i luoghi del cuore

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Ci sono dei posti che parlano solo a qualcuno. Non a tutti quelli che passano distratti, non a chi li frequenta per forza, non a chi se li è trovati per caso e non li ha fatti entrare nella propria vita. Ci sono dei posti in cui ti basta passare in macchina, per caso, una mattina di luglio e senti l’odore di casa, il calore di chiacchiere con amici, i rumori delle emozioni che lì hai provato.

Nichelino, periferia sud di Torino. Già il nome dovrebbe mettere in allerta: una delle ipotesi della sua origine è che derivi da “nihili locus”, cioè terra del nulla, perché lì dove adesso c’è una cittadina, in passato ci sono stati terreni paludosi tra i due fiumi, il Po e il Sangone. Leggo da wikipedia che questa origine sembra poco probabile, ma chiunque abbia attraversato il ponte sul Sangone che porta a Nichelino in un giorno di inverno sa bene che la nebbia, condizione atmosferica che più di tutti richiama il concetto di “nulla”, è cittadina onoraria del comune e ci sono giornate in cui non si alza mai (mentre a un km di distanza c’è il sole e il cielo azzurro). È un luogo da nulla, senza grandi pretese, con un’architettura piuttosto anonima, senza slanci culturali brillanti, senza un tessuto sociale particolarmente ricco e attivo.

Ma è casa mia. È il posto dove mio nonno è nato e viveva, dove c’era la casa in cui dava i calci contro il muro per farsi comprare il gelato da sua mamma finché non gli si rompevano le scarpe. È il posto in cui ha fatto il consigliere comunale e ha messo su la casa del popolo insieme a Cino e ad altri amici comunisti, quelli che sento ancora parlare dentro di me. È il posto in cui lui e nonna hanno messo su casa, dove è nata mia mamma. È il posto in cui ha insegnato mia mamma per tanto tempo, in quelle scuole che conoscevo meglio della mia, con quelle colleghe e quei colleghi che mi hanno visto con le trecce, di cui ho conosciuto vicissitudini, gioie e drammi. È il posto in cui viveva la mia amica Stefania con i suoi genitori, nella casa con l’androne grande e la porta che sbatte se non l’accompagni, i pulsanti dell’ascensore che sembrano le caramelle di liquirizia. È il posto in cui è tornata Enrica prima di morire, dove l’ho vista uscire da un’ambulanza, dove l’ho salutata per l’ultima volta. È il posto in cui c’è un parco che si chiama “Boschetto” perché è proprio così: un boschetto con sentieri fitti di vegetazione, griglie per i barbecue domenicali dei rumeni che vivono lì, gazze che volano e sole che filtra tra le foglie degli alberi. È il posto in cui c’è il cimitero con la maggior densità dei miei affetti, dove vado appena sono in ferie, come per inaugurare ogni volta un periodo in cui posso pensare un po’ più a me e a quello a cui tengo e meno ai doveri.

È assurdo sentirsi a casa in un luogo del nulla o iniziare le vacanze andando da sola in un cimitero. O forse no: è in quel nulla che tanti pensieri, passioni, amore e impegno hanno trovato lo spazio adatto per mettere radici, è in quel cimitero che ricomincio a parlare con me stessa, accarezzando il marmo, raccogliendo fiori per terra, parlando ad alta voce e baciando quelle foto. È in quel luogo del cuore che mi sento veramente me stessa, in contatto con tutto quello che sono, col passato e col futuro, con sulle spalle il carico delle mie eredità e negli occhi il Monviso o il Sangone, che continueranno a essere lì anche dopo di me, per chi saprà vivere quel posto e non solo passarci attraverso.

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vecchio e nuovo sotto l’albero

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Oggi 8 dicembre a casa nostra si fa l’albero di Natale o meglio, si fa l’albero e si mettono pezzi sparsi in giro che facciano capire che siamo pronti per Natale.

