è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

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epifanie

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Ci sono delle consapevolezze improvvise, che ti colpiscono dritto in faccia, nella loro evidenza, come se fossero da sempre sotto i tuoi occhi. Ognuno di noi ne vive qualcuna.

Lucia ha scoperto la lettura e non abbandona più il suo libro. Legge in balcone in montagna, finché l’aria fresca (o la cena pronta) non la costringe a rientrare. Legge sdraiata sulla coperta su cui abbiamo fatto il picnic, con intorno le mucche e la nuova amica appena scoperta. Legge al mattino, nella penombra e invidio molto la sua vista che le permette di distinguere le parole anziché vederle come piccole formichine.

Jacopo ha (ri)scoperto che scrivere è bello e prepara post per il suo nuovo blog, programma le pubblicazioni quando sarà al campo scout e si porta in montagna il computer.

Diego invece non ha ancora scoperto che sono tornata dopo le mie varie trasferte lavorative di inizio estate e di tanto in tanto mi ferma, mi abbraccia e mi dice “mi manchi” “ma se sono tornata?” “non importa, mi manchi lo stesso”.

Io scopro che non ho più vent’anni e un campo con 26 adolescenti è fisicamente provante, tanto che ho ancora sonno arretrato, anche se sono tornata da 6 giorni. Che 26 adolescenti sono una scoperta quotidiana, bella con la loro forza e i loro dubbi, faticosa con le loro sfide continue e la loro capacità di manipolazione (di alcuni), che mi lascia senza parole e preoccupata. Che faccio un lavoro difficile da descrivere e raramente percepito come tale. Che il mio lavoro è bello e non è mica necessario fare fatica per considerarlo degno di questa definizione.

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Ci sono quelli che non riescono a guardarti negli occhi mentre ti parlano tanto sono timidi e poi sfoggiano capelli dai colori e dai tagli improbabili, quanti sfrontati.

Ci sono quelli che sembrano acque tranquille e poi basta una domanda per trasformarli in torrenti saltellanti e carichi di spinta.

Ci sono quelli che contestano ogni cosa e sono quasi sempre polemici, ma poi sono sereni e allegri, capaci di esprimere la loro opinione e consapevoli del fatto che hanno dei talenti, magari non sanno bene quali siano ma sanno che prima o poi verranno fuori.

Ci sono quelli che dicono sempre “scusa” e “grazie infinite” e temono che qualcuno si offenda o si possa sentire discriminato per ogni loro pensiero e allora non lo esprimono. Il loro corpo, i loro movimenti nello spazio, i loro occhi e le loro parole raccontano una sofferenza enorme, troppo grande per quei 17 anni, troppo totale per non soffocare tutta la vita che hanno davanti.

Ci sono quelli che non vanno più a scuola, che vedi fumare dalla finestra di camera loro che si affaccia sul tuo stesso cortile, che riempiono con i propri amici l’ascensore e sbattono i loro corpi contro le pareti e le porte, rischiando di romperle. E tu corri per 8 piani di scale per arrivare in tempo a trovarli nell’androne, per dirgli che essere maleducati non è rivoluzionario, essere menefreghisti non è figo, rovinare le cose comuni è stupido. E per fissare i tuoi occhi nei suoi, perché lui si ricordi che chi sta parlando è qualcuno che l’ha visto alle recite della scuola materna, alle uscite scout, agli allenamenti di calcio. Qualcuno che gli vuole bene e non può accettare di stare in silenzio quando lo vede sprecare la sua vita.

Ci sono quelli che si agitano per l’esame di terza media e ripetono lo schema che hanno preparato alla nonna e non vogliono adulti ad ascoltare, solo i loro amici. E poi quando l’esame è finito, escono felici e saltellanti da scuola, parlando a ruota libera, finalmente sorridendo.

Ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che stanno affrontando la vita che si srotola davanti ai loro occhi. E poi ci siamo noi, gli adulti, le donne e gli uomini che cercano un passo sufficientemente stabile, per dar loro sicurezza, e leggero, per entrare nella loro vita in punta di piedi.

Non so quale sia il compito più difficile, se il loro o il nostro. So che tutti e due sono indispensabili.

inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

il diritto di essere loro

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I bambini hanno diritto di sbagliare: i compiti, il tiro libero a basket, la verifica di geografia, il modo di reagire nella discussione con l’amico. Domenica sera ho controllato i compiti di Diego, seconda elementare, e ho trovato un errore nell’interpretazione di una domanda. Gliel’ho fatto notare, gli ho spiegato perché aveva sbagliato e lui mi ha risposto “ho capito, però non lo correggo. Lo corregge la maestra” e ha ragione, che se gli errori si correggono sempre in anticipo non serviranno mai a farci imparare qualcosa.

