le parole sono importanti

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Lo diceva Moretti in Palombella Rossa, lo penso ogni volta che ascolto un telegiornale, ce lo ha detto ieri una maestra di scuola elementare, dopo un incontro poco edificante tra insegnanti, genitori, esperto di un laboratorio svolto a scuola.

La parola importante in questo momento per me, quella di cui vorrei recuperassimo il significato, è la parola “ruolo”.

È quello che abbiamo perso quando giustifichiamo tutti i comportamenti dei nostri figli e cerchiamo le colpe dei loro sbagli o insuccessi negli altri. Se il dettato è pieno di errori di ortografia sarà la maestra che non ha scandito bene le parole, se davanti a scuola il pargolo scappa dal nostro controllo è perché i bambini sono così, vivaci e imprevedibili, se è stato espulso durante la partita di basket sarà l’arbitro che non ha visto gli errori dell’altra squadra. Cerchiamo sempre le colpe negli altri e dimentichiamo che il nostro ruolo è fare i genitori: dare regole, osservare i nostri figli e riconoscerne pregi e difetti, per aiutarli a lavorare sui primi e valorizzare i secondi per metterli al servizio di chi hanno a fianco. Amarli, incondizionatamente, senza ricatti e troppe aspettative, ma con la consapevolezza che hanno luci e ombre e quello che siamo chiamati a fare è aiutarli a diventare il meglio di loro stessi.

Vorrei che gli insegnanti si ricordassero che il loro ruolo è quello di trasmettere delle competenze e aiutare nella crescita, osservando ciascun bambino o ragazzo e costruendo un percorso personalizzato, adatto a ciascuno. Testimoniando, con il loro comportamento, con il tono della loro voce, con il loro modo di stare in classe il rispetto per gli altri, il dialogo che è l’unica strada per vivere in maniera costruttiva il conflitto e uscirne avendo imparato qualcosa. Vorrei che si ricordassero che noi genitori siamo qualcosa di diverso da loro, che con noi devono avere un atteggiamento di condivisione di intenti e collaborazione, anche di complicità. Mai di compiacimento o subalternità, mai arroganza o superiorità.

Vorrei che le istituzioni ricordassero il loro ruolo di garanti dei diritti di tutti, di servi dello Stato, di progettato ed esecutori di politiche a lungo termine, volte allo sviluppo e all’evoluzione della nostra società. Vorrei che noi cittadini sentissimo di nuovo sulle nostre spalle il ruolo di costruttori di una comunità solidale, equa, rispettosa degli altri, regolata dai diritti e non dalla furbizia.

Se alzandoci la mattina avessimo la parola “ruolo” scritta in fronte, tatuata nella nostra coscienza andremmo per il mondo consapevoli della nostra responsabilità, capaci di collegare pensiero e azione, presenti a noi stessi e utili al mondo. E staremmo tutti meglio, perché giocheremmo il gioco di società in cui siamo immersi seguendo delle regole condivise, pensate affinché il gioco sia divertente, utile, proficuo. Non rispettare il proprio ruolo è come giocare senza rispettare le regole, barare e buttare all’aria il tabellone. E il gioco diventa un incubo.

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cosa c’è 

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C’è un libro che sto leggendo e che devo finire entro una data stabilita. È un libro che non posso sottolineare perché è in prestito e allora trascrivo su un quadernino a matita le parti importanti. Sono lettere di una donna a un’altra donna, in cui si parla di patria, cultura, figli e ideali, progetti.

C’è un figlio che cresce e ogni chiacchiera con lui diventa potenzialmente un discorso sui massimi sistemi, un’occasione educativa da non sprecare perché, anche se adesso sembra impossibile, arriverà il giorno in cui non ci parleremo più, le porte saranno chiuse e l’educazione passerà attraverso quelle frasi dette anni prima.

C’è una famiglia che invecchia di cui prendersi cura, con i ricordi sempre più lontani, trattenuti dagli oggetti e dai luoghi, più che da altro.

C’è un lavoro bello e impegnativo, a cui sarebbe sensato dare sempre di più, perché sta diventando quello che immaginavo, perché è fatto di parti che si compenetrano, di tasselli che si incastrano, di relazioni che crescono.

