solo la donna che sono

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Sono una donna normale, nella media.

Una donna che accompagna ogni mattina a scuola i suoi ragazzi, ma ha difeso con tenacia la possibilità di fare un lavoro che le piace e che a volte la porta lontano dai suoi figli.

Una donna che ancora non sa bene cosa è capace di fare, che si sente continuamente in cammino e sotto esame, che si stupisce quando la chiamano signora e le danno del lei.

Una donna che punta sul (suo) contenuto, perché del (suo) contenitore è perennemente insoddisfatta. Che si sente goffa e imprecisa e spia le altre donne così a loro agio nel loro corpo, vestito, trucco.

Una donna che piange, quasi sempre da sola. Perché non è timida per ciò che riguarda le sue opinioni, ma si imbarazza per i sentimenti.

Una donna che cerca parole per spiegarsi il mondo, per dare forma ai pensieri e agli eventi.

Una donna che fatica a essere ottimista, ma pensa di non potersi permettere lo sconforto. Perché sei occhi la guardano quando affronta i contrattempi e le difficoltà della vita quotidiana. Perché sei orecchie imparano dalle parole che usa per descrivere gli eventi che la misura e l’equilibrio ci aiutano a non perdere la direzione.

Una donna che è una pianta grassa, spine che durano sempre e fiori che vivono un giorno.

Sono solo la donna che sono, #justthewomaniam. E oggi ho camminato, con altre donne forti e deboli come me. Ho camminato non perché abbia una incrollabile fiducia nel domani. Ma non abbiamo altra scelta, se non camminare.

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una coperta coi buchi

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Ho una coperta di lana sul divano, di quelle che si usavano una volta, fatta con tutti gli avanzi della lana comprata per fare le maglie con i ferri. Mia mamma faceva le maglie a noi figlie (se ci ripenso alcune erano veramente inguardabili, scusami mamma, ma bisogna ammettere le proprie turbe d’infanzia) e mia nonna raccoglieva i gomitoli iniziati e faceva le coperte, che poi distribuiva a tutta la famiglia. Ne ho una anche io, che uso sul divano quando guardo la tv o leggo o mi addormento. Nessun’altro la vuole usare, perché punge un po’ e i ragazzi di oggi sono abituati alle coperte di pile, regolari come una colata di asfalto.

Io invece trovo che quei punti stretti l’uno all’altro, sappiano sviluppare un calore che arriva fin dentro il mio corpo, supera la pelle e gli strati superficiali per accomodarsi proprio negli angolo più nascosti dei mie organi interni. Quei colori diversi, quegli spessori irregolari si adattano alle pieghe del mio corpo, alla curva delle gambe rannicchiate, alla schiena appoggiata al divano, alle braccia che spuntano lo stretto necessario a tenere in mano il libro. I nodi che uniscono un settore a un altro spuntano un po’, creano degli inciampi alle dita che accarezzano la superficie, sono spunto per i miei figli per giocare con le mani mentre guardano la tv.

La mia coperta ha iniziato da un po’ di tempo ad avere dei buchi, prima piccolini, causati probabilmente dai figli che giocavano con i nodi, poi sempre più grandi e allora ho pensato che forse in casa ci sono le camole. Ho provato a riannodarli, a stringere di nuovo le maglie una all’altra, ma manca qualcosa e il rattoppo non tiene. Perché probabilmente manca il materiale, manca la lana, quella che avanzava mia mamma e riutilizzava mia nonna. O forse mancano i ferri, la capacità di usare quegli strumenti che trasformano fili singoli in una trama resistente.

