è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

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inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

avanti, si gioca

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– Sai, mia figlia ha un caratterino, non è che dove la metti sta. Poi magari lei prende questo momento come un vedersi con degli amici… –

Stavo per intervenire nella conversazione telefonica dicendo “ecco, hai perfettamente capito cosa intendiamo proporre a Jacopo, vedersi con degli amici e usare l’inglese come una lingua”. Poi l’educazione, o forse un colpo di tosse, mi ha trattenuto il tempo giusto per far terminare la frase a chi stava dall’altra parte del telefono.

– Insomma, non vorrei che prendesse questo momento come un gioco e non si impegnasse abbastanza. È un corso di inglese, quindi magari fatto a scuola si impegna di più –

Stiamo cercando di organizzare per Jacopo un corso di inglese in cui il centro non sia fare esercizi di grammatica o completare frasi di un libro standard, ma dialogare con un ragazzo un po’ più grande di lui nato in un paese anglofono e con altri amici della sua età. Insomma, stiamo cercando di fare in modo che nostro figlio di 13 anni possa capire che l’inglese è una lingua che può utilizzare per parlare con altre persone, che ha un’infinità varietà di vocaboli che lui non conosce (anche perché la sua professoressa non ritiene necessario l’utilizzo di un vocabolario, gliele insegna lei le “paroline”, come le ha definite durante il colloquio con me in prima media). Stiamo cercando di non fargli odiare qualcosa che sarà per lui e per il suo futuro indispensabile. E la ricerca di compagni con cui condividere questo percorso si sta dimostrando complicatissima.

Complicatissima, si, perché pare che lo studio (e il raggiungimento di un risultato) debba prevedere per forza sofferenza, noia, imposizione. Senza sembra non ci sia insegnamento, crescita, acquisizione di competenze. Se è un gioco non vale: se ti diverti, se esprimi te stesso, se hai voglia di stare lì dove sei perché incontri degli amici e parli di cose che ti interessano, allora è inutile e non produrrà risultati.

Come se i giochi non prevedessero impegno, concentrazione, fatica, delusione, sconfitte, regole, disciplina. Come se le strade possibili per l’educazione fossero solo la bacchetta sulle dita e la rigidità del collegio o la libertà completa senza accompagnamento alcuno, senza limiti, senza regole.

Siamo a inizio anno scolastico e si parla tanto di problemi della scuola: insegnanti che mancano, strutture che per essere pulite e ridipinte necessitano dell’intervento delle famiglie, smartphone in classe come strumento per fare didattica o per distrarre i ragazzi.

Se avessi la possibilità di esprimere e veder realizzare un solo desiderio per il percorso scolastico dei miei figli, so che cosa chiederei: che la scuola sia per loro un gioco. Divertente come il basket o l’atletica che praticano 3 volte a settimana; impegnativo come la ginnastica artistica in cui Lucia ha speso 5 anni di allenamento costante; serio come un campo scout di reparto in cui se non pianti bene la tenda ti ritroverai a dormire nel bagnato; arricchente nelle relazioni, nelle conoscenze e nelle competenze com’è per me il camp sulla narrazione che vivo ogni estate. Se la scuola sarà per loro questo gioco sarà più facile diventare persone curiose, felici, ottimiste e responsabili: diventare gli adulti che ogni ragazzo dovrebbe poter incontrare, per giocare insieme.

libera nos a libri delle vacanze

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Le piaghe dell'estate sono molte, ma qualcuna è peggio di altre.
Le zanzare si possono sconfiggere, con zampironi anni 80 puzzolenti, candele al geranio e lozioni più o meno efficaci; la sabbia al fondo del letto e tra le dita dei piedi si elimina frequentando spiagge di sassi; il caldo si sopporta con gite in montagna e docce frequenti.
La piaga più devastante dell'estate, quella che ti fa prendere lo sconforto cosmico e non ti abbandona per anni e anni sono i compiti delle vacanze dei figli.
Capiamoci: non sono della setta dei genitori anticompiti, li faccio fare tutti ogni fine settimana e durante l'anno non li patisco (sarà che non li controllo mai per nessuno dei tre figli o quasi). Capisco che i compiti a casa servano per far sedimentare le competenze acquisite in classe e che lo studio individuale abbia un valore per i ragazzi. Però, maestre, maestri, professoresse e professori, vi comunico che i compiti servono anche a noi genitori. Per non dimenticare.
Non dimenticare quanto i nostri figli siano portati per la sceneggiata napoletana, quella che fa strappare i capelli, rigare il volto di lacrime e stracciare le vesti (e pure le palle del genitore di turno).
Non dimenticare quanto un'estate sia troppo corta per far stare tutto: il campo di basket, quello scout, gli allenamenti di atletica dopo aver visto i mondiali in TV, i tuffi dalle spalle e i giochi in cortile. Per i compiti, attività che chiede concentrazione e un minimo di lucidità, davvero non c'è abbastanza tempo.
Non dimenticare quanto possiamo essere capaci di litigare con il sangue del nostro sangue e la carne della nostra carne, quanto arriviamo a non sopportarci quando siamo troppo vicini. E visto che l'estate già ci darà occasioni di eccesso di vicinanza, l'assenza dei compiti potrebbe salvare delle famiglie.
Io sono una ligia alle regole, estremamente disciplinata e scrupolosa. Ma non me la sento di giurare al miur che per le prossime 7 estati (quelle che mancano fino alla terza media del più piccolo) farò fare i compiti delle vacanze ai miei figli. Non me ne vogliano le maestre e i professori. Si chiama istinto di sopravvivenza. La mia e la loro.

