il medioevo sta tornando

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La prima avvisaglia sono stati i commenti di un gruppo fb sul presunto arrivo di profughi in un residence chiuso del quartiere. L’uomo nero (nel senso del colore della pelle) si è materializzato di fronte a noi e ha slatentizzato i peggiori sentimenti e valori che si nascondono nelle pance di tanti ed escono fuori dalla bocca di alcuni: portano la scabbia, sono pericolosi per i nostri bambini che vanno a scuola poco distante, rubano il lavoro a noi italiani.

Poi visto che la scuola sta per iniziare e che ormai la questione mensa scolastica troppo costosa ha perso il suo appeal, sul gruppo wa della scuola materna è iniziata la battaglia sull’educazione gender, presunto progetto sovranazionale il cui scopo a lungo termine, cito testualmente dal messaggio ricevuto, “è il controllo demografico e la riduzione della popolazione (…) la legalizzazione della pedofilia, che non sarà più un reato ma una condizione di genere”. E via così, citando asili di Trieste in cui “i bambini possono esplorare il corpo dei compagni, si scambiano i vestiti, truccano i maschi e offrono ai bambini kit di peluche riproducenti organi maschili e femminili insegnato loro come funziona masturbazione e penetrazione”.

Il medioevo sta tornando e i segnali ci sono tutti, ma io ho intenzione di farmi trovare preparata.

Ho intenzione di aprire le finestre e le porte di casa, di stare fuori il più possibile in ogni parte della mia città, di parlare ai bambini di diversità e rispetto, di chiamare le cose con il loro nome e quindi parlare di amore tra persone, a prescindere dal sesso a cui appartengono, e di ignoranza e violenza, nel caso di discriminazioni fossero anche solo verbali.

Ho intenzione di chiedere esplicitamente a chi mi sta intorno di non nascondersi dietro luoghi comuni, di non fare battute sessiste e omofobe, solo perché siamo abituati così. Di chiedere che i mezzi di comunicazione tra genitori di una classe vengano usati per quello per cui sono nati: diffusione delle informazioni inerenti la classe e non per le novelle crociate o la caccia alle streghe.

Il medioevo sta tornando e io non ho intenzione di farmi trovare in casa, silenziosa e succube delle paure, perché fuori c’è il mondo, che non sarà meraviglioso, ma dobbiamo provare a cambiarlo almeno un po’. Perché il buio resta dentro, fuori c’è la luce.

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camminate tenendomi per mano

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– Mamma tu facevi atletica? –

– Si –

– Anche io voglio fare atletica poi –

– Ma tu fai ginnastica artistica, quando smetterai di farla? – chiede Jacopo.

– Forse il prossimo anno –

– Perché? –

– Perché… non so come spiegarti … non sono tanto portata –

– Perché altre tue compagne riescono meglio di te? –

– Si –

– Guarda che anche io a inizio anno ero meno forte dei miei compagni di basket, ma poi mi sono allenato con loro e ho imparato cose nuove – interviene Jacopo.

– Mamma devo farti una domanda un po’ particolare –

– Dimmi Jacopo –

– Ma tu in qualche momento, hai avuto paura quando nonno è stato male? –

– Si –

– Quando? –

– All’inizio, fino a Natale. E tu? –

– Io prima. Quando quel mercoledì me lo hai detto davanti a scuola sono crollato. E ho avuto paura tutta la settimana, poi è venuto a pranzo da noi e allora mi sono tranquillizzato –

– Anche io avevo paura per nonno – interviene Diego.

– E poi mamma, quando il nonno era ricoverato da un po’ io ero arrabbiato perché mi avevate detto che stava tre mesi e quando i tre mesi erano passati e non usciva io mi arrabbiavo, anche se sapevo che non serviva a nulla –

– Ti capisco Jacopo, anche io mi arrabbio a volte anche se non serve a niente –

– Però poi nonno è tornato a pranzo il sabato con noi a casa sua – aggiunge Diego.

Ci sono cose che riesci a raccontarti solo dopo 7 mesi, mentre cammini uno di fianco all’altro nel bosco, con i nonni che ti aspettano a casa per pranzo. Ci sono cose che fanno bene a chi le dice e fanno bene a chi le sente. Ci sono cose che dopo che le hai dette diventano meno grandi, fanno meno paura.

Ci sono persone con cui non c’è fretta a dirsi cosa si prova, cosa si pensa, cosa si vive. Possiamo aspettare, perché tra 7 mesi saremo ancora insieme, in un bosco camminando o in macchina andando verso allenamento.

Ci sono persone che nonostante la loro giovane età sanno darti forza e stimoli e coraggio per andare avanti, anche quando l’orizzonte sembra confuso e incerto.

