i vestiti (di casa)

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Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

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siam tutti qui sull’autobus

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– Scusi, lei è la mamma di Jacopo? –

– Si –

– E anche di Diego? Io li conosco perché gioco a basket –

– Sono anche la mamma di Lucia, ma lei non gioca s basket e quindi non la conosci… –

– No, lei non la conosco –

Chi mi identifica come madre dei miei figli maschi è un bambino di quinta elementare, piccoletto, col cappellino verde come tutti gli altri compagni con cui sta andando a fare un’attività al Sermig, per scoprire che nel mondo non nasciamo tutti uguali. Mi parla di basket, dell’allenatrice e poi mi presenta un suo compagno che sta proprio lì di fianco.

– Lui è arrivato lo scorso anno da noi, prima viveva in Brasile –

– A San Paolo – mi dice il compagno

– Poi è andato in Germania –

– No, in Giappone, perché io sono anche un po’ giapponese –

– Lui vorrebbe andare in Giappone – dice il baskettaro indicando un biondino, riccioli nascosti dal cappellino verde girato al contrario, apparecchio in bocca.

– Si, io vorrei andare in Giappone – conferma togliendosi l’apparecchio per parlare.

– Rimettiti l’apparecchio che se il tram frena e ti cade si rompe e sono sicura che i tuoi genitori non sarebbero felici – gli consiglio pensando a mia figlia un anno fa con l’apparecchio in mano su un tram strapieno.

Il viaggio prosegue, chiacchierando di come vengono a scuola, se a piedi o in macchina, di maestri samurai, di quale moneta si usi in Giappone, di lingue da imparare, di consigli della maestra. Quando mi guardo intorno vedo una signora elegante e truccata che tira su un bambino per aiutarlo a sedersi su un posto alto per lui, un uomo di 50 anni che ascolta le nostre chiacchiere e sorride, una ragazza che protegge dalle cadute le bambine che chiacchierano e giocano a stare in equilibrio.

Non sono più sul 4, sono sull’autobus di Bertoli, quello in cui la voglia di parlare diventa contagio, le voci dei bambini sono una musica, i loro pensieri detti ad alta voce sono aria fresca. “È nuovo in questo giorno l’autobus del mattino”.

allenatori alla vita

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“Lucia oggi è stata molto brava. Ha tenuto il suo ritmo e alla fine ha accelerato. Complimenti!”

Ci sono allenatori che ti stimolano a migliorare, aiutandoti a riconoscere le tue capacità, il valore del tuo sforzo, la tua progressione e il tuo percorso. E ci sono allenatori che ti umiliano, che non “sprecano tempo” con te, che in gara evidenziano quello che non hai saputo fare (“non la farai mai la ruota sulla trave”) anziché sottolineare il coraggio che hai messo nel provarci, anche se era possibile che tu non ce la facessi.

Ci sono allenatori che in gara non si fermano al risultato del singolo, ma costruiscono la squadra, mettono insieme i ragazzi anche in un sport individuale. E poi ci sono gli allenatori a cui il tuo risultato non basta mai, che alimentano la competizione tra compagni di squadra, senza un minimo di rispetto per l’impegno di ciascuno.

Ci sono allenatori che educano e accompagnano nella crescita gli atleti, che li spingono alla responsabilità e all’autonomia, che li vedono come persone sfaccettate. E poi ci sono allenatori per cui ogni agonista è solo una pedina in più per dimostrare il proprio valore, che li tengono legati a sé attraverso i ricatti e i sensi di colpa, che li lasciano indietro non appena i ragazzi contestano qualcosa.

Dopo anni di agonismo nella ginnastica artistica, Lucia è passata all’atletica e finalmente ha trovato un allenatore del primo tipo. Stiamo curando le ferite lasciate da chi c’è stato prima, da chi umiliava anziché educare. Ma non siamo soli a farlo. Dalla sua parte, Luci ha i suoi allenatori di atletica e la strada fatta insieme è sempre più ricca.