Oggi ho chiacchierato con un’amica, su un suo progetto sul territorio in cui viviamo entrambe. E ho pensato alla mia coperta e ai suoi buchi. Ho pensato che questa amica sta cercando i ferri che sappiano trasformare la lana e riuscire a rattoppare i buchi sociali che ci lasciano vicini ma da soli, distanti l’uno dall’altro non così tanto, ma in quella misura sufficiente a non permetterci di sviluppare calore. I miei nonni sapevano usare gli strumenti e trovare quella lana nella loro esperienza che aveva trasformato il modo di vivere la vita, il lavoro, la famiglia, la passione politica ed educativa. I miei genitori l’hanno identificata da ragazzi nelle assemblee e negli scontri di piazza per costruire una scuola diversa, in cui anche gli studenti potessero essere protagonisti, o in una dignità tutta da costruire a mille km dal posto in cui sei nato, in una città che per diffidenza ti tiene distante e a cui devi dimostrare tutto, da adulti nelle scuole mia e di mia sorella in cui mettevano le loro ore libere e le loro competenze professionali per costruire insieme alle maestre stimoli e occasioni per tutti noi bambini. La coperta era ancora intera, aveva qualche maglia un po’ più larga, qualche nodo di troppo. Ma stava insieme e il calore era costante e condiviso tra tutti.

Adesso abbiamo una coperta bucata e non sappiamo dove trovare la lana e quali debbano i ferri da usare, rinchiusi nel nostro guscio, agguerriti non più per conquistarci un posto al sole ma per mantenere la nostra posizione. Tutti infreddoliti e incapaci di vedere che solo se costruiamo nuove maglie, nuovi punti con colori e spessori diversi l’uno dall’altro, possiamo riparare i buchi e avere di nuovo il calore di cui abbiamo bisogno per continuare a sentirci persone.

lontano da me

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Istruzioni per questo post: da leggere ascoltando Lontano da me, di Niccolò Fabi.

Ho bisogno di una vacanza. Dalla mia vita.

Dalle visite in ospedale e dai dottori, programmate o meno, quelle che devi infilare nel resto degli impegni e quelle che scompaginano tutti gli impegni, proprio la sera che avevi già preparato la cena e immaginavi di dover solo scaldare la purea. E invece la cena diventa la cioccolata calda della macchinetta in una sala d’aspetto.

Dagli accompagnamenti agli sport dei figli, dagli accappatoi della piscina da stendere, uniformi di basket da lavare, abbigliamento da atletica da mettere nella borsa, pensando che durante il riscaldamento fa freddino e serve la maglia a maniche lunghe, ma poi arriva il caldo e allora è meglio essere in pantaloncini corti.

Dalle riunioni di scuola, dalle elezioni dei rappresentanti di classe, dai resoconti delle riunione scritti in una lingua piuttosto distante dall’italiano corrente, dalle verifiche del gruppo di consiglio di circolo che interessano solo a quelli che da verificare hanno poco, dalle chat di classe.

Dai lavori che sono sempre urgenti e tutti ti chiedono “quando mi dai le proposte?”, prima ancora di averti dato i materiali su cui lavorare. Dagli impegni che piombano senza un minimo di programmazione nelle mie giornate che non riescono a diventare regolari.

Dalle dimenticanze degli altri in cui vengo coinvolta grazie a un sapiente uso della prima persona plurale del pronome personale: “ci siamo dimenticati la clavietta”, “non abbiamo portato i 5 euro per il corso di pittura”, “non abbiamo finito di leggere il libro della biblioteca”. E quando faccio notare che son tutte cose che riguardano la vita dell’altro che compone il “noi”, la risposta è sempre la stessa: “potevi ricordarmelo”, accezione in cui il verbo potere è molto molto molto più vicino al verbo dovere di quanto ci si possa immaginare.

Dalle persone di cui occuparmi, dalle ferite da curare, mie e degli altri, dalla vicinanza e dalle attenzioni da distribuire.

Ho bisogno di una vacanza. Ho bisogno di svegliarmi al rifugio Troncea e passare la mattina a guardare le mucche mangiare tranquille sul prato di fronte e le foglie degli alberi cambiare colore. Ho bisogno di essere svegliata dal chiasso delle gazze tra gli ulivi di Cipressa e di conoscere le olive una per una prima di raccoglierle.

un’altra estate

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Ieri, tornando in macchina da una festa fuori città.

– Mamma, metti quella canzone che cantavamo tutti insieme in vacanza due anni fa –
– Poi metti quella che partiva da sola all’Argentario ogni volta che accendevamo la macchina –
– Adesso metti quella di quel gruppo che ti ha fatto conoscere papà e poi è piaciuto anche a te, quelli di cui abbiamo sentito il concerto. Ti ricordi quel ragazzo che ballava davanti a noi? –

E abbiamo sentito “non farti cadere le braccia”, “hasta siempre” e canzoni sparse degli Statuto. E le abbiamo cantate tutti insieme, in coro, inventando un po’ le parole se non le ricordavamo.

