le notizie belle

Standard

Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.

muro di gomma

Standard

Ci sono volte che nella nostra strada troviamo muri di gomma. E sono i più difficili da affrontare.

Perché non ti ammaccano il naso e i denti, non ti lasciano segni evidenti dello scontro, ferite e tagli su cui puoi riflettere disinfettando e attaccando un cerotto. Non resta su di loro un piccolo, quasi invisibile segno del tuo impeto, della forza con cui ti ci sei lanciata contro, incurante o non pienamente consapevole dell’impatto.

Perché quando decidi di affrontare un muro sei pronto anche a scontrarti. Quando affronti una prova, sei disponibile ad elaborare una sconfitta, ti convinci che anche quella ti insegnerà qualcosa.

E invece a volte trovi un muro di gomma, che ti rimbalza indietro, come se tu non fossi mai arrivato lì contro. E quando ti ritrovi un po’ stordito, confuso e instabile al punto di partenza, ti guardi il naso, i gomiti, le ginocchia e non trovi graffi. Senti qualcosa che non funziona dentro, ma di tracce esteriori non ce n’è nessuna. Allora ti chiedi davvero se sei andato contro il muro o se hai solo pensato di andarci contro, di sfidarlo e invece non l’hai fatto (e allora controlli se davvero quella mail l’hai mandata o se hai solo pensato di farlo).

Sono i muri di gomma che ti lasciano senza parole, senza insegnamento, senza sconfitta e senza vittoria. Senza partita. Ed è la cosa più difficile non aver partita. Perché non serve allenamento, forza, armi. Serve perseveranza, fiducia in se stessi senza aver motivi per averne (o non averne, ma come al solito l’autostima abbonda), testardaggine.

Per tornare contro quel muro e provare a sfondarlo, a tagliarlo visto che più ci si va contro con forza, più lontano dall’obiettivo si viene rimbalzati.

Per cercare un altro muro, meno sordo, meno indifferente.