ricorrenze

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La festa di scuola, il mojito analcolico preparato dai ragazzi delle medie, i balli di gruppo, il mandala coi pazienti psichiatrici, il messaggio “pray for Manchester”, i bidelli che raccolgono bicchieri di plastica, i genitori che vendono torte e organizzano la pignatta, i professori che salutano nonni e fratelli minori, ragazzi e genitori.

Il lavoro intenso, il telefono che suona continuamente, le richieste continue e pressanti, il tempo che manca, i toni che si accendono, la condivisione delle responsabilità, il piacere delle cose ben fatte, il valore della capacità professionale, la formula per chiudere una telefonata “buona giornata e buon lavoro”, ripetuta agli altri e a sé.

I figli che dimenticano compiti a casa, che non portano materiali scolastici, che vengono sanzionati per le dimenticanze e valutati per le competenze, le performance di strumento, le gare di giochi linguistici di fronte a una platea nazionale, le arrabbiature e la ricerca del dialogo, il valore delle cose ben fatte, il richiamo alle responsabilità, la tensione a educare alla correttezza, alla coerenza, alla giustizia.

Il compleanno di una nipote di sedici anni, con tanti pensieri in testa, molte potenzialità, qualche pigrizia di troppo. Il ricordo di 25 anni fa, quando 16 anni li avevo io, che ritagliavo articoli dai giornali e li incollavo sull’agenda, che andavo al salone del libro e passavo lì le mie giornate, che ascoltavo trasmissioni che parlavano di politica, mafia e stragi di mafia.

Ci sono giornate che condensano significati in poche ore, in quelle che alcuni giorni sono vuote di contenuti, di avvenimenti, di cose da ricordare. Ci sono giornate in cui riesci ad allontanarti un po’ e sei in grado di capire che gli eventi quotidiani sono le tessere di scelte più grandi. Che quel richiamo alla responsabilità a un 12enne che ha dimenticato i compiti di matematica è un seme messo nella sua coscienza che germoglierà nella misura in cui continuerà a essere alimentato, che quel pallino rosso della maestra per una bugia detta, quello che fa piangere di sera tuo figlio perché si è pentito di quello che ha fatto, è un campanello che risuonerà ogni volta che si troverà a decidere come comportarsi, con quale rispetto per sé e per la verità.

Ci sono giorni in cui fai i conti e ti accorgi che 25 anni sono una vita intera e che tante delle persone di cui ti senti responsabile non c’erano il 23 luglio del 1992. E che tu hai il compito di spiegargli cosa è stato, di rendere reale quel momento, come è stato per te. E di educare e cercare insieme spiegazioni per tutte le cose che continuiamo a non capire.