Ecco quello che mi manca di questa estate che sembra non esserci stata: cantare in macchina, allegri, spensierati, sereni e con tutta la vita davanti. Cantare e non pensare a nulla, spegnere il cellulare di notte e non avere un brivido ogni volta che suona. Essere in un posto solo, tutta intera, non con la testa e il cuore da un’altra parte. Goderci insieme il tempo e pensare che nulla ci aspettava a casa, se non le piante da bagnare e i pupazzi da riabbracciare. Ecco perché vorrei un’altra estate, per andare a un concerto, godermi un pranzo in spiaggia, sentirmi nel posto giusto al momento giusto.

posti che puliscono

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Ci sono posti che puliscono tutto. Posti in cui riesci a dormire 10 ore di fila, senza svegliarti e anche se ti svegli ti giri dall’altra parte e ricominci a dormire, senza pensieri che si infilano nei sogni.

Ci sono posti in cui i suoni si armonizzano e suonano una musica talmente naturale che non la senti se non ci fai attenzione. Sono rospi che gracidano nei vasconi dell’acqua, flessibili che tagliano piastrelle e trapani che aprono brecce nei muri, cani che abbaiano, vicini che richiamano bambini, ciclisti che corrono sulla strada, affaticati dalla salita, taglia erba e palloni da basket che toccano il ferro.

Ci sono posti che hanno il profumo della pizza che lievita, del pane cotto in forno, dell’erba bagnata dalla pioggia, del fumo che esce dal camino, dei fiori e del sale.

Ci sono posti che sanno di ricordi, intensi e forti. Vacanze di Natale e raccolte delle olive, giochi d’acqua e interminabili partite a carte, tornei di ping pong, sagre di paese, corse e nuotate, dondoli e parti inaspettati, fichi mangiati sul l’albero e angurie nate per caso, malattie e vicinanza.

Ci sono posti in cui la mia vita scorre e rallenta. I problemi restano, le fatiche esistono sempre, ma è come se rimanessero sulla strada. Basta lasciare l’Aurelia, iniziare la salita della Cipressa e il tempo cambia ritmo. Basta aprire il cancello di casa e la testa si alleggerisce. Basta guardare i fiori degli ulivi e il cuore si riempie di bellezza e di semplicità.

Basta venire a Cipressa tre giorni per ricaricare le batterie. E sapere che ce la faremo tutti comunque.

fili forti e sottilissimi

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Quattro persone intorno a un tavolo, due donne e due uomini. Un’età uguale quasi per tutti, tante giornate vissute insieme di cui parlare, tanta vita passata in mezzo e raccontata a pezzi. Una bottiglia di vino divisa tra tutti, il menù discusso insieme, per prendere cose diverse, per garantirsi più assaggi dai piatti dell’uno e dell’altro. Posizioni politiche molto diverse, discussioni accese e appassionate, senza mai l’ombra dell’offesa, della distanza.

Ieri sono sta a cena con degli amici, ex colleghi con cui ho condiviso l’inizio della mia professione. E quello che mi resta di più dentro non sono le cose che ci siamo detti, quelle di cui abbiamo parlato, ma quelle di cui abbiamo taciuto. Quelle confidenze che ognuno sapeva di uno degli altri e non ha espresso, ma che chiare sono risuonate nella sua mente e nel suo cuore quando il discorso ha toccato certi argomenti: la sanità che funziona o non funziona, i fratelli che non ci sono più, i figli e i padri. Ognuno custodiva dentro di sé un pezzo di vita dell’altro e l’ha tenuta stretta dentro, lasciandogli la libertà di decidere se metterla lì sul banco davanti a tutti, darla per risaputa o tenerla in ombra. Nessuno si è sentito meno importante, escluso da una verità che altri avevano avuto il privilegio di sapere o l’onere di portare. C’erano dei fili forti e sottilissimi tra noi ieri sera, una rete invisibile che si intrecciava fitta trattenendo qualcosa di ciascuno di noi.

