pesce d’aprile

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Oggi lascio perdere le provocazioni, mi arrabbio solo per ciò che riguarda direttamente me e lascio perdere tutto il resto, anche le frasi dette a metà e i toni indisposti. Non è che le ignori: proprio non le sento, se qualcuno ha da dirmi qualcosa parli adesso o taccia. Per sempre.

Oggi faccio le cose che mi competono, non quelle che vengono lasciate lì in sospeso in attesa che qualcuno di buona volontà se ne occupi. Che poi non capisco perché le altre persone di buona volontà passano sempre lontano da me (e dalle cose da fare).

Oggi non pretendo la perfezione, accetto di lasciare dei pezzi indietro, ammetto di non poter fare tutto, sopporto i limiti del mio corpo e delle mie energie e faccio una cosa per volta, che il multitasking è la schiavitù moderna.

Oggi penso che non ho fretta di progettare, perché ci sarà anche domani e dopo domani e le settimane e i mesi dopo. E mi prendo la libertà di aspettare gli eventi, senza cercare di incastrare ogni cosa.

Oggi guardo i pregi dei miei figli, le cose in cui sono assolutamente adorabili e meravigliosamente competenti. Dimentico di segnalare il pigiama lasciato davanti alla doccia, le ciabatte davanti al divano, la cartella davanti al tavolo dell’ingresso.

Oggi mangio pizzette dell’esselunga e salame direttamente dalla confezione di plastica per pranzo, mentre sono seduta in ufficio davanti al computer. E non penso che non è sano, che quest’anno non farò alcuna gara di corsa, che un anno fa correvo 10 km e adesso non riesco a farne 4 consecutivi. Ogni cosa ha il suo tempo e forse tornerà anche il tempo della corsa. O forse no, lo vedremo.

Oggi, quando mio marito entrerà in casa, lo abbraccerò senza dire niente, senza parlare di logistica, senza organizzare la nostra vita in funzione degli impegni altrui. Staremo lì, uno appoggiato all’altro senza chiedersi niente. Perché abbiamo già tutto in quell’abbraccio.

Oggi faccio tutte queste cose, il miglior pesce d’aprile che possa farmi da sola.

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l’educazione è la risposta (non una legge)

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Davanti a scuola elementare, all’uscita di tutte le classi. Sono di fianco alla mamma di un compagno di Lucia, ci conosciamo da ancor prima di essere incinte dei nostri rispettivi figli. Escono i bambini e ci salutiamo per allontanarci, si salutano anche i piccoli e suo figlio inizia a scherzare.

– Ciao mozzarella santa Lucia – sorrisi generali, mio, suo, di Lucia. Poi lui continua.

– Mozzarella, mozzarella – sorrisi ancora: un po’ più tirato il mio, sempre spensierato quello dell’altra mamma. Ma lui continua ancora.

– Mozzarella, sei una mozzarella – Lucia non lo ascolta neanche, lei ha il talento di passar sopra alle cose. Io osservo non tanto lui, quanto la madre. Che continua imperterrita a sorridere e non le passa neanche per la testa di dire a suo figlio che lo scherzo può finire e che magari a Lucia non piace essere chiamata così.

Prima elementare, sempre di Lucia. Un compagno di classe è innamorato di mia figlia. Tutto bene, non fosse che l’innamorato manifesta il suo amore con passione travolgente e abbraccia e bacia Lucia anche quando lei non vorrebbe. Una maestra attenta lo sgrida (e forse gli mette una nota, ma non ne sono certa) perché i baci e gli abbracci si danno solo a chi li vuole ricevere.

