il prima e il poi (l’io e il noi)

Standard

Nota: il post è da leggere ascoltando una canzone di Gaber (a caso); se non sapete quale scegliere suggerisco questa “La parola io“.

Prima c’è il diritto, quello di livello alto, “costituzionale”, inalienabile, inappellabile, insuperabile (come il tonno).
Poi c’è la scelta di vivere in una comunità e di accettarne le regole di comportamento, le prassi, i principi morali.

Prima c’è la patria potestà, che poi si potrebbe anche dire “e qui comando io, e questa è casa mia”, con la non sottile differenza che il qui è un figlio e la casa è qualsiasi posto egli frequenti, dalla scuola al campo di basket, dall’oratorio al corso di inglese, dall’estate ragazzi al campo scout.
Poi c’è la scelta di delegare un pezzo della propria patria potestà ad altri (gli insegnanti, gli allenatori, gli animatori, i capi scout) perché in ogni ambito che nostro figlio frequenta ci sia qualcuno che definisce regole per un gruppo (e non solo per lui) con lo scopo di costruire insieme il bene comune.

Prima ci sono i principi, su cui non si può transigere, che non vanno mai messi in discussione, che pretendono guerre sante e nuove crociate per affermarli, oltre ogni ragionevolezza. Che parlano spesso di forma, quelli per cui “il fine giustifica i mezzi”.
Poi ci sono i valori, quelli che non dovrebbero essere negoziabili, quello che richiedono umanità ed empatia per essere affermati e diffusi, come un contagio positivo che ci lascia più umani e interi. Che parlano di contenuti, quelli per cui non puoi distinguere tra fini e mezzi, è un tutt’uno.

Prima ci sono io.
Poi ci siamo noi.

Per adesso siamo nel prima. Impantanati in questa libertà che possiamo anche tradurre con “facciamo il cazzo che ci pare”. Barricati dietro la patria potestà che diventa “tu a mio figlio non puoi dire niente, solo io lo posso educare”. Armati di principi (e questioni di principio) che ci impediscono di avere mani, mente e cuore libero per parlare e confrontarci sui valori, sulla senso di comunità e solidarietà, sulla costruzione e responsabilità verso il bene comune. Sull’io, prima persona singolare, che non ammette il plurale.

Forse arriveremo al poi (e al noi), ma stasera non vedo la strada.

Annunci

la libertà, non è star sopra un albero

Standard

C’è una canzone di Gaber che per tanti anni, quelli dell’adolescenza e dell’impegno, è stata un mantra che ho ripetuto a tante assemblee studentesche: la libertà non è star sopra un albero.

Non disconosco queste parole e la passione con cui le ho pronunciate così spesso, invitando gli altri all’azione, anche quei compagni di classe che facevano del silenzio assenso la loro bandiera (e dell’assenza alle manifestazioni il loro modus operandi). Non disconosco l’invito all’azione quale spontaneo e naturale completamento di questo verso. Ma credo che siamo in tempi in cui serva anche dire che la libertà non è neanche scendere dall’albero e costruire con la forza il mondo “giusto” che abbiamo in mente.

Non è libertà reagire ai torti subiti a scuola, alle prese in giro, all’arroganza altrui, agli atti di bullismo prendendo una pistola e sparando a perfetti sconosciuti come in “Un giorno di ordinaria follia”.

Non è libertà decidere che i disabili non siano degni di abitare questo mondo e ucciderne 19, per liberare la terra da queste persone. Non è libertà lasciare una recensione indignata su tripadvisor perché nell’albergo in cui si soggiornava coi propri figli ci sono anche molti ragazzi disabili e sostenere che “non è un bello spettacolo per i miei figli”.

Non è libertà portare una bambola gonfiabile sul palco di un comizio pubblico e definirla la sosia della presidente della Camera. Non solo perché è offensivo nei confronti del presidente della Camera, ma perché è offensivo nei confronti di qualsiasi donna.

C’è la libertà di parola, c’è il diritto ad avere una propria opinione e poi c’è la realtà e la coscienza: che ti fanno capire che certi atti sono violenti e basta, senza alcuna giustificazione; che certe opinioni sono crimini e in passato hanno portato a genocidi di massa; che gli spettacoli indegni, per grandi e piccini, sono quelli in cui non si ha rispetto per le persone e la diversità, che fa paura o sembra inguardabile solo a chi ha il cervello troppo piccolo per ragionare sul mondo fuori da lui; che certe battute non sono battute, ma offese che devono far accapponare la pelle e indignare chiunque, di qualsiasi sesso o parte politica sia.

La libertà non è star sopra un albero. Ma non è neanche scendere e farsi giustizia da soli.

toglieteci i figli

Standard

Un 16enne entra a scuola ad Ivrea con una pistola e diversi coltelli per vendicare (magari anche “solo” attraverso una minaccia) l’amica del cuore che è stata lasciata dal fidanzato. Dove ha preso le armi? Nella cassaforte del padre.