Ci sono teorie diverse, approcci all’addobbo che nei passati 14 anni (perché son già 14 gli anni che Flavio e io condividiamo gli addobbi natalizi) hanno imparato a convivere e a trovare strade nuove (anche se a me i festoni sull’albero continuano a non piacere). Ci sono i grandi classici e le new entry e fare l’albero di Natale diventa un viaggio nelle nostre vite.

C’è la pallina di nonna Bruna, una scatolina vecchia impacchettata con una carta rosa e un nastrino argentato. C’è l’angioletto di pannolenci dell’albero di casa mia, quando ero piccola, e il funghetto rosso e dorato.

Ci sono gli addobbi finlandesi e russi del viaggio di nozze, quelli che in fondo mio marito ha comprato un po’ contro voglia, ma non puoi andare a inizio novembre a Helsinki e non comprare la stella da mettere come punta.

C’è una sacra famiglia intagliata in un disco di legno comprata a Parigi, nell’ultimo viaggio prima di avere dei figli. L’ultima volta che siamo stati a Parigi, una vita fa, troppo tempo fa. Bisogna rimediare.

Ci sono i biglietti di auguri di oltre 20 anni di scuola di Jacopo, Lucia e Diego, le loro palline con le foto che hanno decorato per anni l’albero del nido Mafalda, l’albero più bello che abbia mai visto, coi sorrisi di tutti i bambini, le educatrici e gli operatori.

E poi ci sono le novità.

Per il primo anno Flavio ha un aiutante per fare il presepe, Diego. Il resto della famiglia l’ha sempre ignorato, al massimo ha aggiunto un gormito della terra man mano che passavano i giorni.

Per il primo anno Jacopo non ha fatto l’albero con noi, perché è stato invitato a giocare a D&D da un amico. Ha avuto un secondo di esitazione se accettare o meno l’invito e ha resistito ai sensi di colpa che suo fratello piccolo cercava di fargli venire.

Natale può arrivare, noi siamo pronti (o quasi).

 

di cabine del telefono e altri reperti storici

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– Mamma, ma tu ti ricordi quando si usavano le cabine del telefono? –

Mio figlio Jacopo guarda questi reperti archeologici urbani come se fossero scheletri di dinosauri esposti in un museo a cielo aperto e si stupisce che una volta per telefonare a qualcuno mentre eravamo fuori casa, entrassimo in queste scatole magiche e infilassimo una schedina in una fessura (non ho osato raccontargli dei tempi delle monete e prima ancora dei gettoni, perché rischiavo davvero di passare per la nonna degli antenati con l’osso di brontosauro tra i capelli).

Ci sono oggetti che nell’arco di pochi anni, neanche una vita intera, sono completamenti caduti in disuso, scomparsi dalla memoria delle nuove generazioni, diventati del tutto improbabili e inimmaginabili.

Le cabine del telefono, con le loro schede con cui chi sapeva suonare la chitarra costruiva plettri di recupero una volta consumate. Io le usavo a scuola a 16 anni, per telefonare nell’intervallo al fidanzato che aveva tagliato, o in vacanza, quando facevo la coda in campeggio per chiamare ad un’ora stabilita, quella in cui prometteva che l’avrei trovato a casa.

I telefoni a disco, quelli dove infilavi il dito nel numero giusto e giravi, sentendo il rumore del ritorno del disco al suo posto, di quel colore indefinito marroncinobeigeverdemilitaregrigio. A casa dei miei genitori per un po’ abbiamo avuto il duplex e quando tiravi su il telefono a volte trovavi occupato, perché l’altra famiglia con cui condividevi la linea stava usando il telefono. Adesso capita di avere due telefoni che squillano contemporaneamente per la stessa persona e nel frattempo sentire il suono di un sms, una mail e un messaggio di whatsapp. Tutto insieme.

Le macchine fotografiche col rullino che ti costringevano a scegliere bene inquadratura, soggetto, momento dello scatto. Perché le possibilità erano definite e limitate, perché non potevi controllare la foto e se non era venuta bene rifarla, perché poi sviluppare le fotografie aveva un costo. Però ti lasciavano almeno due cose: il portarullino in cui avresti custodito pietre e conchiglie raccolte al mare, monete e altri tesori piccoli e per questo di inestimabile valore; seconda cosa, ma più importante, l’emozione di quando tornata dalla vacanza andavi a riprendere le stampe dal fotografo e ti passavi tra le mani quella carta lucida e un po’ piegata, che aveva i colori e il calore dell’estate appena trascorsa.