Ci sono amiche che affrontano fatiche importanti, figli o salute, identità e felicità, che poi sono le cose che contano di più, che avrebbero bisogno di ascolto, vicinanza, tempo da dedicare.

C’è la scelta di servizio e di essere un buon cittadino, che spinge all’impegno nella scuola dei figli, alla partecipazione, alla responsabilità.

C’è tutto questo e io sono solo una. E la giornata ha solo 24 ore. A una donna media tra i 40 e i 50 anni servirebbe un clone: per raccogliere tutto quello che ha costruito, per essere al 100% tutte le donne che è.

questa sera si recita a soggetto

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Vivere con un quasi tredicenne è una gita al luna park. Ci sono le montagne russe, in cui sei lanciato a velocità folli in giri torci budella che ti inchiodano al sedile; c’è la casa degli orrori o sarebbe più giusto chiamarla dello schifo,  quello che ti prende quando le finte ragnatele impolverate ti si spalmano in faccia nel buio o quando guardi la scrivania di quell’essere che vive in casa tua e la trovi invasa di fogli spiegazzati con esercizi di matematica, pennelli e piatti di plastica con le tempere incrostate appoggiati sul tema di italiano da riportare firmato domani. C’è la galleria degli specchi deformanti, in cui la tua immagine riflessa non rispetta ciò che sei veramente, ma ti dà le sembianze di un essere urlante e trasfigurato dalla rabbia.

A quasi 13 anni anche chi ha detto poche bugie nella sua vita inizia a voler intraprendere la carriera di mentitore e si esercita in balle che scopri nel giro di poche minuti. Ti basta vedere l’asciugamano perfettamente appoggiato sul termosifone, il sapone asciutto e l’assenza di gocce su tutto il piano del bagno (e il pavimento) per essere certa che non si è lavato, nonostante i tuoi richiami di un secondo prima. Ma decidi di soprassedere, di fargli credere che ti fidi della sua risposta (“si che mi sono lavato, non hai sentito rumore perché ho aperto pianissimo l’acqua”) perché deve imparare da solo che le bugie hanno le gambe corte (e che a metà mattinata gli effluvi delle sue ascelle daranno fastidio prima di tutto a lui).

Quando però la mattina mente sul fatto che alle 7,40 sta giocando col cellulare, lì decidi che è il momento di dare una punizione esemplare, per la bugia e per la scelta di giocare a quell’ora del mattino. Quindi requisisci il telefono per due giorni, ma lo lasci lì in casa, dove l’ha appoggiato lui, ricordandogli che se lo accenderà mentre tu non ci sei, la tua ira non potrà più dimenticarla.

Questa sera i due giorni of line sono finiti e il tredicenne ha riacceso il suo telefono.

– Sai mamma, mi ha fatto bene stare due giorni senza cellulare –

Recitiamo senza copione, a soggetto appunto, scoprendoci a volte migliori dei personaggi che ci hanno assegnato in commedia.

suddivisione dei ruoli

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C’era il tempo in cui le faccende domestiche venivano suddivise in maniera precisa, funzionale ai ritmi di entrambi, dettate da un’abitudine e una maggior competenza nella gestione che rendeva tutto a suo modo equilibrato. Si, è vero, ricalcavano un po’ la divisione dei ruoli tradizionale: la donna si occupa dei figli, del pediatra, del taglio dei capelli, dei pasti, delle cose che riguardano la scuola, … e l’uomo si occupa della banca, dell’assicurazione, delle utenze domestiche, dei lavori di manutenzione, dei mezzi di trasporto della famiglia.

In questa divisione dei compiti eravamo felici e alla pari, tutto sommato, salvo qualche recriminazione saltuaria (“l’assicurazione della tua macchina era da pagare, lo sapevi tu?”, “non lo sapevo, ma tu sai quando deve fare il prossimo vaccino Diego?”).

