quello che le mamme non dicono

Standard

Le mamme non dicono che cucinare tutte le sere è un impegno noioso e ripetitivo che fanno a fatica. Anziché sedersi sul divano e leggere un libro, guardare un telegiornale, parlare al telefono con un’amica, tutte le sere tornate a casa dovranno preparare la cena, pensare a cosa sarebbe meglio far mangiare al resto della famiglia (non si può vivere di sola pasta al pesto, pare sia una certezza della comunità scientifica), gestire gli avanzi e gli alimenti che da troppo tempo vivono nel frigorifero. E quando si sederanno tutti a tavola, ovviamente ci sarà uno che non vuole mangiare la verdura, l’altro che avrebbe preferito i pomodori, l’altro ancora che “la frittata è buonissima, ma stasera proprio non ne ho voglia” e si sfonderà di pane.

Le mamme non dicono che l’unico modo per essere pronte al mattino (cioè con la faccia e i denti lavati, mica parliamo di tanto altro) è fare queste piccole operazioni di cura di sé quando tutti dormono ancora. Perché poi sarà tutto un rincorrere la merenda da mettere nello zaino, trovare la tuta nell’armadio che uno dei figli non trova (e lei invece ci riesce sempre, sarà che ha i poteri magici), firmare i diari e ricordare la sacca per gli sport dopo scuola. E se arriveranno poi davanti al cancello delle elementari e il piccolo non avrà il braccialetto che aveva deciso di mettersi scatterà la solita frase “è colpa tua che non me l’hai ricordato”.

Le mamme non dicono che quando il venerdì a lavoro i colleghi senza figli ringraziano che sia arrivato il fine settimana, loro provano un brivido pensando a cosa le aspetta. Sia che si tratti di una di quelle due giorni in cui provano le ebrezza di un tassista tra i mille impegni dei ragazzi, sia che sia uno di quei weekend in cui i ragazzi sono sempre a casa, sanno che la parola dominante per loro sarà “compromesso”: o non riusciranno a essere in due posti contemporaneamente (alla gara di ginnastica artistica e alla partita di basket) o dovranno entrare in trattative estenuanti per arrivare a far fare i compiti ai figli che, consapevoli della sconfinata disponibilità di tempo di fronte a loro, tenderanno a procrastinare all’infinito questo momento della verità.

Le mamme non dicono che quando pensano di voler fare una cosa, contemporaneamente nel loro cervello si affacciano le altre 27 cose che devono fare. Quindi, prima di farla, avranno: impastato la pizza per questa sera, ritirato la biancheria asciutta, steso la terza lavatrice del weekend e fatto partire la quarta (e prima di questa notte ce ne dovranno essere ancora una quinta e una sesta), svuotato e ricaricato la lavastoviglie, bagnato le piante, risposto a una quindicina di domande del figlio grande. È una settimana che penso di scrivere questo post, finalmente ce l’ho fatta.

Le mamme non lo dicono perché altrimenti la riproduzione della specie subirebbe un brusco rallentamento. E loro aggiungerebbero un nuovo esemplare al sacco di babbonatale di sensi di colpa che si portano sulla schiena. Allora fingono che vada tutto bene, sorridono a volte, a volte sbottano e pensano che in fin dei conti se lo sono volute loro questo destino.

nota: nella foto il tavolo di una delle 4380 cene che ho preparato da quando sono mamma

Annunci

tanto a giugno non ci sei mai

Standard

L’altra sera mi sono seduta su una panchina di fronte a un teatro per aspettare il concerto di coro di Jacopo e mi sarei messa a piangere per la stanchezza e non mi sarei più alzata da lì, finche le mie stesse lacrime non mi avessero permesso di galleggiare e andare via a nuoto, che nell’acqua tutto è più leggero e io ho la testa talmente pesante in questo periodo che un po’ di liquidi intorno non farebbero male.

Quello era il secondo appuntamento da mamma, perché prima c’era stata la festa della scuola materna, ultimo anno, canzoni strappalacrime e diplomi, cappelli col tocco rosso, foto di rito sul podio, baci delle maestre.