Le lettere spedite per posta, con l’indirizzo e il francobollo. Quelle che ti mandava la tua amica mentre era in erasmus in Spagna o l’amico a militare in Sicilia (marinaio su una nave mai salpata dal porto di Augusta). Erano scritte a mano, con le cancellature fatte a penna, quando cambiavi idea, con le tracce dei refusi e delle incertezze. Arrivavano quando ormai gli eventi erano passati da un pezzo e potevi riflettere sul loro significato, su quello che provavi più che su ciò che succedeva. Adesso addirittura le mail sono antiche, sostituite da più sintetici, criptici, insulsi messaggi o post. Come se un viaggio, un sentimento, una condivisione potessero stare in pochi caratteri, sintetizzati da una faccina standardizzata, che vorrebbe dire tanto, ma non dice niente.

Una canzone di Fabi Silvestri Gazzé si intitola “Il Dio delle piccole cose”: ecco, io credo che esista anche un dio delle cose dimenticate, di quelle che non si usano più, ma ci tengono legati al nostro passato, come punti fermi su una cartina, bussole che ci hanno guidati nello scegliere la strada da percorrere.

la musica è cambiata

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Casa dei nonni, anni 80. Io e mia sorella mettevamo sul giradischi i 45 giri di mamma: principalmente Beatles, Gianni Morandi e poi Rita Pavone, “Il ballo del mattone”, che ci trascinava in danze sfrenate sulle piastrelle di marmo del salotto.

Era il 1984. Avevo l’età di mia figlia Lucia, mese più mese meno. Abitavamo ancora nella casa vecchia (incredibile come la seconda casa in cui ho vissuto con i miei genitori, dopo oltre 30 anni, rimanga ancora “la casa nuova”, in rapporto a quella precedente), quella in cui la camera mia e di mia sorella era il salotto e avevamo diritto ciascuna all’interno di un’anta del mobile del soggiorno per attaccare figurine, disegni e tracce della nostra presenza in casa.

Siamo entrati nel negozio di musica del quartiere e abbiamo comprato la nostra prima musicassetta: “Born in the Usa”, Bruce Springsteen, in onore di mamma a cui piaceva tanto. Avevamo un mangianastri, non solo il giradischi. Ho ancora quella cassetta a casa (la mia e di Flavio, quella nuova, perché è la seconda della nostra famiglia), insieme con un’altra di Francesco Guccini, registrata da quello che sarebbe diventato mio cognato.

Quattro anni dopo, 1988, la tecnologia casalinga ha avuto una nuova evoluzione: avevamo uno stereo serio, con casse separate, mobiletto col vetro davanti e lettore cd. Consueta gita al negozio di dischi e trofeo: “Quasi come Dumas” di Francesco Guccini, che ormai era diventato l’accompagnatore canoro della mia adolescenza.

Poi c’è stato un ritorno alle origini, il tempo dei 33 giri di zio (recuperati sempre a casa dei nonni): Alan Parson Project, David Bowie, Inti-Illimani. Mettevi il disco e con perizia da cardiochirurgo posizionavi la puntina proprio all’inizio della traccia.

Oggi ho preso uno scatolone dal garage e ho deciso di fare spazio nella libreria: ho messo dentro tutti (o quasi) i cd che Flavio e io abbiamo portato a casa nostra dalle case dei nostri genitori o che ci siamo comprati e regalati in questi 13 anni di matrimonio. Ho ritrovato compilation create e regalate da amici e parenti e quelle fatte da noi per il nostro matrimonio.

Oggi, basta uno smartphone e una connessione, al massimo una chiavetta usb, per aver tutta la musica che voglio (e anche molta altra in più).

I tempi sono cambiati, cambiamo musica.