Perché essere amici è questo: accompagnarsi lungo la strada, accogliersi reciprocamente nelle proprie gioie e debolezze, accettare le cose non condivise, recuperare il tempo passato lontani in due parole, in una mano appoggiata sulla tua gamba mentre mangi un piatto di pasta. Guardarsi negli occhi e sapere che quello che vedrò negli occhi dell’altro sarà sempre interesse, affetto, vicinanza per la mia vita. Una presenza discreta e continua, capace di annullare il tempo che passa e la parole non dette, capace di far trovare il tempo e lo spazio giusto per raccontarsi la vita, capace di accettare i silenzi e accoglierli.

Tengo dentro le vostre vite, le cose che so perché ero lì vicino in quel momento, quelle che avete voluto dirmi perché dovevate affidarne un pezzo a qualcun’altro, quelle che immagino ma non ho mai osato chiedervi, perché nell’anima degli altri non si entra se non esplicitamente invitati. Vi tengo di fianco ai miei segreti, alle mie fatiche, ai miei nodi da risolvere. E mi sento meno sola, sapendo che tra due mesi o dieci anni troverò sempre i vostri occhi che mi accolgono, la vostra mano sulla mia gamba, l’odore della sigaretta fumata appena prima di abbracciarmi che si appiccica al mio cappotto e alla mia guancia.

il tempo a venire

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Buon Natale a chi non ha più i capelli in testa e affronta un percorso che non sa dove lo porterà. Non sarà mai solo, ma quel percorso è solo suo, tutto personale, tutto sul suo corpo e nella sua anima.
Buon Natale a chi stanno ricrescendo i capelli, ispidi e bianchi, per i “sagrin” di quest’ultimo anno, forti e coraggiosi come si è dimostrata lei, resistente a tutto, anche a una vita che chiede tanto, forse troppo.
Buon Natale a chi i compagni di prima elementare li vede solo in cortile, perché i loro raffreddori, i loro mal di pancia, la loro tosse sarebbero sconvolgenti per il suo piccolo corpo che affronta una lotta così grande. E alle sue maestre che con speranza e determinazione trovano il modo per essere anche a distanza le sue maestre.
Buon Natale a chi sta imparando con fatica e lentezza a stare di nuovo con gli altri, a chi non riesce a condividere di più anche se ne avrebbe tanto bisogno. E ai suoi genitori che devono vederla rivenire al mondo ogni giorno, con la fatica di starci in questo mondo, con l’incomprensione di quale black out sia capitato a un certo punto.
Buon Natale a chi cresce senza la sua mamma, ma tanto di lei si porta dentro: la sua timidezza, il suo profilo, la sua resistenza e la sua determinazione. È un regalo vederla, accarezzarla da lontano e provare a parlare con quella mamma, che magari da qualche parte mi ascolta.
Buon Natale a chi accompagna, il ruolo più difficile di tutti. Perché deve imparare a coordinare il suo passo con quello di un altro, deve saper mettersi alla distanza giusta per dare sicurezza e lasciare autonomia.
Buon Natale agli amici di sempre, la naturalezza di stare insieme non smetterà mai di stupirmi e di scaldarmi. Ognuno ha un posto speciale dentro di me, tutto suo.
Buon Natale alle mie famiglie, a quella di sangue che mi prende sempre come sono, a quella del cuore che negli anni ha costruito insieme a me così tanto che ormai anche il sangue sembra mischiato.
Buon Natale alla mia famiglia lontana, che sento così vicina: nella calligrafia di quella ricetta delle madeleines, nei ricordi di 30 anni fa, nella lingua imparata alle medie che riesco a recuperare nella memoria solo pensando a loro. Nei viaggi che sogniamo Jacopo e io per andarli di nuovo a trovare.
Buon Natale alle nonne bis, a quelle che ci sono ancora e a quelle che non ci sono più. A quelle musone e a quelle miti, a quelle polemiche e a quelle allegre. Ho ancora le vostre lenzuola nei cassetti, il gusto delle vostre zeppole in bocca, le palline del vostro albero di Natale sul mio.

Buon Natale e buon tempo a venire, mi impegno a viverlo tutto, senza lasciare una sola giornata indietro.