Una maestra supplente di una scuola di Torino viene circondata dai genitori dei suoi alunni di quarta elementare perché secondo loro è causa del disagio dei figli, li strattona e usa violenza psicologica nei loro confronti. Dopo il confronto la maestra va in ospedale, perché un genitore le ha messo le mani al collo. Secondo la dirigente l’insegnante è un’ottima insegnante, i bambini non sono abituati a rispettare le regole e vengono incitati dai genitori a ribellarsi.

Un’insegnante di Palermo rimprovera un bambino che ha falsificato la firma dei genitori e la mamma e il papà l’hanno querelata e chiesto un rimborso di 34mila euro per i danni psicologici derivanti dal trauma per la sgridata ricevuta.

Dei ragazzi di seconda e terza media filmano i professori e poi diffondono il video tramite whatsapp, prendendoli in giro e quando la scuola che si è accorta di tutto ciò li sospende, i genitori insorgono perché la punizione è esagerata.

Toglieteci i figli, alla nascita, fin dal primo vagito. Non lasciateli con noi che abbiamo corpi cresciuti e cervelli rinsecchiti. Non lasciateli con persone che non hanno senso del bene comune, ma allenano la propria capacità di fare i furbi e fuggire ogni tipo di responsabilità. Portateli via da ambienti in cui non riceveranno stimoli, ma solo giustificazioni per le nostre mancanze che poi, grazie ai neuroni specchio, impareranno ad applicare alle loro.

Siamo noi la piaga della nostra società. Noi adulti che aggiriamo le regole, che insegniamo a trovare le colpe e a fuggire le responsabilità, che non educhiamo ma insegniamo a sopravvivere e a barcamenarsi nel mondo, che cerchiamo i riflettori per avere un momento di gloria (che sia di gioia o di dolore non importa, l’importante è che ci sia la gloria, e il riflettore che ci illumina il viso) e non alleniamo alla fatica, alla conquista, al sacrificio per costruire qualcosa di cui andare orgogliosi.

Toglieteci i figli e forse loro, lasciati da soli, potranno essere adulti migliori.

ps. nella foto un’opera esposta a Paratissima 2016, Zanno2509 “we are a happy family”

che ragazzi stiamo crescendo

Standard

Incontro M. per la strada, appena uscita dalla scuola elementare. La faccia è quella di chi ha dormito troppo poco.

– Ieri sono stata in gita coi ragazzi, sono distrutta. –

M. fa la professoressa di sostegno alle superiori, in una scuola che ai miei tempi si chiamava “magistrali”. E porta i ragazzi in gita, questa volta solo in giornata all’expo, ma a volte anche in soggiorno.

Mi è sempre sembrata una persona normale, responsabile, come la madre di due bambine deve essere. E invece devo ricredermi: M. è una pazza, un’irresponsabile, un’amante del rischio. Perché si porta in gita i nostri figli.

Perché porta in giro nel mondo 16enni che sono abituati da noi genitori ad avere un universo costruito intorno sulla base delle loro richieste, dei loro capricci, di ciò che oggi vogliono. Perché dà autonomia a persone che sono abituate a fare quel che gli pare senza preoccuparsi delle responsabilità, ma che prendono in mano il cellulare per chiamarci immediatamente se il pullman è stato deviato dalla loro fermata abituale, per sapere come tornare a casa. Perché stringe un patto con noi genitori, un patto tra educatori, in cui ciascuno dovrebbe fare la sua parte. E non sa che tutto quello che a noi interessa è che il nostro principe o la nostra principessa non soffrano, non abbiano frustrazioni, non abbiano paletti e confini. Che siano sempre felici, che crescano senza diventare grandi.

M. e tutti gli altri insegnanti sono dei pazzi irresponsabili. Non capiscono che noi genitori stiamo crescendo dei ragazzi che hanno mani enormi, per prendere ogni cosa, per afferrare ogni possibilità, ogni esperienza. Ma hanno cuori fragili, gambe troppo deboli per muovere qualche passo sicuro su una strada, occhi immersi nella nebbia del giorno che vivono, incapaci di vedere cosa ci sarà domani e cosa vorrebbero costruire. Stiamo crescendo ragazzi impreparati per il mondo e per l’età adulta e li lasciamo a loro, che invece li portano fuori, li mettono alla prova, gli danno spazi per sperimentarsi. E quando qualcuno cade (in senso letterale o figurato) ci arrabbiamo perché non li hanno saputi sorvegliare a sufficienza, perché non sono stati sempre lì a controllarli, perché li hanno lasciati camminare con le loro gambe. Perché li hanno trattati come persone e invece noi gli abbiamo affidato dei soprammobili che nella migliore delle ipotesi abbiamo spolverato e tenuto puliti per 16 anni o più, in bella mostra nella vetrinetta del salotto.

sono cresciuta così

Standard

Sono cresciuta in mezzo alle discussioni. Con un nonno che inveiva davanti alla tv quando parlava il politico della parte avversa ed era critico anche con la propria parte, ma che andava sempre a votare (e quando dico sempre intendo dire che i giorni delle votazioni chiamava me e mia sorella, novelle elettrici, alle 10 del mattino per sapere se eravamo già andate a fare il nostro dovere).