la classifica dei compiti

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Sto cercando di fare una classifica, ma sono ancora fortemente assalita dai dubbi.

Tre figli in età scolare significano un weekend passato a gestire come un vigile i consigli e l’aiuto sui compiti. Non mi lamento dei compiti a casa, anzi. Credo, forse andando contro corrente, che siano indispensabili per far sedimentare le cose imparate a scuola, per esercitarsi da soli in un ambiente sicuramente non ottimale per creare le condizioni migliori per l’apprendimento (il profumo dell’arrosto che cuoce sul fuoco e l’aria fredda che arriva dalla porta del balcone aperta perché io sto stendendo sono ottime scuse per pensare ad altro).

Però non posso nascondere che affrontare una mattina di compiti con tre figli contemporaneamente non sia qualcosa da cui fuggirei volentieri. E non so dire cosa mi piaccia di meno.

Se cercare di recuperare reminiscenze di analisi grammaticale o logica per aiutare il grande con gli esercizi di grammatica. Ieri mi ha chiesto “mamma, cos’è occorre nella frase <occorre comprare il latte>” “sicuramente un verbo” “ma figurati” “e cos’altro vuoi che sia! potrebbe essere un imperativo?” “mm…” risponde incerto; interviene Flavio “si, forse è un imperativo”. Dopo un po’ di pensiero solitario, Jacopo torna in cucina e mi dice “credo sia un imperativo, come ha detto papà” “veramente l’ho detto io” “si ma non è che puoi saperle sempre tu le cose di grammatica”.

Oppure ripassare cosa fa il geografo e cercare di ampliare il vocabolario di Lucia che già parlando di cosa ha fatto ai giardini utilizza sempre le stesse 4 parole figuratevi lo sforzo sovrumano fatto per riuscire a ripetere di cosa si occupano gli aiutanti del geografo (“il geologo studia le pietre” “non si dice così Lucia, si dice <minerali>” “beh, ma è la stessa cosa”).

Per ultima la new entry: i compiti di Diego. La prestazione migliore del weekend è stato sentire e cantare insieme le canzoni di inglese, soprattutto quella sull’autunno. Il piccolo della famiglia ha un grande talento per lo show ed è in grado di spaziare dal canto al ballo con grande maestria. Peccato non abbia ancora capito che l’inglese è una lingua, fatta di parole che hanno un significato e non un grammelot musicale ma assolutamente senza senso. “Let’s find mushrooms” è diventato “lez a mascgam” e non è servito a niente provare a ripetergli le parole, fargli la traduzione e sillabarle: lui stava già ballando, applaudito dai fratelli maggiori (che ne approfittavano per distrarsi).

Dopo questa prova di coraggio del fine settimana, questa mattina andando a scuola Diego mi chiede “Hai controllato che io abbia fatto tutti i compiti?” “Si, ma sei tu che devi controllare” “E ma io non so ancora leggere”.

nulla da dimostrare

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Riunione di prima elementare, 50 genitori o poco meno seduti su sedie troppo basse davanti a banchi che arrivano alle ginocchia, con pennarelli dispersi sotto e disegni su fogli di recupero. Di fronte due maestre, una più giovane di circa la metà dei genitori, un’altra più vecchia, di una decina d’anni, quelli che aiutano a mettere una distanza.

– Io non ho niente da dimostrare a voi genitori, vi dovete fidare di me perché io sono la maestra di questa scuola –

Avrei potuto indispettirmi per questa frase perentoria, detta guardandoci negli occhi, uno per uno. Avrei potuto pensare che quella maestra è un’arrogante e che discuteremo per i prossimi 5 anni. Avrei potuto ascoltare con molto sospetto tutte le cose che avrebbe detto nel resto della riunione.

