dobbiamo ricordarci 

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Nella confusione, nelle situazioni di stress, nei momenti di grande fatica e di grande impegno si vede veramente cosa si è e cosa si vuole provare a essere.  Si vede la propensione al dramma di alcuni che sbuffando salvano il mondo o ci provano, restando immancabilmente sopraffatti dagli eventi (quelli che un altro gestirà). Si vede la tendenza alla ricerca di un colpevole di quelli che sgusciano abilmente tra gli errori, mettendo tutto il proprio talento nello sfuggire ogni responsabilità e mollarla come una patata bollente ad altri. 

Si vede anche chi si tira su le maniche e dopo aver fatto quello che doveva fare si guarda intorno per aiutare. Si vede chi sa che in certe fasi ciò che conta non è l’efficienza ma l’efficacia e osserva i problemi per cercare le soluzioni. Si vede chi cerca di continuare a sorridere e a trattare gli altri con gentilezza, perché mica possiamo dimenticarci che non stiamo salvando vite umane.

Dobbiamo ricordarci che arriverà il giorno X e che il giorno dopo sarà  finito. Dobbiamo ricordarci che stiamo costruendo qualcosa di grande, che in molti apprezzeranno. Dobbiamo ricordarci che quello che resterà a chi ci incontrerà sarà la nostra competenza, ma anche la disponibilità a trovare strade possibili e a ottenere il risultato atteso. Dobbiamo ricordarci che nessuno si salva da solo e i successi di squadra sono quelli che si ricordano sempre con maggior emozione.

Tra tre giorni si va in scena, sono pronta a ricordarmi quello che sono. 

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passione educativa

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Loro sono istintivi e impulsivi. Hanno la mente sveglia e la lingua pronta, ancora più rapida dei loro pensieri a volte. Devono rispondere a delle urgenze interne che li spingono a prendere posizione su ogni cosa sulla base dei movimenti della loro pancia, dei sussulti del loro cuore, dei ronzii che circolano intorno alle loro orecchie.

Noi dovremmo essere capaci di apprezzare la loro voglia di partecipare al mondo, di esprimere un parere, di entrare nelle questioni mettendoci la faccia e la voce. Ma anche di fornire strumenti per mettere in relazione la pancia e il cervello, il cuore e la razionalità, le orecchie e la propria coscienza.

Loro sono estremi: tutto si pone ai margini di una scala di misurazione, nei territori del bianco abbagliante o del nero più cupo. Non ci sono vie di mezzo, non ci sono considerazioni su situazioni e frangenti diversi.

Noi dovremmo imparare dalla loro incapacità di prendere in considerazione il compromesso come possibilità, così forse smetterebbe di essere una prassi consolidata nelle nostre prese di posizione quotidiane. Ma anche aiutarli a togliere il paraocchi che gli fa  vedere solo una parte della questione e allenarli a indagare il tutto, considerando il contesto, provando a immedesimarsi nella situazione, esplorando la gamma infinita dei colori e delle sfumature che compongono lo spettro tra il bianco e il nero e che tutti i giorni abbiamo tutti davanti agli occhi.

Loro sono autonomi, vogliono fare da soli e camminare con le proprie gambe. Chiedono finestre per affacciarsi verso il mondo, strumenti per aprirsi verso una socialità ampia, che vada oltre i confini del condominio in cui vivono o della scuola che frequentano. Sono impavidi e fiduciosi che sapranno gestire i rischi, affrontare i pericoli e risolvere ogni situazione. Come nelle favole, dove l’eroe esce sempre vittorioso.

