non conta cosa si dicono, ma il tempo che si dedicano.

Non so dirgli a voce il bene che gli voglio, non so esprimere la riconoscenza che ho per quello che stanno insegnando a me e ai miei ragazzi. Le mie emozioni mi imbarazzano sempre, mi mettono a disagio e loro lo sanno. Ma forse questa notte gliel’ho dette queste cose, forse loro stavano facendo lo stesso mio sogno e ci siamo incontrati, mangiando frutti di bosco.

mio papà

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Mio papà aveva una macchina che a me da piccola sembrava enorme, gialla come una banana, come i taxi e infatti giocavamo a fare “taxi giallo senza ritorno” con mia sorella e le mie amiche al mare.

Mio papà ci portava in piscina il sabato mattina mentre mamma era a scuola; quando finivamo nuoto andavamo a prendere mamma e mangiavamo le ciambelle con lo zucchero che vendeva nello stanzino la bidella.

Mio papà aveva un bloc notes sul comodino per prendere appunti quando si svegliava di notte e aveva avuto un’idea o aveva pensato a qualcosa da fare.

Mio papà ci faceva le foto in vacanza e ci metteva un’eternità, facendoci mettere in posa proprio come voleva lui. Non so se poi fosse soddisfatto delle foto, noi di sicuro eravamo insofferenti.

Mio papà dopo pranzo sapeva dormire ovunque, anche su una panchina. E spesso si metteva in faccia un fazzoletto, una maglietta, qualsiasi cosa che lo riparasse dalla luce. Dopo 30 anni la mia amica mi ha raccontato che si chiedeva se lì sotto respirasse.

Mio papà lavorava in un posto in cui facevano delle fiere e delle mostre bellissime. Noi andavamo a vederle tutte, da expo vacanze a quelle delle macchine per tagliare i blocchi di marmo. Raccoglievamo depliant e volantini di ogni genere e poi mangiavamo il toast, fast food degli anni ottanta, nel suo ufficio.

Mio papà quando è morta sua mamma mi ha portato alla camera ardente e mi ha detto “la nonna sta dormendo, salutala”. Quando è morto suo suocero e siamo corsi in ospedale mi ha detto “non era solo mio suocero, era mio amico”.

Mio papà mi ha insegnato che le battaglie si vincono con cocciutaggine e disciplina, anche se a volte anche lui ha bisogno di un aiuto per tirarsi su.

Io e mio papà siamo diversi e non sempre lo capisco. Ma quando sono riuscita ad accettarlo per com’è ho scoperto che il bene che gli voglio va al di là delle differenze.

Auguri papà, continua a camminare con me.

tornare è un’abitudine

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Le abitudini ci restano dentro, anche dopo mesi di assenza, anche dopo pause in cui il tempo resta sospeso e in balia di altri e di altro. E le abitudini sono rassicuranti, forme che riconosciamo e ci fanno vivere con naturalezza, in maniera quasi inconscia le situazioni.

L’abitudine di vedere la nonna bis al fondo del tavolo il sabato a pranzo, chiusa nella sua bolla da cui osserva il resto del mondo intorno, cogliendo frammenti di discorsi, seguendo i pensieri suoi senza che le 12 persone intorno la possano far deviare.

L’abitudine di trovare nel piatto, tra le bucce dei mandarini e delle arance, la plastica che teneva la pastiglia da prendere a pranzo.

L’abitudine delle chiacchiere rumorose dei ragazzi, che si parlano addosso, che chiedono quando si possono alzare, che tornano a tavola per le fragole e i pasticcini.

L’abitudine di un caffè bevuto a metà, condiviso tra mamma e papà, la tazzina con ancora due dita sul fondo.

Oggi le abitudini sono tornate, ancora solamente per due giorni, ma sono una promessa: che la normalità tornerà, che c’è ancora spazio per le passeggiate e i pranzi, per le chiacchiere e la vita insieme. E sapremo aspettare, ancora un po’, per poi tornare a far scorrere il tempo come sempre.

Oggi le abitudini erano più dolci, non davano fastidio, non erano gesti consumati. Ma spontanei, di chi si sente a casa. Di chi è tornato a casa. Bentornato, papà.