Grazie ragazzi per avermi dato forza, stimoli, coraggio e ottimismo. Adesso l’orizzonte è più definito e voi continuate a camminare tenendomi per mano, per non farmi inciampare, per non farmi indugiare quando sono stanca.

a cosa serve un muro

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Un muro serve a definire un dentro e un fuori. Dentro il giusto, fuori ciò che è sbagliato. Dentro l’aria stantia, vecchia, viziata, fuori il mondo, le possibilità, la libertà.
Serve a dare una forma, una struttura a ciò che se rimanesse aperto, privo di recinti potrebbe autonomamente e naturalmente cambiare identità e percorso.
Serve a contenere e a proteggere. Un progetto di mondo da qualcosa o qualcuno che lo ostacolerebbe. A contenere le paure, convinti che il nemico stia in ciò che sta fuori, che è diverso e sconosciuto.
Erigo muri dentro me stessa, per separarmi da chi mi ha ferito, da chi non reputo coerente, da chi ha priorità che mi sembrano lontanissime dalle mie. Erigo muri che tengono fuori le mie debolezze, le mie fragilità, quelle che non so accettare e che rischiano di interrompere il mio percorso, quello che voglio essere.
Ma un muro non basta. A tarpare le ali ai nostri sogni, a imbrigliare la nostra fantasia e imbrogliare le nostre coscienze, convincendoci che quello che sta “di la” sia il nemico da sconfiggere. Un muro non basta perché sempre qualcuno si chiederà cosa c’è dietro, oltre. Non basta perché prima o poi le nostre debolezze si insinueranno in una crepa e ci faranno intravedere cosa c’è oltre, quali possibilità non abbiamo ancora esplorato.

chi si nasconde nella vasca?

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Questa mattina, mentre tutti ci prepariamo.

– Diego, vestiti –

– Prima faccio la pipì che mi scappa –

Silenzio.

– Mamma vai a guardare se in bagno c’è il gatto col cappello? –

– No, non c’è –

– Hai guardato anche nella vasca? –

– Si, ho guardato anche nella vasca, vai pure –

– E nel bidet? –

– Non c’è nel bidet, adesso vai a fare la pipì se no mi arrabbio –

Venerdì sera abbiamo visto tutti insieme un film, “Il gatto col cappello”, il cui protagonista (un gatto appunto) sbuca fuori all’improvviso dagli angoli più nascosti della casa. E’ buono, divertente e innocuo, ma in effetti spaventa un po’ vedersi un robo peloso all’improvviso di fianco.

E così, nella classifica dei mostri e delle paure che abitano la mente di Diego, il gatto col cappello ha guadagnato posizioni. Ma tutte le sere, a volte a turno, a volte insieme, tutti e tre i figli hanno paura di qualcosa: di andare a cambiarsi nella stanza buia, di andare a bere l’acqua in bagno quando tutti sono già in camera pronti a dormire, di buttare la carta della caramella in cucina se nessuno è lì.

E io trovo assurde certe paure e mi innervosisco, perché a volte mi sembra che si tratti di scuse per fare i capricci. Ma poi penso che ancora ho in mente cose che mi terrorizzavano da piccola, suoni e voci che sentivo se mi svegliavo di notte, incubi che ho fatto in quinta elementare. Allora mi armo di pazienza (quando ci riesco) e controllo che nella vasca non ci siano gatti o altri esseri improbabili, spengo io l’ultima luce del corridoio e li convinco ad andare insieme a cambiarsi: l’unione fa la forza. Sperando che presto le paure finiscano. O si trovi un altro modo di affrontarle.

apocalittici e integrati

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Quando andavo all’università si parlava molto (e devo ammettere di non averlo mai letto) di un saggio di Umberto Eco, Apocalittici e integrati, per rappresentare due atteggiamenti opposti rispetto ai mezzi di comunicazione di massa. Il saggio è del 1964 e da allora di passi in avanti (o indietro) se ne sono fatti molti. Ho sempre pensato che si debba avere un atteggiamento da integrati consapevoli: dei punti di forza e di quelli di debolezza di strumenti che possono trasmettere qualsiasi messaggio, ma che possono anche trasformarlo, proprio per le loro caratteristiche intrinseche.

Da una settimana il web è stato il centro delle mie giornate, con un controllo compulsivo dei social network alla ricerca di aggiornamenti su ciò che mi sta a cuore, di modi per allargare la cerchia di “persone informate sui fatti”, di sostegno da offrire e da ricevere. Ed è stato il mondo anche di mio figlio Jacopo che durante le partite dei mondiali chatta (attraverso il mio telefono) con un buffo gruppo di ascolto, composto da 12enni e 40enni, amici suoi (che usano il telefono delle mamme) e amici miei (che si ritrovano improvvisamente giovani).

Il web e le chat in questa settimana hanno avuto un fortissimo potere aggregante, hanno sostituito il trovarsi fisicamente in un posto (cosa che sarebbe stata difficile o innaturale) e mi hanno connesso con molte persone, di cui conoscevo solo in parte le storie. Mi hanno trasmesso quel senso di comunità che nei momenti difficili ti fa stare a galla, quel calore che ti serve quando l’attesa diventa estenuante e sembra essere senza un orizzonte. E hanno dato un senso alle partite viste da Jacopo, come quando noi eravamo giovani e ci ritrovavamo tutti insieme a vederle.

Forse le prossime partite le vedremo tutti insieme, forse le stesse persone di cui leggo su fb le incontrerò tra poco, per festeggiare la fine della paura. Ma adesso sappiamo, una volta di più, di essere comunità. E abbiamo bisogno di comunità, di vicinanza. Di affrontare insieme il domani.