Festa di compleanno, ancora di Lucia, Jacopo gioca con un amico della sua età e hanno uno scontro verbale con un compagno di sua sorella. Che finisce la festa in lacrime e va via arrabbiato. Sgrido Jacopo perché, forse involontariamente, è stato prepotente con qualcuno che era più debole di lui, vista la differenza di età. Alla sera mio figlio piange, ripensando a quello che è successo. Gli dico che è sano che lui si senta in colpa e che deve ricordarsi come si sente adesso per non essere più prepotente con gli altri. Qualche giorno dopo la mamma del compagno di Lucia davanti a scuola mi viene a parlare: suo figlio non vuole più salutare Jacopo, perché “ha paura di lui” e lei invece vuole che facciano pace e si parlino di nuovo. I due maschi, uno di 7 e l’altro di 10 anni si avvicinano, si danno la mano con lo sguardo basso entrambi e in quel momento sono tutti e due alla pari: deboli nello stesso modo, indifesi di fronte ai propri sentimenti. Di paura o di irruenza.

Non è una legge che può evitare atti di bullismo, prepotenze, scherzi che degenerano. È l’educazione la risposta, sempre e soltanto l’educazione. Che vuol dire imparare ad aver rispetto di sé e degli altri, imparare a osservare chi abbiamo di fianco e a mettersi nei suoi panni per capire come si sente. Perché quello che per noi era uno scherzo, una dimostrazione d’affetto, una normale litigata per l’altro può diventare un abuso. Il confine è sottile e non è una legge che ci può insegnare a non superarlo.

i figli sono pezzi di noi

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– Stanno giocando a basket in palestra – ripete Jacopo senza sosta a me e alla sua allenatrice a fine partita.

– L’ho capito –

– Ma non hanno le scarpe giuste, rovinano la palestra – continua il sanzionatore.

– Devo andare a dirgli “brutti cattivi”? – chiede l’allenatrice interdetta.

– Si, non possono giocare in palestra con quelle scarpe –

– Ragazzi aiutatemi a riordinare –

A questa frase c’è chi (uno dei due maschi a caso) reagisce prendendo una sola cosa per mano e andando lentamente a metterla in un posto scelto a caso e chi (la femmina) si muove come il diavolo della Tasmania lasciando superfici a specchio dove passa la sua furia riordinistica.

– Mamma, non riesco a dormire –

– Perché Jacopo? –

– Mi sento in colpa perché forse l’amico di Lucia è andato via dalla festa perché aveva litigato con me –

– Non credo sia andato via per quello, però ricordati come stai adesso, così la prossima volta cercherai di essere più gentile soprattutto con un bambino più piccolo –

– Bisogna contare le monetine –

È piena notte, ma Jacopo parla, si siede sul letto, a volte si alza e va in giro per casa. Sembra sveglio, ma non lo è. Credi di parlare con qualcuno che sa cosa sta dicendo, ma non è così. E allora bisogna con fermezza e modi piuttosto sbrigativi dargli ordini semplici e perentori.

– Si, poi le contiamo. Adesso dormi, mettiti giù – Con me, quando lo fa Flavio, funziona.

I figli si portano dentro un patrimonio genetico che renderà più probabile l’insorgere di alcune caratteristiche fisiche: l’allergia ai pollini, la tendenza al sonnambulismo, la calvizie o i capelli biondi.

E altri tratti, che magari sorgeranno man mano, in un miscuglio di natura e cultura, dna ed educazione: la mania di seguire le regole (e volerle far seguire al mondo), la furia quando si decide di fare una cosa, i sensi di colpa per quello che non abbiamo fatto proprio bene, che non ci faranno dormire.

Forse, se un genitore pensa che una punizione a scuola sia esagerata perché “era solo uno scherzo” e non capisce che lo scherzo prevede che tutti si divertano e che ci sia un limite dignitoso per tutti, non ci devono stupire gli atteggiamenti dei figli che vanno oltre, superano il limite e arrivano alla violenza, che sia fisica, verbale o psicologica.

I figli sono pezzi di noi e imparano da quello che vedono e dall’aria che respirano. Quando li guardiamo è come se fossimo di fronte ad uno specchio imperfetto: le immagini non sono proprio uguali, il riflesso non è perfetto. Ma le forme, il contorno riprende le nostre forme, il nostro contorno. Non si scampa.