i figli sono piante grasse

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I figli sono piante grasse. Per toccarli devi mettere i guanti altrimenti ti ritroverai le mani piene di piccole spine, difficili da vedere, ma che rendono faticoso e doloroso ogni movimento quotidiano.

Hanno bisogno di vasi “giusti”, non troppo stretti, altrimenti non potrebbero crescere, ma neanche troppo larghi perché con uno spazio sconfinato intorno sembreranno sempre piccoli e indifesi. Devi capire tu quando’è il momento giusto per cambiar loro il vaso e di solito devi aspettare che abbiano conquistato ogni centimetro di terra, arrivando a toccare i bordi.

Hanno corpi voluminosi e che si alzano spesso verso l’alto e radici poco profonde, che un giorno potrebbero non essere più sufficienti per tenerli ancorati al terreno. Allora dovrai mettere un bastone di fianco, un palo e un cordino che cerchi di tenerli in piedi attirandoli a sé, capace di contrastare la loro naturale tendenza centrifuga, ma che gli lasci libertà di movimento per crescere nella propria direzione.

Hanno fiori meravigliosi, che ti stupiscono con la loro grazia ed eleganza, che crescono su corpi bitorzoluti e goffi. Li vedi che si preparano per settimane, a volte per mesi, crescendo ogni giorno impercettibilmente. Poi una mattina, uscendo in balcone, li troverai aperti al giorno nuovo, magari un po’ storti dal peso della loro stessa bellezza. È un privilegio uscire in balcone proprio quella mattina, di cui essere consapevoli: tre ore dopo saranno appassiti e ripiegati su loro stessi, per poi seccarsi pian piano, ancora attaccati al corpo informe e spinoso.

Il loro tempo si misura in anni, non in giorni o stagioni. Ti sembreranno inanimati per così tanto tempo che a volte rischierai di dimenticare di bagnarli e di alimentare le loro potenzialità di crescita. Continuerai ad accudirli per abitudine e con quel senso di fiducia e generosità cieco che è tipico di chi non si aspetta nulla in cambio. E loro staranno lì, assorbendo l’acqua e godendo del sole a cui li hai esposti, come se non avessero intenzione di restituire mai nulla. Ma hai presente le piante grasse che si arrampicano sui muri assolati delle case in Liguria? Sono uno spettacolo meraviglioso, come ogni figlio che diventa grande.

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questa sera si recita a soggetto

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Vivere con un quasi tredicenne è una gita al luna park. Ci sono le montagne russe, in cui sei lanciato a velocità folli in giri torci budella che ti inchiodano al sedile; c’è la casa degli orrori o sarebbe più giusto chiamarla dello schifo,  quello che ti prende quando le finte ragnatele impolverate ti si spalmano in faccia nel buio o quando guardi la scrivania di quell’essere che vive in casa tua e la trovi invasa di fogli spiegazzati con esercizi di matematica, pennelli e piatti di plastica con le tempere incrostate appoggiati sul tema di italiano da riportare firmato domani. C’è la galleria degli specchi deformanti, in cui la tua immagine riflessa non rispetta ciò che sei veramente, ma ti dà le sembianze di un essere urlante e trasfigurato dalla rabbia.

A quasi 13 anni anche chi ha detto poche bugie nella sua vita inizia a voler intraprendere la carriera di mentitore e si esercita in balle che scopri nel giro di poche minuti. Ti basta vedere l’asciugamano perfettamente appoggiato sul termosifone, il sapone asciutto e l’assenza di gocce su tutto il piano del bagno (e il pavimento) per essere certa che non si è lavato, nonostante i tuoi richiami di un secondo prima. Ma decidi di soprassedere, di fargli credere che ti fidi della sua risposta (“si che mi sono lavato, non hai sentito rumore perché ho aperto pianissimo l’acqua”) perché deve imparare da solo che le bugie hanno le gambe corte (e che a metà mattinata gli effluvi delle sue ascelle daranno fastidio prima di tutto a lui).