Sono cresciuta in mezzo ai doveri. Con dei genitori che non mi hanno mai lasciato a casa da scuola perché ero stanca, perché non avevo fatto i compiti, perché la sera prima ero andata a letto tardi. Ricordo come un’eccezione l’assenza al liceo il giorno dopo l’incidente che ha ridotto in coma l’amica 16enne, perché eravamo tutti talmente sconvolti che avevamo bisogno di fermarci (ma mia mamma e mio papà andarono a lavorare lo stesso, nonostante fossero sconvolti quanto noi).

Sono cresciuta in mezzo alle responsabilità. Se facevo qualcosa, bella o brutta che fosse, ne dovevo rispondere. Ho macchiato il piumone della mia camera con l’inchiostro rosso e ho mentito spudoratamente dicendo che non era colpa mia, ma sono stata sgridata e messa in castigo da mia mamma. Ho imparato a rispondere di ciò che facevo e di ciò che pensavo, esprimendo la mia opinione e assumendone le conseguenze.

Sono cresciuta in mezzo alle regole. Che mi sono state sempre fatte vivere come indispensabili per convivere con gli altri, perché rispettare la forma è un requisito irrinunciabile per dare spazio alla sostanza. Non ho mai avuto paura delle regole, le ho messe in discussione, a volte non le ho rispettate apertamente, ma non le ho quasi mai aggirate.

Sono cresciuta in una famiglia allargata. Con parenti da amare e sopportare, con amici con cui condividere gioie e dolori, con una comunità intorno di cui sentirmi responsabile, verso la quale chiedermi quale possa essere il mio contributo.

Sono cresciuta così e mi ritrovo qui, come un marziano. In un mondo che non discute, ma sbraita, litiga e tanto poi continua a farsi gli affari propri. In un mondo in cui nell’ordine, in qualsiasi posto, si chiede prima quali siano i propri diritti, per poi dimenticarsi di informarsi sui doveri. In un mondo in cui non esistono responsabilità, ma equilibrismi per evitarle e crociate per dare le colpe (ovviamente sempre a qualcun’altro). In un mondo in cui le regole sono dettagli che seguono solo gli sfigati, quelli che non sanno come va il mondo. In un mondo abitato da famiglie monadi, incapaci di darsi orizzonti ampi, di vedere il mondo come la propria casa, il vicino come il proprio fratello, il quartiere come qualcosa di cui prendersi cura. Incapace di concepire e costruire il bene comune.

saremmo persone peggiori

Standard

– Mercoledì c’è la riunione di scuola elementare di Lucia e la prima lezione di nuoto nella nuova piscina per Diego. Tu ci sei? –

– Non lo so. –

Silenzio in auto.

– Certo che se avessimo fatto un figlio unico, adesso avrebbe 11 anni, starebbe da solo a casa, si gestirebbe le sue cose e noi non avremmo almeno 3 impegni contemporaneamente –

Così, in ritardo di circa 9 anni e mezzo, mio marito ha i ripensamenti. Non si tratta proprio di ripensamenti sui minorenni che abitano in casa nostra, diciamo che è più ansia per la vita da inseguire e per questo multitasking spinto. Che se finché sono piccoli ti sembra che uscire dall’universo dei pannolini e delle pappe ti renderà un uomo o una donna libera, in realtà non ti rendi conto che poi arriveranno le riunioni degli sport, delle scuole, degli scout, di tutte le attività che i pargoli faranno.

Ieri sera, ci ritroviamo alle 20, dopo la riunione di basket a cui sono andata con Jacopo e il recupero di Lucia a ginnastica e Diego dai nonni.

– Ho ripensato alla tua idea tardiva di avere un solo figlio –

– Sarebbe stato meglio vero? –

– Saremmo stati degli incredibili rompi scatole. Avremmo iniziato a chiedere che allenamento finisca mezz’ora prima, che sia il mercoledì anziché il venerdì perché per noi sarebbe meglio, che 3 volte a settimana sono troppe perché poi come fanno a studiare i ragazzi? Che abbiamo anche delle cose di famiglia da gestire, che le partite di domenica dovrebbero essere evitate –

In sostanza avremmo preteso che la realtà ruotasse intorno alle nostre esigenze, senza pensare che un allenamento in una palestra deve incastrarsi con tutti gli altri corsi che occupano quella palestra. Avremmo creduto che il nostro principino fatto a mano 11 anni fa non potesse essere in grado di adattarsi ai ritmi degli altri e di diventare autonomo e responsabile, anche di gestire i tempi di scuola, studio e sport.

Quando usciremo dal tunnel delle riunioni multiple, dei diari da firmare, dei saggi e delle feste di fine anno tutti coincidenti, dei campionati sportivi e della attività scout, saremo persone migliori. Più miti e disponibili col mondo, perché abbiamo passato una vita ad allenarci agli incastri e agli equilibrismi.