di bikini e burkini sul lago

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Nella connessione a singhiozzo delle vacanze leggo che in alcuni stati (anche nella mia amata Francia) si vieta l’utilizzo del burkini, il costume completo che indossano alcune donne musulmane per fare il bagno.

A luglio, con 24 adolescenti siamo andati a fare una gita al lago, per farci il bagno. Durante il resto della settimana tra le ragazze c’è chi non ha mai tolto i leggins da sotto i pantaloncini e si è sempre coperta sotto una felpa oversize, chi si è truccata e passata la cheratina sui capelli tutte le mattine, chi ha indossato short talmente corti da non lasciare quasi nulla all’immaginazione, chi camice ampie forse per nascondere un seno generoso e una corporatura esuberante, chi ha messo sempre solo jeans rotti e magliette nere.

Siamo scesi al lago, con questi 24 esemplari di giovani donne e uomini occidentali, e abbiamo fatto il bagno nel lago.

C’è chi ha sfoggiato costumi in colori fosforescenti che si vedevano anche dal confine svizzero, chi si è immerso con la maglietta, chi con i pantaloncini, chi completamente vestito, chi non si è bagnato ed è stato tutto il giorno con calze e scarpe da ginnastica rigorosamente allacciate. E poi ci siamo stati noi 6 adulti, che abbiamo esposto il nostro corpo in costumi imprestati, con i nostri rotolini, il nostro pallore, le nostre imperfezioni con cui forse abbiamo fatto pace (o forse non abbiamo mai veramente litigato).

Abbiamo fatto il bagno tutti insieme, abbiamo fatto gare di nuoto e di tuffi, giochi, schizzi e chiacchiere seduti a riva. Abbiamo preso il sole e mangiato insieme. E i nostri corpi, il nostro modo di bagnarci, di vestirci o svestirci raccontava qualcosa di certo (il campo era sulla narrazione, come avrebbe potuto essere diverso?). Ogni racconto era ugualmente dignitoso, rispettoso degli altri e della nostra cultura, in parte comune e in parte diversa. Ogni donna e ogni uomo si è sentito libero di godersi la giornata al lago e il bagno (o il non bagnarsi) secondo i propri bisogni e la propria sensibilità.

Non c’erano burkini o bikini, semplicemente c’erano persone insieme. Che guardavano oltre i vestiti e oltre i corpi per vedere quello che di vero e profondo c’è: la nostra umanità, nuda e cruda.

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la prima volta, di carta e inchiostro

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Ho fatto una cosa piccola piccola, che però mi emoziona. Talmente piccola che ne ho parlato poco, che mi ha emozionato talmente tanto che forse in alcuni istanti avrei preferito essere sola, senza nessuno.

Perché tutto quello che mi riguarda mi sembra piccolo e insignificante, perché ogni traguardo che raggiungo mi sembra un obiettivo che chiunque avrebbe potuto raggiungere. Perché nel mio caso non si tratta di vedere l’erba del vicino sempre più verde, in un moto di invidia e insoddisfazione per ciò che si ha. Ma guardare la propria erba, sufficientemente verde, e pensare che è così perché è piovuto molto, non perché io possa avere qualche merito. O qualche talento.

Però, se esco fuori dalla mia riservatezza sabauda e penso a come mi sento, posso dire che ci sono cose che mi fanno proprio stare bene e una di queste è scrivere. Ci sono cose che mi fanno sentire “completata”, come forse si sente un puzzle quando una mano gigante inserisce l’ultimo pezzo. Quando finisco di scrivere qualcosa, che sia un post a cui tengo o un claim per il salame o una lettera per descrivere l’orgoglio della città in un evento, io mi sento così: composta come ero probabilmente prima che un macchinario mi dividesse in pezzetti tutti diversi tra loro, allineata alla perfezione e senza più spazi vuoti.

Oggi ho preso in mano un libro, fatto di racconti. E uno di questi è il mio. “Nessun rumore intorno”: adesso esiste non più solo sul mio computer, ma vive di carta e inchiostro. Ed è bello. È una cosa piccola, ma non posso non ammettere che sia bello.

tra il dire e il fare (c’è di mezzo un anno)

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Un anno fa o poco più, un amico (che non vedevo da molto tempo) mi ha chiesto di scrivere dei campi estivi che organizzava con la sua associazione, Toscience. L’ho fatto qui e la richiesta mi aveva lusingato, perché riconosceva il valore del mio scrivere qui, qualcosa che avevo sempre pensato fosse utile solo per me e non per altri.