Quando però la mattina mente sul fatto che alle 7,40 sta giocando col cellulare, lì decidi che è il momento di dare una punizione esemplare, per la bugia e per la scelta di giocare a quell’ora del mattino. Quindi requisisci il telefono per due giorni, ma lo lasci lì in casa, dove l’ha appoggiato lui, ricordandogli che se lo accenderà mentre tu non ci sei, la tua ira non potrà più dimenticarla.

Questa sera i due giorni of line sono finiti e il tredicenne ha riacceso il suo telefono.

– Sai mamma, mi ha fatto bene stare due giorni senza cellulare –

Recitiamo senza copione, a soggetto appunto, scoprendoci a volte migliori dei personaggi che ci hanno assegnato in commedia.

crescere è un percorso

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Ci sono strade lineari, che tagliano montagne e superano precipizi con la tenacia delle gallerie e l’equilibrismo dei viadotti. Che vanno dritte al punto, dirette e inesorabili, percorsi brevi e indolori, tutti un po’ anonimi e uguali a loro stessi. Ti portano velocemente a destinazione, senza entrare in relazione con ciò che attraversano.

E poi ci sono i percorsi, che di fronte alle montagne insegnano il passo misurato e lento dei sentieri in salita, che davanti a burroni e pietraie che sembrano un mare sotto di te impongono un cammino a zig zag, tagliando la discesa con calma e gesti ripetitivi. Ci sono i percorsi che richiedono tempo e pazienza, direzioni che sembrano portarci lontano dalla nostra meta. Quelli che richiedono fiducia, in noi stessi ma anche in qualcosa di più.

Crescere non è una strada, è un percorso. Che passa per azioni, scelte, conseguenze varie e a volte strane, incomprensibili. Guardo i miei figli e vedo che diventare grandi passa per un kebab insieme a tuo cugino, tu e lui, in un ristorante semi vuoto, seduti giusto il tempo di mangiare e di farsi fare la tessera fedeltà dal proprietario. Passa per i compiti non fatti perché hai lasciato il libro a scuola e la preoccupazione nell’andare in classe e confessare la cosa alla maestra; ci sarebbero stati altri modi per fare quei compiti, ma sarebbero state delle strade che non avrebbero lasciato tracce. Invece il percorso che fa passare per la rabbia, l’ingegnarsi a cercare il tempo di recuperare, il coraggio di far leggere alla maestra l’avviso lasciato sul diario, l’orgoglio di averli recuperati prima del previsto e portarli a scuola fatti il giorno dopo lascia delle tracce e una consapevolezza a cui potrai attingere per cose ben più importanti dei compiti di italiano. Passa per il coraggio di salire per la prima volta su un pullman da solo, a 12 anni, andarsi a comprare il biglietto (“mi sono sentito proprio grande”), ricordarsi la fermata e scendere. Passa per la capacità di dormire in camera senza i tuoi fratelli e non volere la luce accesa, entrare in classe senza salutare la mamma, andare via con gli scout e gestire le proprie cose, farsi la doccia da soli e scoprire, da un giorno all’altro, che le lettere messe una di fianco all’altra sono parole e che quelle parole si possono leggere. Crescere passa per un biglietto con su scritto il nome del tuo fidanzato nascosto nel diario e nelle scuse inventate per dire che non era vero quando qualcuno lo legge per errore, che non l’hai scritto tu. Crescere passa per una bacheca piena di fogli, una medaglia e un biglietto che fa coraggio.

Crescere e far crescere è un percorso, mai banale e scontato. Mai noioso, faticoso spesso. Indispensabile sempre.

c’è solo la strada su cui puoi contare

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Matilde ha i mezzi guanti di pelle neri, quelli senza dita e non li toglie neanche per fare merenda al bar, con la nonna, la sorella piccola e i cuginetti.

Diego tra tutti i portapenne che il cartolaio gli mostra, con Topolino, i Sette Nani, Pinocchio e altri personaggi da bambini sceglie quello mimetico e chiede a Babbo Natale di portargli i camion militari e i carri armati che ha visto in una vetrina.