Quando il concerto è finito e ci siamo ritrovati fuori ad aspettare gli ultimi ritardatari, mio figlio mi ha posto una domanda apparentemente banale
– Mamma sai che danno le pagelle il 10 giugno?-
– Si, l’ho letto sul sito della scuola. Mi dispiace ma non potrò venire –
– Certo, tanto tu a giugno non ci sei mai – è stata la simpatica risposta di questo essere che dovrebbe essere sangue del mio sangue e pelle della mia pelle. E poi mi ha dato le spalle. E io non ho avuto la forza di controbattere, perché ero ancora sulla panchina e le lacrime erano arrivate solo alle ginocchia.

Sto lavorando all’organizzazione di un evento che si inaugurerà l’8 giugno e fino al 12 lavorerò tutti i giorni, per almeno 10 ore; ho circa 60 referenti diversi ogni giorno che mi chiedono dalle informazioni logistiche (“dove saranno i bagni?”) , alle notizie tecniche più disparate (“la colonnina di ricarica elettrica è di tipo XYZ o JWS?”). Inseguo le scadenze cercando di non perdermi nulla e mi perdo molto, mi innervosisco per modalità diverse dalle mie di fare le cose, cerco di mettere pace quando il nervosismo colpisce qualcun altro.

No, non andrò a ritirare le pagelle, come lo scorso anno non sono stata alla recita di fine scuola della quinta elementare. Non andrò lì e forse a quell’ora neanche mi ricorderò che Flavio sta ritirando la pagella. E prima del 10 giugno cercherò ancora di incastrare, tra sensi di colpa multipli e percezione di inadeguatezza crescente, un concerto dell’orchestra, un saggio di pianoforte, diversi impegni scout, un ponte del 2 giugno coi figli a casa, giorni di chiusura della scuola per le elezioni, un saggio di ginnastica artistica e tutte le cene che mi aspettano da qui al 12 giugno.

Cercherò di farlo e non ci riuscirò. Ma voglio ringraziare qualcuno che mi aiuta in questo equilibrismo, facendo un pezzettino, che non basta di certo, ma fa la sua parte: grazie maestre di Lucia che non avete previsto alcuna recita di fine anno. Io vi sento meravigliosamente vicine alla mia stanchezza e al mio multitasking che rischia di stravolgermi per sempre (o almeno fino a metà giugno).

ricetta per nutrire i sensi di colpa

Standard

Se in un cantuccio del cuore avete dei sensi di colpa e trovate che ultimamente siano un po’ patiti, come consumati, quasi destinati a scomparire, questo post fa al caso vostro.

Ricetta per nutrire i sensi di colpa

Prendete tre figli in età scolare, che necessitano ancora di molta assistenza nelle cose quotidiane (tipo compiti, preparazione delle borse per gli sport, ricordo costante delle attività extra scolastiche familiari) e che siano stati abituati da ormai un anno e più a una presenza costante e continua (tutto il campionato di basket, tutte le uscite da scuola, tutte le gare o i micro saggi di ginnastica artistica). Mischiateli con un lavoro a tempo pieno (e ancora un pezzo) in un posto nuovo, per un evento di cui ancora non avete capito tutte le parti (perché è in preparazione da un anno e mezzo e voi ci lavorate da 4 settimane).

Aggiungete la fine dell’anno scolastico, con tutto quello che comporta e in particolare la fine della quinta elementare col carico di eventi ed emotività che ne consegue. Un pizzico di manie di persecuzione (della serie “forse sto antipatica a tutti”) e un cucchiaio da minestra di perfezionismo (cioè “sbagliare è umano, ma io non posso permettermelo”).

Mischiate tutto con la frusta (altrimenti non monta) fino a quando non viene un impasto compatto e consistente.

Per qualcosa di più leggero, che non lascia troppo a lungo il segno, potete cuocerli al forno. Io di solito preferisco friggerli, nello strutto. Così mi porto dietro il ricordo, per giorni e giorni.