i vestiti (di casa)

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Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

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nulla da dimostrare

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Riunione di prima elementare, 50 genitori o poco meno seduti su sedie troppo basse davanti a banchi che arrivano alle ginocchia, con pennarelli dispersi sotto e disegni su fogli di recupero. Di fronte due maestre, una più giovane di circa la metà dei genitori, un’altra più vecchia, di una decina d’anni, quelli che aiutano a mettere una distanza.

– Io non ho niente da dimostrare a voi genitori, vi dovete fidare di me perché io sono la maestra di questa scuola –

Avrei potuto indispettirmi per questa frase perentoria, detta guardandoci negli occhi, uno per uno. Avrei potuto pensare che quella maestra è un’arrogante e che discuteremo per i prossimi 5 anni. Avrei potuto ascoltare con molto sospetto tutte le cose che avrebbe detto nel resto della riunione.

E invece mi sono sentita rilassata e serena dopo questa affermazione così sicura, netta, indiscutibile (nel senso che non chiede di aprire una discussione). Rilassata perché se una una maestra sente di non aver niente da dimostrare a me mamma, saprà fare le sue scelte educative secondo coscienza e non secondo convenienza o cercando il consenso di noi genitori. Se non ha niente da dimostrare non pretenderà che io dimostri qualcosa a lei e così potremo incontrarci e parlare di quel ragazzo di sei anni che interessa a tutte e due, mettendo lui al centro e non noi due. E poi quella maestra a me ha già insegnato una lezione: che è importante vivere le proprie relazioni, senza aver nulla da dimostrare.

Allora decido che non ho da dimostrare le mie attenzioni ai miei figli, ho da occuparmi di loro, interessarmi alle loro attività, ascoltare i loro pensieri, condividere le nostre emozioni e crescere insieme. Se degli amici vengono a cena per la prima volta a casa mia non ho da dimostrare di essere una cuoca provetta e riempirli di cibo a non finire. Perché mangiare insieme è un pretesto per condividere una serata e connettere dei pezzi delle nostre vite e in questo la buona riuscita del cibo o ancor di più la quantità, non è così rilevante. Non ho da dimostrare la mia vicinanza e il mio affetto ai miei suoceri o alla famiglia di mio marito. Perché le cose che faccio non sono generosità, ma il normale modo di stare insieme, di prendersi cura delle persone a cui si vuole bene.

Quando smetti di dimostrare, puoi iniziare a vivere: il percorso che hai davanti, le relazioni con le persone che incontri, gli eventi che capitano sulla tua strada. E puoi fare delle scelte, sbagliare e ricominciare, crescere e raccogliere i risultati dei tuoi sforzi senza preoccuparti di cosa le persone stiano pensando di te. Mi prendo questo impegno: di cercare di fare le mie scelte non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per rispettare la mia intelligenza e la mia coscienza. Di essere quello che sono, aperta alle critiche ma serena rispetto alla mia onestà.

a volte serve ringraziare

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Questo è un post pieno di link, perché è un post di ringraziamenti, che a volte ci si rende conto che è il momento di farli.

Nella forma non sempre definita che ha assunto il mio lavoro da quando sono rimasta senza lavoro, ci sono degli aspetti faticosi, ma anche delle belle scoperte o riscoperte. Una di questa è accorgersi di quanto quello che è sempre stato il modo di occupare il mio tempo libero, cioè pensare al territorio che abito come a un posto da far crescere insieme ad altri, pensare ai rapporti tra le persone come maglie di una rete che ci tiene insieme e che ci porta più lontano, possa diventare qualcosa da fare nel tempo occupato. Un’altra è sostenere con forza e azioni che l’educazione è il centro delle nostre possibilità di sviluppo. Tutto parte da lì, passa da lì e ritorna lì: dai bambini a cui insegnare a essere autonomi, a mangiare tutti insieme, a prendersi cura delle cose proprie e di quelle in comune con gli altri, ad amare e curare il posto in cui vivono; dai ragazzi a cui dare diritto di pensiero e di parola, a cui insegnare l’equilibrio e il rispetto degli altri, a cui far vedere che il mondo è fuori dalla finestra.

E allora, per questa estate di scoperte lavorative e non solo, ringrazio Toscience per avermi dato la possibilità di riscoprire la meraviglia dei ragazzi e i loro talenti pronti a sbocciare; Pop Economix per avermi anche quest’anno coinvolto nell’organizzazione di Percorsi tra economia e felicità, la sezione dell’ISAO festival che sa far dialogare i concetti apparentemente astratti dell’economia con le pratiche quotidiane di tanti uomini e donne; VOV102 perché anche la decisione di dove comprare per la propria famiglia può diventare quella scelta politica che ho promesso di fare quotidianamente quando ho preso la partenza agli scout; Usato&Donato perché nello scambio e nel dono ieri ci siamo portati a casa qualcosa che non si indossa e non si consuma, ma si vive attraverso la relazione con gli altri; Officine Creative Cecchi Point perché hanno offerto a bambini e adulti la possibilità di costruire qualcosa con le proprie mani e di scoprire che i gesti, le competenze manuali e gli oggetti possono esprimere quello che siamo e questo è un dono prezioso; La Casa di Gionni perché raccontare le storie è una responsabilità fondamentale, perché una società senza storie (e senza memoria) è una società più povera, più debole, più vulnerabile.