Andrea ha cappellini improponibili, che sfoggia nelle occasioni importanti, tipo il pranzo del compleanno del nonno, e scarpe di tela leggere quando tutto il quartiere si sta trasformando in un enorme pantano.

Lucia sfoggia gonne da gitana abbinate a scarpe da ginnastica alte, magliette piene di lustrini e leggins stampati con le foto dei gatti. Ha un controllo preciso del suo corpo, che quasi sempre ubbidisce alla sua mente.

Jacopo comprerebbe maglie di qualsiasi squadra di calcio o di basket, proverebbe ogni tipo di sport e divora libri fantasy di cui non conoscevo l’esistenza.

Anna vuole fare la veterinaria, ma anche la ballerina. E in attesa di diventare la stella del Bolshoi vorrebbe iscriversi a calcio, per allenarsi.

I figli non sono quasi mai quello che vorremmo, non sono quasi mai come noi. O forse fanno un percorso tutto loro, personale e spesso di rottura rispetto a quello che siamo noi oggi, per arrivare ad avere dei tratti in comune con chi li ha cresciuti.

E tu li guardi, a volte infastidita e a volte stupita, cercando di contare fino a 20 prima di parlare, voltandoti perché non vedano la tua espressione interdetta quando ti dicono che vorrebbero tanto il carro armato e i camion militari o quando ti comunicano che dopo la terza media vorrebbero fare i muratori, così non dovranno andare più a scuola.

Allora devi ricordarti che l’educazione ha tempi lunghi di incubazione e che si definisce la propria identità anche per contrapposizione, allontanandosi da un modello. Forse riusciranno a scoprire chi sono su quella stessa traccia da cui sono partiti per costruirne una loro, convinti che li avrebbe portati in direzione ostinata e contraria. O forse si troveranno davvero su un sentiero diverso, con un orizzonte inaspettato da conquistare. In ogni caso credo che saranno su una strada in cui, se sarò capace di accettare che non sia come la mia, potremo ancora camminare insieme.

piccoli (e grandi) polemici crescono

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E’ iniziata una lotta senza quartiere in casa. I duellanti si conoscono, si assomigliano e per questo possono prevedere reciprocamente le mosse dell’altro con un certo anticipo. Ma questa conoscenza determina anche la capacità di colpire (e di conseguenza ferire) nel segno con una certa maestria e una certa crudele goduria nel vedere il risultato raggiunto.

Questa guerra tra simili lascia perplessi, stanchi, sfibrati e sconfitti. Perché quando si combatte contro uno specchio poi mica si festeggia nel vedere l’altro a terra, perché in fin dei conti vedi sempre te stesso o qualcuno che ti assomiglia molto. Sta mettendo alla prova la capacità di inventarsi nuove strategie che stupiscano l’avversario, che lo lascino senza parole e senza risorse. Obbliga a mettere in campo doti creative impensate, tentativi di mediazione che si scontrano con la tendenza naturale al rigore e alla rigidità, pazienza infinita e speranza oltre ogni limite.

– Come è andata l’uscita scout Jacopo? –

– Bene, però non abbiamo cambiato nessun capo, sempre gli stessi. E poi l’ultimo anno è incapace, … –

Armata di scudo ed elmo, combatto contro la vena polemica di mio figlio grande, che prende il sopravvento e parla al posto suo, zittendo l’altra sua voce entusiasta, gioiosa, serena. Soffro della stessa malattia, ospito dentro di me lo stesso mostro, raggiungo gli stessi eccessi in alcuni momenti e mi rendo conto di quanto questo rovini le mie giornate, senza influire minimamente sulla realtà circostante.

Cerco strategie, suggerimenti, consigli. O almeno dei tappi per le orecchie.

prima di partire per un lungo viaggio

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Viaggio verso il mare, siamo ancora in tangenziale, neanche in autostrada.