Noi dovremmo essere incantati di fronte all’ottimismo naturale che hanno nei confronti del mondo e all’autostima ancora tutta intatta, quella che gli fa pensare che hanno tutte le carte in regola per farcela, quella che le esperienze e i nostri cattivi insegnamenti intaccheranno irrimediabilmente. Ma dovremmo anche fornirgli il vocabolario per tradurre i messaggi che il mondo gli lancia addosso, la grammatica per conoscerne le regole, la bussola per sapersi orientare e ritrovare la propria strada. Dovremmo lasciarli andare ma tenere la porta aperta, perché sappiano sempre di poter tornare in casa a chiedere consigli, a trovare orecchie che li sappiano ascoltare e parole che sappiano aiutarli a interpretare ciò che vedono e ciò che provano, a trovare una mano tesa perché la possano stringere.

La famiglia cresce in età e i percorsi cambiano, ognuno gioca nel proprio ruolo di adolescente o di adulto e per la buona riuscita del gioco non può dimenticarsi di quello che è. Gli interrogativi diventano più grandi e mi coinvolgono direttamente perché per provare a trovare delle risposte possibili devo scavare dentro quello che sono, nei valori che fondano il mio essere e spingono il mio agire. La passione educativa è sempre lì, in agguato dentro di me, ogni volta che un ragazzo gravita attorno alla mia vita. Perché vederlo esplorare se stesso e il mondo è estremamente affascinante.

giro di boa al giro colloqui

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Mi siedo su una sedia, di fronte una scrivania, in una sala professori (posto in cui non entro da 23 anni). Dall’altra parte, una donna che molto probabilmente è più giovane di me. Con uno sguardo limpido e vitale, con una maglia colorata e l’orecchino al naso. Mi parla di una classe brillante, di interventi pertinenti ed educati, di rotelle del cervello che si attivano e corrono mentre lei spiega. Di una lingua che non conosco e che insegna per suscitare interesse, curiosità, voglia di conoscere.

Parlo in piedi, la giacca ancora addosso, accaldata per aver corso per limitare il mio ritardo. Lui è appoggiato contro il muro, nel corridoio. Alle sue spalle l’aula di pianoforte, con due ragazzi seduti vicini al piano. Ha un po’ più dei miei anni, spesso parla senza guardarmi, racconta di essere forse un po’ rigido e serioso per una scuola media e io penso alla descrizione che ho sentito di lui in pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica pronto per giocare a calcetto coi ragazzi durante il soggiorno. E poi lo rivedo al concerto, suonare la tastiera per accompagnare il coro, con un trasporto forse eccessivo, ma di sicuro sincero, non simulato.

Ci sediamo in un corridoio del piano interrato, prendiamo le sedie impilate contro il muro mentre dietro di noi una classe chiacchiera prima di entrare in un’aula laboratorio. E parliamo, questa volta Flavio e io, con una donna che ci racconta di ragazzi brillanti, di un lavoro per far acquisire loro delle conoscenze in maniera stabile, perché poi ne avranno bisogno per gli argomenti successivi. Ci racconta che passa tra i banchi durante la verifica e segnala che stanno facendo un errore di concetto, quasi tutti lo stesso. E restituisce il compito a chi l’ha già consegnato. “Per correttezza”, aggiunge.

Sono a metà del giro dei colloqui con i professori della prima media e ho sentito e visto sempre le stesse cose: persone attente, appassionate, rispettose dei ragazzi, gentili e disponibili con le famiglie. Ho sentito dire da tutti “va tutto bene, io non ho nulla da dirvi, ma mi fa piacere conoscervi”. Non ho incontrato tutti e forse non ultimerò il giro, perché il tempo è limitato e se effettivamente non ci sono problemi possiamo farne a meno. Ma mi ha fatto bene questa immersione nel mondo di mio figlio, perché mi ha dato delle conferme. Che il lavoro degli anni prima, della scuola elementare e di noi genitori, non è stato buttato al vento e il ragazzo che vedono ogni mattina è una bella persona da incontrare. Che gli adulti che ha intorno sono persone che lo stimolano, lo rispettano, lo valorizzano.

È un bel modo di affrontare il mondo, un bel mondo in cui diventare grandi.