Se c’è un’altra cosa che l’home working trasforma è questo equilibrio, che rende tutto fluido nella sua seppur faticosa gestione. Rende la giornata e la vita tutto sommato rassicurante e prevedibile. Invece quando le ore passate in casa di uno dei due soggetti adulti sono molte di più di quelle dell’altro, le regole cambiano, si trasformano e si complicano.

Nella fattispecie, i miei compiti sono aumentati, aggiungendo cose grandi e cose piccole. Incontro il perito della macchina per l’incidente avuto due settimane fa, contatto l’assicurazione con scarsi risultati. E tra le piccole, porto nei bidoni in strada l’immondizia differenziata (ma prima di definirla piccola bisognerebbe vedere quanto sono grandi i nostri sacchi di plastica, vetro e carta), cerco di riparare la maniglia della porta del balcone che si è rotta, sento amici e conoscenti per trovare un carrozziere.

Non è che non mi piaccia la parità di genere, non è che voglia essere l’angelo del focolare o la mamma chioccia col grembiule ricamato sempre legato in vita, ma so che più fai e più dovresti fare, che le eccezioni diventano presto abitudini e prassi consolidate. E so anche che la maniglia della porta del balcone rotta non sono capace di aggiustarla.

ruoli, diritti e doveri (e rabbia che cresce)

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Ci sono cose che mi fanno ribollire, innervosire e fanno crescere il mostro della rabbia dentro di me. Una di queste è l’arroganza, soprattutto quando associata ad un potere, grande o piccolo che sia.

Tempo fa ho scritto una mail di protesta ad una persona e a un partito per denunciare un utilizzo scorretto dei miei dati personali, forniti volontariamente al partito ma utilizzati successivamente da questa persona (che fa parte del partito) per scopi commerciali, senza il mio consenso. E non ho ricevuto risposte di alcun genere, né dal diretto interessato né dal partito. La questione è banale, nulla di importante, ma quello che mi urta è questa sciatteria nei rapporti, questa arroganza che fa si che si pensi non sia necessario dare spiegazioni o ascolto a chi pone una domanda, una critica, un suggerimento.

Credo che nasca da un senso distorto di sé, da un rapporto scorretto con ci che è al di fuori di noi, della nostra pelle, dei nostri occhi, delle nostre orecchie. Nasce dal pensiero che quello che facciamo, il ruolo che rivestiamo generi diritti (e a volte privilegi) e non doveri. Il diritto di prendere delle decisioni, di direi dei si e dei no, di affermare con forza e senza contraddittorio il proprio parere su questioni varie. Il diritto di esercitare il potere di un ruolo, sia quello dell’impiegato dietro lo sportello, del politico o amministratore di turno, dell’insegnante o della preside della scuola, del genitore, che rende impermeabile rispetto al mondo esterno. Dimenticandosi che ogni ruolo è tale perché c’è una contro parte che lo giustifica: il cliente che sta dall’altra parte dello sportello, l’elettore o cittadino che felicemente o meno si trova a vivere nel territorio governato da una parte politica, lo studente che occupa il terzo banco a destra, il figlio che abbiamo messo al mondo e che cerchiamo di educare.

Quando si assume un ruolo, quando si entra in un “vestito” bisognerebbe sentire fortemente il senso del dovere, più che chiedere il decalogo dei diritti: il dovere di spiegare le proprie scelte, di rendere il proprio lavoro comprensibile a chi abbiamo davanti, convinti che l’ignoranza voglia dire non sapere qualcosa e quindi è una condizione condivisa da tutto il genere umano, la necessità di condividere il percorso che ha portato a delle decisioni, l’obbligo di rispondere a chi ci ha posto una questione, a chi ha fatto una domanda o una critica.

Le mancate risposte o quelle di chi si toglie dai problemi richiamando le responsabilità di altri o le condizioni contingenti (il partito che ignora la tua protesta, la preside che ti dice che le tariffe della mensa non sono scelte da lei o l’assessore che si appella alla crisi delle risorse per dirti di non lamentarti se per un mese a scuola materna non arriverà una supplente dell’insegnante di tua figlia) sono la dimostrazione di un scarso valore umano, di una povertà personale che nessun titolo potrà colmare. Di un’inadeguatezza grave e colpevole rispetto al ruolo che si ricopre.