“Quando siamo arrivati mamma?” “Tra due ore e mezza Lucia”

“Mamma, perché gli zaini di Lucia e Jacopo di scuola si chiamano cartelle e non zaini?” “Diego, facciamo finta che tu abbia la stessa faccia di Jacopo, come il mio compagno Jacopo e suo fratello Giorgio. Tu e Jacopo avete tutto uguale, lo zaino uguale, i quaderni uguali, il portapenne uguale e solo il diario, uguale ma c’è il nome diverso. Tu vai in 4° G e Jacopo va in 4° E e magari una mattina vi scambiate lo zaino” “Ma io sono Diego, non sono Jacopo” “Si, ma pensa se tu avessi la stessa faccia di Jacopo”

Nel frattempo Jacopo dorme.

Autostrada, area di servizio a 40 km da casa “Mamma quanto manca?” “Ancora tanto Diego” “Io voglio essere già al mare” “Dormite un po’ e vedrete che il tempo passa più in fretta”.

“Diego, giochiamo a io vedo?” “Si” “Io vedo un cartello rosso. Cartello rosso. Cartello rosso. Cartello rosso”, forse ce li dirà tutti fin quando non usciremo dall’autostrada.

Intanto Jacopo dorme.

“Mamma, siamo quasi arrivati?” “No, adesso siamo usciti dall’autostrada e ci manca un’ora e mezza” “E’ tanto o poco?” “Tanto, dormi”.

“Io non riesco a dormire perché Lucia si appoggia sul mio seggiolino e mi da fastidio” “Si, ma io dove la metto la testa” “Basta, adesso non vi guardate più e non vi parlate più, state seduti bene” “Diego lasciami stare!” “Diego non sporgerti per guardare tua sorella” “Si, ma scusa, il seggiolino è mio, non può appoggiarsi”. “Adesso fermo la macchina e vi lascio scendere e passate una settimana di vacanza da soli qui a Garessio”.

Intanto Jacopo dorme.

Finalmente si addormentano, grazie alla musica noiosa di papà. Ecco perché siamo andati in Calabria in vacanza solo quando eravamo mono figlio. E il figlio era Jacopo.

 

dormi dormi bel bambino

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C’è un’età in cui gli incubi arrivano o meglio, un’età in cui quando vai a dormire sei sicuro che gli incubi arriveranno e non riesci ad abbandonarti fiducioso in quel letto che fino a ieri ti ha accolto per lanciarti alla conquista di un mondo che resterà tuo, anche se al mattino dopo cercherai di raccontare ad altri cosa hai visto.

E quando quell’età arriva, da un giorno all’altro, dopo settimane, mesi, anni di addormentamenti facili, veloci, efficaci del piccolo una mamma deve riconoscere che non si tratta di manifestazioni catalogabili nella categoria “capricci”, ma che c’è davvero un po’ di ansia per quello che succederà una volta chiusi gli occhi, che davvero forse dietro il dondolo si nasconde un mostro che potrà assalire la prole non appena lei uscirà dalla stanza. E da mamma provo a mettere in atto dei riti che aiutino il figlio di turno a non scadere nei capricci e me a tornare al divano nel più breve tempo possibile.

Jacopo mi ha allenato a invenzioni mirabolanti e così adesso Diego può usufruire dell’esperienza precedente. Ieri sera.

“mamma ho paura”

“adesso ti faccio una cosa che facevo a Jacopo per mandare via tutti gli incubi. Con un’aspirapolvere prendo tutti gli incubi che hai dentro e li imprigiono” e la mia bocca diventa aspirapolvere che cerca gli incubi dove più spesso si nascondono: nelle pieghe tra il collo e il viso, nelle orecchie, nel naso e negli occhi, nella pancia e sulle spalle. Ma stasera non basta.

“io ho ancora paura”

“allora facciamo che se tu hai un incubo io me ne accorgo, senza che tu mi chiami, ed entro dentro di te dall’orecchio per sconfiggerlo”

“ma come fai, mamma, sei enorme”

Ecco quello non dovevi dirlo… “Diego, adesso si dorme, gli incubi sono andati tutti via. Buonanotte”.