Oggi mi sento più ricca e anche più bella. Perché è di fianco agli altri che possiamo splendere davvero, non di luce propria né di luce riflessa, ma di luce comune.

un’estate sola non ci basta 

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Venerdì siamo stati a cena dagli zii e abbiamo visto amici che non frequentiamo quanto vorremmo, cugine e cugini che dobbiamo ancora imparare a conoscere.

Domenica siamo andati a cena a una festa di partito con gli amici che vediamo spesso ed è vero che passeremo il prossimo weekend insieme, ma saremo in tanti e non riusciremmo a chiacchierare per bene.

Lunedì abbiamo finalmente conosciuto l’ultima arrivata nella famiglia degli amici che vivono lontano. Abbiamo parlato di politica, di progetti comuni, di figli. E ci siamo lasciati con un invito a vederci ancora prima di settembre, in campagna da loro.

Mercoledì ero a cena con gli ex colleghi, occasione per aggiornarci sulle nostre vite e riallacciare i nostri percorsi.

Venerdì sono venuti i nonni a festeggiare il compleanno di Jacopo e abbiamo parlato dei piani dell’estate, decidendo quando i 4 nonni si porteranno via 5 nipoti.

Sabato siamo partiti per un weekend in campagna in 21. In macchina la tenda e i sacchi a pelo, il pane per la colazione e i giochi di società, i palloncini per giocare a gavettoni. Tutto quello che serve per godersi il tempo insieme.

Oggi torniamo verso casa, dietro dormono tutti, io sto per seguirli quando vengo risvegliata dalla suoneria di whatsapp del mio telefono “Martedì festeggiamo il nostro anniversario in collina con un po’ di amici, ci siete?”. Come no, per adesso abbiamo impegnati solo lunedì, mercoledì e venerdì.

Un’estate sola non ci basta per questa socialità senza limiti.

veloce e lento

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Ho un balcone pieno di piante e ne vorrei ancora di più. Vorrei un pezzo di giardino in cui poter piantare una magnolia, al centro, per poter fare merenda sotto la sua chioma d’estate; vorrei pianta una camelia e ortensie viola e blu, come quelle che c’erano nel cortile della casa al mare della mia amica a Camaiore.

Però vivo a due passi dalla piazza in cui partono i pullman che raggiungono mezza città e non potrei mai pensare di avere una sola scelta una volta uscita di casa: di panetteria o macellaio, di cartoleria o mezzo di trasporto da usare.

Sono un’integrata e un’apocalittica insieme, amo la velocità e la lentezza quasi nello stesso momento. Perché in sé non c’è nulla di negativo in loro, basta distinguere in cosa essere veloci e in cosa lenti, in cosa integrati e in cosa apocalittici.

Amo la velocità quando devo pagare qualsiasi cosa e la carta di credito contactless che non richiede pin, firme, verifiche dei documenti e altre procedure è qualcosa di geniale. Come il prestospesa al supermercato, il self service dal benzinaio e i bonifici on line. Non capisco le code alla posta o davanti alla banca, non so compilare un assegno, le raccomandate sono messaggi che arrivano direttamente dagli anni 90.

Amo prenotare le visite mediche on line (e si può fare in alcuni ospedali pubblici di Torino), ricevere il referto degli esami del sangue via mail, consultare le circolari della scuola media sul registro elettronico, concordare la data per una riunione tra 15 persone tramite google calendar, acquistare da casa i biglietti per un viaggio, una mostra, il cinema.

Perché così mi rimane più tempo. Per una chiacchierata con un’amica, per una cena, per un film, per curare le mie piante, per leggere un libro, per conoscere una città, per visitare un museo.

Amo la velocità per gli aspetti burocratici e organizzativi della mia vita, la lentezza per la vita stessa.

ho sentito parlare della mia vita

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Ieri sera ho sentito parlare della mia vita.

Ho sentito descrivere mio figlio 11enne e il suo consumo senza controllo di beni, esperienze, opportunità, nella ricerca affamata e insaziabile di “prendere la realtà e mettersela dentro”. Ho sentito descrivere come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, possa portare alla stagnazione (fare sempre la stessa cosa, nello stesso modo, senza modifiche) o alla generatività, cioè “contribuire alla società mettendo fuori da sé ciò di cui si è capaci”.

Ho sentito parlare della mia insoddisfazione per quei mesi di non lavoro o di ricerca di una nuova forma di lavoro nonostante i sussidi al reddito, perché ciò di cui abbiamo bisogno tutti non è solo di un reddito di cittadinanza, ma di un “lavoro di cittadinanza” cioè di un mezzo attraverso il quale e con il quale affermare noi stessi e partecipare alla produzione di valore.

Ho sentito parlare della fatica e testardaggine mia e di Flavio (e di alcuni altri genitori, non tanti, ma alcuni si) nel continuare a educare i nostri figli a vedere gli altri come amici, non come lupi. Amici con cui puoi litigare, discutere, da cui puoi essere deluso, ma da cui non devi difenderti. E continuiamo con testardaggine, nonostante la fatica, perché è vero, come è stato detto ieri, che “il meccanismo della virtù è più potente di quello del vizio”.

Ho sentito dire che in questa fase in cui dobbiamo trovare un nuovo modo di navigare nell’oceano una risposta possibile (e forse quella vincente) è mettere al centro le relazioni, in ogni aspetto della nostra vita. E io ero lì, seduta in platea, proprio grazie alle relazioni costruite negli anni.

Ieri sera sono andata a un dialogo sull’economia “Buona, generativa, civile. Dialogo sull’economia felice” organizzato da ISAO Festival e da Pop Economix. E ho sentito parlare della mia vita.