Qualche mese dopo, quello stesso amico mi ha detto che aveva in mente un progetto nuovo e aveva pensato a me. Ed è iniziata una nuova avventura, per costruire un campo sul racconto e sulla narrazione per ragazzi, tra i 14 e i 16 anni. Un campo che forse in tanti avrebbero voluto mettere in piedi o frequentare. Ma non l’hanno fatto e così ci proviamo noi per primi.

Ci proviamo noi perché siamo sufficientemente spensierati e leggeri per aver voglia di metterci in gioco professionalmente e personalmente. Ci proviamo noi perché i racconti e le storie sono così dentro alle nostre vite che organizzare un campo su questi temi è naturale come respirare e coinvolgente come guardarsi dentro. Ci proviamo noi perché sappiamo che incontrare ragazzi e ragazze e ascoltarli e lasciarsi attraversare dalle loro parole e dai loro silenzi è un privilegio che non vogliamo lasciare ad altri.

Ci proviamo noi, Fabio, Sara, Andrea e Serenella. E mentre prepariamo il campo ci scopriamo, ci leghiamo l’uno all’altro, mangiamo insieme e parliamo di libri, incontriamo i figli dell’uno e dell’altro ed entriamo nelle nostre case.

Tra il dire di un campo e farne uno c’è di mezzo molto, ma anche poco. Molto perché serve la voglia di mettersi in gioco e buttarsi in una nuova avventura. Poco, perché mentre parliamo, 7 minuti dopo la mezzanotte, il primo campo estivo dedicato alla narrazione per ragazzi dai 14 ai 16 anni, prende forma e tra poco più di due mesi sarà reale.

senza mezze misure

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Oggi andando a scuola, Lucia racconta alla cugina un libro che le ha letto la maestra in classe.

– Il libro si chiama Cipì e parla di un uccellino, cioè di un uccello che l’ultimo dei suoi piccoli voleva chiamarlo Cipì e allora l’ha chiamato Cipì. Scusa se voleva chiamarlo così, perché non poteva? E poi uno che non gli piacevano gli uccelli, un uomo… –

– Dì un tizio, non un uomo –

– No, voglio dire un uomo. Un uomo che a lui non gli piacevano gli uccelli … –

– Ma devi dire un tizio, non un uomo – ritorna sulla questione la cugina.

– Io voglio dire un uomo. Allora, un uomo che non gli piacevano gli uccelli… –

– Ma è meglio dire un tizio –

Non ce la faccio più e anche se so che nei discorsi dei piccoli non bisogna infilarsi perché se la devono sbrigare tra loro e perché seguono una logica che tu adulto non puoi capire, intervengo.

– Ragazze, continuate a ripetere la stessa cosa. Tu A. non interromperla più e tu Lucia vai un po’ avanti nel racconto, altrimenti non si capisce la storia –

– Alla fine si sposano –

La ragazza non conosce le mezze misure.

quando c’è l’amore

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Quando c’è l’amore si diventa capaci di superare ostacoli insormontabili. L’età, o meglio la differenza d’età, smette di essere un problema. Stesso discorso per la monogamia, scelta il cui valore è decisamente sopravvalutato e che dovrebbe essere rimesso in discussione.
Quando c’è l’amore basta avvicinarsi l’uno all’altro per creare intimità e spegnere il rumore intorno.
Oggi, aspettando che Jacopo esca dallo spogliatoio di basket, in mezzo altri genitori e figli, chiacchieriamo Diego e io. E gli dico che ho conosciuto per caso il fidanzato dell’allenatrice di basket.
– Come si chiama? – mi chiede.
– Sai che non me lo ricordo? Dovrei chiederlo a C. –
– Lo conosce? –
– Certo sono fidanzati. Tu ti fidanzeresti con qualcuno che non conosci? –
Ci pensa un po’ e poi ha come una illuminazione:
– Io e te ci conosciamo… Ma tu sei una mamma, non si può. Guarda, hai l’anello –
Crescere vuol dire anche accettare la dura realtà.