E invece mi sono sentita rilassata e serena dopo questa affermazione così sicura, netta, indiscutibile (nel senso che non chiede di aprire una discussione). Rilassata perché se una una maestra sente di non aver niente da dimostrare a me mamma, saprà fare le sue scelte educative secondo coscienza e non secondo convenienza o cercando il consenso di noi genitori. Se non ha niente da dimostrare non pretenderà che io dimostri qualcosa a lei e così potremo incontrarci e parlare di quel ragazzo di sei anni che interessa a tutte e due, mettendo lui al centro e non noi due. E poi quella maestra a me ha già insegnato una lezione: che è importante vivere le proprie relazioni, senza aver nulla da dimostrare.

Allora decido che non ho da dimostrare le mie attenzioni ai miei figli, ho da occuparmi di loro, interessarmi alle loro attività, ascoltare i loro pensieri, condividere le nostre emozioni e crescere insieme. Se degli amici vengono a cena per la prima volta a casa mia non ho da dimostrare di essere una cuoca provetta e riempirli di cibo a non finire. Perché mangiare insieme è un pretesto per condividere una serata e connettere dei pezzi delle nostre vite e in questo la buona riuscita del cibo o ancor di più la quantità, non è così rilevante. Non ho da dimostrare la mia vicinanza e il mio affetto ai miei suoceri o alla famiglia di mio marito. Perché le cose che faccio non sono generosità, ma il normale modo di stare insieme, di prendersi cura delle persone a cui si vuole bene.

Quando smetti di dimostrare, puoi iniziare a vivere: il percorso che hai davanti, le relazioni con le persone che incontri, gli eventi che capitano sulla tua strada. E puoi fare delle scelte, sbagliare e ricominciare, crescere e raccogliere i risultati dei tuoi sforzi senza preoccuparti di cosa le persone stiano pensando di te. Mi prendo questo impegno: di cercare di fare le mie scelte non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per rispettare la mia intelligenza e la mia coscienza. Di essere quello che sono, aperta alle critiche ma serena rispetto alla mia onestà.

non so se son pazzo o sono un genio

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– Mamma, Fabio, Ernesto e io abbiamo deciso che entriamo sempre insieme a scuola, va bene? –

– Certo Diego –

Settembre è finito ieri e possiamo archiviare la pratica “nuovi inizi”. C’è chi ha ritrovato i propri compagni e professori e ha ripreso rapporti sereni o burrascosi già in corso, facendo subito capire che il primo giorno di prima media è profondamente diverso dal primo giorno di seconda media, perché adesso ciò che conta è l’aspetto sociale più che quello culturale (“siamo entrati tutti insieme, facendo la camminata, perché sai ormai siamo di seconda” “e come sarebbe la camminata?” “così” e muove qualche passo dondolando le spalle e piegando le ginocchia, mani in tasca e sguardo ammiccante al mondo, che poi nel loro caso si riduceva agli avventori improbabili del bar dei cinesi di zona). C’è chi ha ricominciato a marcia innestata la scuola e ogni mattina chiacchiera con la nonna maestra spiegandole cosa faranno di storia e chiedendo se alle medie potrà farsi gli schemi, come ha imparato a fare lo scorso anno, per studiare.

E poi c’è lui, Diego, per cui il mese di settembre è stato davvero l’inizio di un mondo nuovo: la prima elementare, la cartella, i compiti da fare, i voti sul diario, il pranzo in mensa col vassoio da gestire, le attività extra scolastiche, gli sport nuovi e quelli da ricominciare. E dopo qualche dubbio dei primi giorni (“mamma, ma come faccio a riconoscerti quando esco da scuola?” “mi guardi, Diego, ho sempre la stessa faccia” “si, ma è pieno di mamme, e se non ti vedo?” “non preoccuparti, mi metto in punta di piedi e mi vedrai”; “mamma ma come faccio a riconoscere il libro di italiano quando la maestra dirà di prenderlo?” “te lo faranno vedere e tu saprai qual è”), dopo due lacrime alla fine della prima settimana, tutto è filato liscio. È diventato il migliore amico dell’istruttore di basket, si cambia in autonomia dopo l’attività e si rimette la cartella sulle spalle pronto per uscire. Ripete la filastrocca delle vocali con un’interpretazione piuttosto istrionica e personale, l’unico difetto è che ha bisogno di uno spazio ampio per la sua performance. Mangia tutto in mensa, o quasi (le zucchine continuano a non piacergli), compreso il torsolo della mela. Ha capito in quale punto del cortile mi metto ad aspettarlo e mi vede sempre, si fa spazio tra i genitori in attesa e abbandona la cartella ai miei piedi per continuare a giocare coi suoi amici. Fa i compiti lamentandosi un po’, colorando male perché non ne ha voglia, ma al pranzo di sabato sono già una pratica archiviata e possiamo iniziare il weekend di riposo e socialità. Ascolta musica inadatta per bambini della sua età e canta “non so se son pazzo o sono un genio” e io in effetti non ho ancora una risposta certa.

Insomma, settembre è archiviato e gli inserimenti pure. Siamo pronti ad affrontare i prossimi mesi, le novità non ci spaventano!