I bambini hanno diritto di cambiare, di diventare diversi da com’erano ieri e hanno diritto che chi gli sta di fianco veda questo cambiamento. “Sei sempre in ritardo! Non metti mai a posto le tue cose! Fai sempre i capricci!”: dico ogni giorno frasi di questo genere e non vedo quanto loro non siano così appiattiti come le mie parole li dipingono. A volte perdono tempo al mattino vestendosi, ma altre volte sono precisi e puntualissimi; spesso i loro quaderni restano per giorni interi sul tavolo del soggiorno, ma molte altre volte si sforzano di ricordarsi di metterli a posto; ci sono i momenti in cui fanno i capricci come se avessero due anni e quelli in cui si dimostrano maturi e comprensivi, anche se le cose non vanno come loro avrebbero voluto.

I bambini hanno diritto di avere delle aspettative: le loro sul mondo e quelle che gli altri hanno su di loro. Non viviamo soli e isolati nell’universo e ciò che succede intorno a noi ci riguarda e ci influenza, cambia la nostra quotidianità e il nostro modo di essere, di bambini e di adulti. Avere (e ammetterlo) delle aspettative sugli altri è normale e sano, perché vuol dire mettersi in relazione. Avere delle aspettative sui bambini vuol dire dare valore al loro essere nel nostro mondo, considerarli persone che hanno un ruolo nella nostra vita, una responsabilità. E si cresce solo se qualcuno ci da delle responsabilità, commisurate alle nostre possibilità, ma reali, non tanto per farci sentire importanti.

I bambini hanno diritto di chiedere scusa e di avere qualcuno a cui chiederlo: perché vuol dire che dopo il loro errore quella persona è ancora lì, non ha chiuso la porta, non li ha lasciati soli nello sbaglio. È ancora lì per aspettare che si accorgano dell’errore e che trovino il coraggio e le parole per ammetterlo, ascoltare e forse accettare le loro scuse, ascoltare la loro consapevolezza. Hanno diritto che dopo lo sbaglio ci sia ancora un adulto che gli dica che loro non sono il loro errore e che possono continuare a camminare, correggendo ciò che non è stato fatto bene, imparando da entrambe le esperienze: dallo sbagliare e dal chiedere scusa.

I bambini hanno diritto di camminare da soli, ma di crescere in una comunità: che è una famiglia piuttosto larga, fatta di amici, compagni di classe, fratelli e sorelle maggiori e minori, anziani, adulti e bambini, insegnanti, allenatori, educatori, compagnie che sanno essere buone o cattive a seconda dei momenti, genitori biologici e acquisiti.

I bambini e i ragazzi hanno diritto di essere amati e ascoltati, accompagnati e accolti. Di essere pensati nelle nostre giornate e nei nostri progetti, di avere il loro spazio come persone e non solo quello riservato a loro come nostri figli. Hanno diritto di essere loro e non solo nostri.

a Rimini ho visto 

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A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

forse non c’entra niente, o forse si

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Forse non c’entra niente la lite davanti alla scuola elementare di lunedì mattina per una macchina in doppia fila e un insulto lanciato con leggerezza, nonostante il torto evidente. Forse quella furia che porta un uomo di mezza età a prendere a pugni in faccia e a strattonare per i capelli una donna, non ha alcun legame con altre violenze.

Forse l’aggressività dei genitori e degli allenatori sugli spalti e le panchine di qualsiasi campionato locale di calcio o di basket, che contestano l’arbitro, applaudono ragazzi che strattonano gli avversari prendendoli dalla maglietta, urlano ordini con violenza a chi sta giocando in campo, non sono collegati ad altri atteggiamenti aggressivi e violenti.

Forse le frasi “fatti furbo”, “prima gli italiani”, “gli zingari rubano i bambini”, “non vogliamo i profughi nel quartiere perché c’è un asilo”, le liste che classificano le presunte doti delle donne dell’est, i cappi in parlamento, le monetine lanciate, il movimento dei forconi che passa arrogante e con aria violenta sotto la finestra dell’ufficio, le battute su tedeschi e kapò, le vetrine imbrattate o rotte durante una manifestazione, la polizia schierata in assetto antisommossa al corteo del primo maggio, appena dietro di noi, sono tutta un’altra storia. Diversa rispetto a chi si lancia con un fuoristrada su un ponte affollato di gente, in un mercatino di natale, tra le persone col naso in sù in attesa dei fuochi d’artificio.

Forse i percorsi sono diversi. O forse no. Nel dubbio proverei ad abbassare i toni, a educare i ragazzi al rispetto e al senso della misura, a smettere di urlare e iniziare ad ascoltare, a conoscere e astenersi dai giudizi, a riscoprire la bellezza della complessità anziché adagiarsi in comodi e insulsi stereotipi.

Forse siamo ancora in tempo. O forse no e arriveremo a toccare il fondo, provando poi a rialzarci.