lontana dalla perfezione

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Ci sono quelle che sono le madri perfette: che scelgono un’educazione non urlante, il cibo biologico e il metodo cooperativo, che i figli non usano i videogiochi (o lo fanno con grande disappunto delle madri), che portano il pasto da casa a scuola perché così i figli mangiano cibo sano, che parlano dei figli in termini sempre positivi, ottimisti, dolci e comprensivi. E poi ci sono io che urlo e a volte mi sfuggono le sculacciate, che cerco di cucinare tutte le sere ma è il mio supplizio quotidiano e ne farei volentieri a meno (almeno un paio di giorni a settimana), che i miei figli usano i videogiochi e guardano video di youtube che io non controllo preventivamente, che non so cos’hanno mangiato i figli in mensa e quindi spesso a cena cucino la stessa cosa del pranzo anche se potrei controllare il menù settimanale, che descrivo mia figlia alle maestre come “superficiale”, che penso che il piccolo stia usando il proprio innegabile fascino e faccia da schiaffi per far innamorare le nuove maestre, che metto in castigo il grande anche per le dimenticanze di cui i professori non si sono accorti.

Ci sono le madri perfette che ti spiegano dal punto di vista sociologico, psicologico e qualcologico perché non faranno fare un’esperienza meravigliosa ai propri figli dal momento che si svolgerà in una zona sismica, come se in quel posto non vivessero più bambini. E poi ci sono io che ho già gli occhi che brillano al pensiero che il piccolo di casa possa vivere un evento così bello, coinvolgente, arricchente e che neanche mi pongo il problema di dove andranno, visto che quest’estate siamo stati per due settimane nella Francia obiettivo di tutti gli attentatori del mondo e abbiamo girato tranquilli e rilassati.

Ci sono le madri perfette che seguono i figli in tutto, li accompagnano in ogni posto, li sorvegliano costantemente, si fanno mandare le fotografie di ogni pagina del quaderno di prima elementare e sanno sempre quando ci sarà un’interrogazione o un compito in classe. E poi arrivano in ritardo di un’ora all’ultimo giorno di campo scout o a prenderli dopo un’uscita o chiedono se i capi non possono accompagnarli loro a messa o chiedono alle otto di sera quali sono i compiti per il giorno dopo. E poi ci sono io che a 12 anni lo faccio tornare da solo da basket anche se è buio, che gli affido il fratello piccolo e la cena sui fornelli accesi, che la mando a 9 anni a comprare da sola il latte o il pane, che non li accompagno mai agli scout perché vanno da soli, che non so cosa stanno facendo di storia o di geografia in seconda media e in quarta elementare, che faccio fare i compiti il sabato al piccolo e poi per il resto della settimana non ci penso più. E poi sono lì sul marciapiede quando scenderanno dal pullman dopo l’uscita in cui hanno cambiato i loro capi per vedere la gioia nei loro occhi, rinuncio a qualcosa di mio per vivere insieme a loro la messa a fine attività scout, ascolto dalla cucina i grandi suonare insieme il pianoforte e la clavietta, salgo sul letto del piccolo per farmi leggere due pagine del libro che ha preso in biblioteca.

Sono lontanissima dalla perfezione, lo so. E ne vado piuttosto orgogliosa.

 

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ci sono donne

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Ci sono donne da smalto sulle unghie, quelle che hanno mani perfettamente curate con lo smalto abbinato al trucco, al vestito, alla borsa, alle scarpe, alla macchina e in alcuni casi anche al golfino della figlia (rigorosamente con capelli lisci, cascate e cerchietto).

Ci sono case in cui regna l’armonia e l’ordine, pavimenti degni di una sala operatoria, piani cucina scintillanti, profumo di fiori e contemporaneamente pietanze pronte per cene equilibrate, sane e gustose.

Ci sono bambine che alle 8,20 del mattino davanti a scuola hanno la treccia lavorata laterale, con tutti i capelli che seguono un’unica direzione, ordinati e disciplinati, legati al fondo da un elastico perfetto che fa pendant con le all star.

E poi ci siamo noi.

Io col mio smalto mezzo tolto e mezzo no, perché non solo non sono capace di metterlo bene e mi ritrovo la punta delle dita viola; dopo tutta la fatica che ho fatto il giorno dopo l’infame si scalfisce a centro unghia o si ritira come se avessi grattato la carta vetro per tutto il giorno. Ho provato di tutto, dal metterne due mani (e ho l’effetto pongo perché non lo faccio asciugare abbastanza) a mettere le mani nell’acqua fredda per fissarlo (“mamma fai così, funziona. Me lo ha detto Irene” – mi dice Lucia citando l’amica di 10 anni con cui in campeggio si è messa lo smalto rosa shocking).

La mia casa, con il pavimento che conserva ricordi del passato, soprattutto sotto il divano, dove puoi trovare polvere, fazzoletti sporchi, gormiti e calzini spaiati. Le pentole che si divertono a versare l’acqua solo quando il piano cottura è pulito (non scintillante, perché io gli aloni proprio non li so togliere). Il profumo degli hamburger che trova la sua strada naturale verso le camere da letto, nonostante io abbia cucinato con la ventola che portava via e la porta del balcone spalancata.

Mia figlia, con la riga in testa più storta della storia, ingorghi di capelli che cercano di essere contenuti in un elastico colorato con fili bianchi che si staccano di lato e che probabilmente a fine giornata non sarà più in grado di contenere nulla.

Ci sono donne, case, bambine così, ne ho viste in giro. E sto cercando di eliminarle.