è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

epifanie

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Ci sono delle consapevolezze improvvise, che ti colpiscono dritto in faccia, nella loro evidenza, come se fossero da sempre sotto i tuoi occhi. Ognuno di noi ne vive qualcuna.

Lucia ha scoperto la lettura e non abbandona più il suo libro. Legge in balcone in montagna, finché l’aria fresca (o la cena pronta) non la costringe a rientrare. Legge sdraiata sulla coperta su cui abbiamo fatto il picnic, con intorno le mucche e la nuova amica appena scoperta. Legge al mattino, nella penombra e invidio molto la sua vista che le permette di distinguere le parole anziché vederle come piccole formichine.

Jacopo ha (ri)scoperto che scrivere è bello e prepara post per il suo nuovo blog, programma le pubblicazioni quando sarà al campo scout e si porta in montagna il computer.

Diego invece non ha ancora scoperto che sono tornata dopo le mie varie trasferte lavorative di inizio estate e di tanto in tanto mi ferma, mi abbraccia e mi dice “mi manchi” “ma se sono tornata?” “non importa, mi manchi lo stesso”.

Io scopro che non ho più vent’anni e un campo con 26 adolescenti è fisicamente provante, tanto che ho ancora sonno arretrato, anche se sono tornata da 6 giorni. Che 26 adolescenti sono una scoperta quotidiana, bella con la loro forza e i loro dubbi, faticosa con le loro sfide continue e la loro capacità di manipolazione (di alcuni), che mi lascia senza parole e preoccupata. Che faccio un lavoro difficile da descrivere e raramente percepito come tale. Che il mio lavoro è bello e non è mica necessario fare fatica per considerarlo degno di questa definizione.

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Ci sono quelli che non riescono a guardarti negli occhi mentre ti parlano tanto sono timidi e poi sfoggiano capelli dai colori e dai tagli improbabili, quanti sfrontati.

Ci sono quelli che sembrano acque tranquille e poi basta una domanda per trasformarli in torrenti saltellanti e carichi di spinta.

Ci sono quelli che contestano ogni cosa e sono quasi sempre polemici, ma poi sono sereni e allegri, capaci di esprimere la loro opinione e consapevoli del fatto che hanno dei talenti, magari non sanno bene quali siano ma sanno che prima o poi verranno fuori.

Ci sono quelli che dicono sempre “scusa” e “grazie infinite” e temono che qualcuno si offenda o si possa sentire discriminato per ogni loro pensiero e allora non lo esprimono. Il loro corpo, i loro movimenti nello spazio, i loro occhi e le loro parole raccontano una sofferenza enorme, troppo grande per quei 17 anni, troppo totale per non soffocare tutta la vita che hanno davanti.

Ci sono quelli che non vanno più a scuola, che vedi fumare dalla finestra di camera loro che si affaccia sul tuo stesso cortile, che riempiono con i propri amici l’ascensore e sbattono i loro corpi contro le pareti e le porte, rischiando di romperle. E tu corri per 8 piani di scale per arrivare in tempo a trovarli nell’androne, per dirgli che essere maleducati non è rivoluzionario, essere menefreghisti non è figo, rovinare le cose comuni è stupido. E per fissare i tuoi occhi nei suoi, perché lui si ricordi che chi sta parlando è qualcuno che l’ha visto alle recite della scuola materna, alle uscite scout, agli allenamenti di calcio. Qualcuno che gli vuole bene e non può accettare di stare in silenzio quando lo vede sprecare la sua vita.

Ci sono quelli che si agitano per l’esame di terza media e ripetono lo schema che hanno preparato alla nonna e non vogliono adulti ad ascoltare, solo i loro amici. E poi quando l’esame è finito, escono felici e saltellanti da scuola, parlando a ruota libera, finalmente sorridendo.

Ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che stanno affrontando la vita che si srotola davanti ai loro occhi. E poi ci siamo noi, gli adulti, le donne e gli uomini che cercano un passo sufficientemente stabile, per dar loro sicurezza, e leggero, per entrare nella loro vita in punta di piedi.

Non so quale sia il compito più difficile, se il loro o il nostro. So che tutti e due sono indispensabili.

inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.